La prima lezione:
un racconto di Iris Bertrand
“Please allow me to introduce myself, mon nom est Pierinél.”, la voce di Mick Jagger risuona nell’appartamento di duecentonovantametri quadrati in quel di Saint Germain. Pierre Colbert è solito ascoltarla ogni mattina mentre si fa la barba col rasoio a mano libera.
“Non li fanno più come una volta!”, dice sempre.
“Quale volta, Pierre?”
“Eh, cara, ci sono tante volte, sa.”, risponde con fare baldanzoso e il sorriso birichino di chi la sa lunga.
Si asciuga il mento, si guarda allo specchio con l’espressione compiaciuta di chi si trova bello, e lascia il bagno per raggiungere la camera da letto.
Pierre Colbert è fatto così. Coglie la vita come viene.
La coglie tenendola in palmo di mano e, contemplandola, ritrova sé stesso insieme ai quarantanove completi custoditi nella cabina armadio.
Quarantanove custodie bianche contengono altrettanti completi e camicie.
La cabina armadio è dotata di luci regolabili, che il buon Pierre ha impostato su un tono caldo e affusolato, di modo che illuminino per bene i filati d’alta qualità.
Li ha numerati, i completi, per meglio riconoscerli ed evidenziare, con un sol colpo d’occhio, quelli affidati alle cure della tintoria.
È il giusto trattamento per i capi sartoriali, per il fatto su misura poiché: “Bisogna distinguersi al giorno d’oggi.”
“Da chi, Pierre?”
“Dalla marmaglia indossatrice di fibre miste!”, afferma con orgoglio mentre sceglie la camicia adatta al completo numero 32.
Mentre Pierre finisce di prepararsi la giornata è cominciata da un pezzo.
È una tipica giornata autunnale a Parigi.
Siamo nel quartiere latino, la cui struttura è sopravvissuta ai secoli e al barone Haussmann, intervenuto con squadra e righello a ridisegnare la mappa della ville lumiére, eliminando molte strade in favore dei boulevards.
Uno di questi prende il nome dalla chiesa più antica di Parigi, il cui passato glorioso ha dato il nome a un intero quartiere: Saint Germain. Attraversa la rive gauche da est a ovest.
Al centro si trova Odeon, una piazza vivace, un crocevia, sede dell’Università la cui facciata imponente ricade sul boulevard.
Alle sette e trenta del mattino Parigi è in fermento.
Mentre i monumenti riposano illuminati dall’alba d’ottobre, le strade brulicano di parigini intenti a recarsi al lavoro e all’università.
Automobili e biciclette scorrono nel traffico lento e cadenzato dei semafori. Qui, fermi in attesa di ripartire, gli anziani premono il bottone per ottenere il verde, in buona compagnia dei giovani che sperano di prendere al volo l’autobus. La metropolitana è un mondo a parte.
Un cartello giallo dipinto di verde, sotto un arco in ferro battuto dello stesso colore, segnala la fermata. I gradini incastonati nell’asfalto scendono fino a sprofondare di ben sette piani sotto la città, dove quattordici linee scorrono e s’intrecciano.
Il boulevard Saint Germain brulica di persone ben vestite. A qualcuno piace fare il trasandato. Capita di vedere una camicia far capolino dai pantaloni spiegazzati in netto contrasto con i negozi eleganti le cui vetrine lasciano ammirare i meravigliosi oggetti d’artigianato e capi d’abbigliamento disegnati dai più abili stilisti, visionari della moda e del tempo.
L’artigianalità è sempre più rara in un mondo dominato dall’industria.
Non mancano, però, certi angoli meritevoli, certi artefatti esposti negli empori a conduzione famigliare. Se ne trovano ancora a Parigi.
Le insegne si susseguono mescolandosi a quelle dei café aperti dall’alba. Le porte si aprono lasciando intravedere i camerieri dietro i banconi intenti a soddisfare le richieste dei clienti abituali.
Il tintinnio dei bicchieri in vetro, delle tazzine che vengono posate sui piattini in ceramica, il vocio svelto e inconfondibile sospeso in favore della degustazione.
Aleggia, in questi locali rivestiti in legno, l’aroma inconfondibile del caffè unito alla nota parsimoniosa e decisa del cioccolato fondente.
C’è, in ogni luogo di Parigi, la vita che scorre e si ferma per qualche istante. Tra la moltitudine che è in strada c’è chi ancora deve uscire di casa.
In un angolo del boulevard sorge un palazzo, elegante e antico. Si nota la patina del tempo, sulla facciata in pietra, sulle torrette a cupola che svettano in cielo, sulle finestre degli appartamenti pieni di vita e accadimenti. I soffitti alti, le finestre cesellate, lunghi e stretti balconi a creare un bordo elegante largo abbastanza da consentire ai fortunati residenti di consumare una rapida colazione.
Il palazzo pare risvegliarsi quando il cancello si apre a mostrare un signore distinto, il cui incedere deciso e il portamento fiero è tipico dell’età matura.
Il signore procede a passo svelto e ben portato.
Le scarpe eleganti conservano un tacco perfetto nella forma e nelle dimensioni, la suola brilla entusiasta ogni volta che il piede si solleva.
L’alluce roseo e idratato si trova a proprio agio fasciato nella calza in seta fatta su misura. Di siffatte forme si intravede solo la caviglia cesellata abituata a muoversi e danzare, sulla quale ricade l’orlo dei pantaloni di prestigiosa lana.
Questa volta la riga è giusta; ne è certo il proprietario che li ha estratti dalla custodia alla tiepida luce dell’alba, disponendoli a quarantacinque gradi per rimirarli al meglio.
La gamba si muove agile e flessuosa, come spesso accade a chi piace camminare. Sotto la giacca blu una camicia bianca, un paio di gemelli ne chiudono le maniche. Le mani ben curate odorano di gelsomino, tanto che un occhio attento può avvertire gli alberi allungarsi verso questo esemplare umano attento ai profumi e al buon gusto.
A compensar la mancanza della cravatta ci pensa un collo di cigno color crema a condurci a una testa meravigliosa.
Una bocca ben fatta nasconde una dentatura regolare e un naso francese conduce agli occhi neri e vispi.
Una fronte spaziosa quanto basta per incamerare rughe gentili conduce all’attaccatura dei capelli, folti e neri, le punte ricce ricadono sulla nuca. Spuntano giocosi quei ricciolini di cui il proprietario va tanto orgoglioso.
Pierre Colbert arriva in place Odeon. Ecco il cinema, ecco una nota catena di caffè, ecco l’università.
Da qualche anno Monsieur le professeur è approdato alla Sorbonne. È il coronamento di una carriera esemplare.
La Sorbonne è un punto d’arrivo.
Decine di materie insegnate, un’ampia scelta di corsi e laboratori, studenti provenienti da ogni angolo di Francia e del mondo, centinaia di professori. È un mondo nel mondo.
È un onore e al contempo una responsabilità insegnarvi. Onore e responsabilità vanno di pari passo.
Non pare farci caso Pierre Colbert il quale non pensa al passato e nemmeno al futuro. È sempre concentrato sul presente, fatto di tante cose.
Monsieur le professeur non ha paura ad affrontarle perché, come ripete spesso: “Mai aver paura del lavoro, specialmente quando non si lavora!”.
Detto così sembra che Pierre Colbert prenda il dovere sotto gamba. Tutt’altro. Proprio perché consapevole dell’importanza del suo operato, ci si dedica col sorriso.
È il primo passo e il più importante.
L’intelligenza, la parlantina, l’inequivocabile bellezza dell’alta sartoria, gli occhi neri e vispi fanno il resto.
Tale consapevolezza lo accompagna ogni giorno.
Senza rallentare il passo Pierre Colbert svolta l’angolo con Rue Monsieur Le Prince. Qualche istante ancora ed ecco il colonnato nel cui marmo è impresso il nome di René Descartes.
Monsieur le professeur sorride. È arrivato all’Università.
C’è sempre gran movimento per i corridoi della Sorbonne.
Gente che va e gente che viene. Studenti assiepati negli angoli e nei cortili, in attesa della prima lezione. Passano svelti i professori sempre indaffarati, e gli assistenti che faticano a raccapezzarsi con le agende.
Quella di Pierre Colbert è sempre piena. Al contrario di molti colleghi non ha voluto assistenti. Gli piace organizzarsi e tenere tutto sott’occhio.
Da qualche tempo a questa parte, si è aggiunto un nuovo impegno, una nuova mansione di cui va particolarmente fiero. L’assegnazione della cattedra di filosofia e, in special modo, del corso incentrato sulla figura di René Descartes, conosciuto in tutta Francia e in tutto il mondo.
È a lui che l’ateneo è intitolato.
Da sempre attento studioso e scopritore della filosofia cartesiana, Pierre ha passato buona parte dell’estate a preparare il corso.
Il mese di settembre è servito per affinare i dettagli e aprire le iscrizioni alle quali hanno aderito migliaia di studenti.
Un risultato che ha sorpreso l’intera università.
Con una tale partecipazione si è dovuta rivedere l’organizzazione. Per la prima volta dopo tanto tempo si è reso necessario aprire le porte dell’aula magna per accogliere un corso accademico.
Non abbiamo scelto un giorno a caso per narrare le avventure di Monsieur le professeur, poiché proprio oggi inizia il corso. L’agenda di Pierre è piena, il mattino la presentazione, il pomeriggio la prima lezione.
Alle dieci le porte dell’aula magna si aprono e gli studenti cominciano a prender posto scoprendo per la prima volta poltrone e gradinate, in platea e in galleria.
L’aula magna, costruita quattrocento anni or sono, presenta la struttura tipica delle grandi occasioni poiché la presenza di platea e gallerie unite alla forma ovale riconducono alla memoria i grandi anfiteatri.
È un luogo adatto a raccogliere e amplificare la voce perché, vedete, Pierre Colbert ne possiede una eccezionale.
L’orologio segna le ore dieci e venti minuti quando Monsieur le professeur fa il suo ingresso in compagnia di un paio di colleghi e amici di lungo corso.
C’è tanta attesa e curiosità intorno alla presentazione di questo corso.
Gli ultimi arrivati prendono posto. Non c’è più una sedia libera, non uno spazio vuoto sulle gradinate.
Pierre Colbert raggiunge il centro del palco, impugna il microfono e “Prova, prova, provaaaa!”, la voce riecheggia nella sala.
Non che ne abbia bisogno, il timbro basta da sé, ma tant’è.
“Funziona.”, commenta Pierre, gettando un’occhiata barbina ai suoi amici in prima fila e agli studenti. I cari, beneamati studenti il cui vocio si è spento nel momento all’udir la voce del professore.
Pierre è pronto per lo show.
“Bene, possiamo cominciare.”, annuncia con candore.
“E dunque benvenuti a tutti i convitati della terza colazione della Sorbonne!”, i presenti scoppiano a ridere.
“Quante colazioni avete fatto?”, domanda puntando il microfono verso la sala.
“Una.”
“Due.”
“Tre.”
Rispondono da più parti.
“Ebbene”, incalza Pierre, “è il momento di farne una in più. Ho portato i biscotti che molti di voi hanno già provato durante il ricevimento del venerdì. Ecco, cari”, dice Pierre prendendo uno dei cinque cesti colmi, “mi raccomando, un biscotto a testa, che la crescita è ormai completa.”
L’invito sortisce l’effetto sperato. Mentre Pierre fa il giro della sala, aiutato dai suoi cari amici, il contenuto delle ceste si svuota con brio e rapidità.
Pierre riprende il suo posto al centro del palco.
“Dunque, cari, siamo oggi qui riuniti per presentare il corso su un grande uomo. Egli era prima di tutto un grande uomo, prima che un grande filosofo. Sto parlando di René, cari, René Descartes che non vuol dire senza carta, bensì Cartesio.”, altro scoppio di risa degli studenti che faticano a capire se il corso sia incentrato sul filosofo o su Pierre.
“Se una volta entrando avete sollevato lo sguardo sul colonnato che cinge l’ingresso, avrete sicuramente letto il suo nome scolpito nel marmo.”, osserva con brio guardando gli studenti attoniti che non vi hanno mai fatto caso.
“Questa sede è dedicata proprio a René Descartes. Era pieno di dubbi, proprio come noi. Con la differenza ch’egli ripensava ai suoi dubbi, li analizzava, li raddoppiava e triplicava giungendo alla conclusione che non poteva risolvere il dubbio originale e quindi neanche gli altri.”
Espressioni attonite si leggono sui volti degli studenti.
Uno di loro, da un punto imprecisato della sala, riemerge dallo stupore: “Ah, non li risolse?”
“Eh, no, caro, non li risolse no.”, risponde serio Monsieur le professeur.
“Allora perché studiamo le sue opere?”
“Perché, cari, René è la chiara dimostrazione dell’umanità in tutta la sua fragilità e il suo genio. Egli non fu solo un filosofo ma anche un grande matematico. E riguardo alla metafisica, cari e care, dimostrò che il dubbio induce al pensiero, il pensiero diventa spirito, lo spirito materia ed eccolo qui, il genere umano racchiuso in poche righe.”
Un profondo silenzio accoglie le parole di monsieur le professeur. È un silenzio strano, non di chi è spaventato, bensì di chi pensa. Centinaia di menti hanno messo in moto gli ingranaggi e Pierre Colbert le guarda col sorriso poiché è proprio questo lo scopo del corso: riflettere oltreché imparare.
Ecco dunque il moto del pensiero che poi è quello dell’anima, si esprime con fronti corrugate e occhi chiusi.
È un ottimo paroliere monsieur le professeur il quale si appresta a continuare la presentazione.
“Cartesio ci insegna che il dubbio è insito nel genere umano, e come tale va accolto con garbo. Non scacciatelo via, specialmente quando siete in macchina, perché quando siete troppo sicuri di voi vuol dire che state per andare a scentrarvi.”
I presenti prorompono in una risata liberatoria.
Pierre ride con loro chiudendo un occhio sulla gran quantità di capi in fibre miste. Sa bene che i giovani vanno incoraggiati.
“Ciò che accadde cinquecento anni or sono ha delle attinenze con quel che accade ancora oggi. Perché Cartesio era un filosofo, era un maestro del pensiero allora come lo è oggi. E quindi dubitate, dubitate sempre.”
Gli studenti hanno capito il messaggio.
“Bene, con questa premessa concludo la presentazione.
Questa volta non ci saranno pranzi perché oggi pomeriggio c’è la prima lezione. Vi siete iscritti in tanti a tal punto da mandare in tilt il file di excel. La vostra presenza mi onora e vi dico fin da ora che gli indossatori di fibre miste sono incorreggibili ma noi non lo siamo. In qualche occasione io sarò l’allievo e voi salirete in cattedra con le vostre domande e osservazioni.”
Un applauso caloroso si propaga per tutta l’aula magna. Alcuni studenti si alzano e chiamano a gran voce il nome di Pierre il quale si esibisce in un inchino elegante.
Gli applausi riecheggiano ancor più forti nella sala secolare, testimone di innumerevoli eventi nel corso dei secoli.
È forte il richiamo del passato, quando tante anime speravano nel cambiamento. Lo stesso accade ora con monsieur le professeur che si accinge a celebrare René Descartes.
Gli studenti, informati e soddisfatti, si avviano verso l’uscita disperdendo i passi e le esistenze altrove.
È tempo di relax, di mettere del cibo nello stomaco, meglio ancora se buono e croccante. È tempo di sbrigarsi e fare una capatina alla fumetteria all’angolo col boulevard Saint Germain, per scoprire le ultime uscite del martedì.
Alcuni studenti, desiderosi di scambiare due parole con monsieur le professeur, si attardano nell’aula magna.
Pierre ama stare tra le persone, in particolare tra i giovani perché li considera la speranza di oggi, il faro di domani.
S’intrattiene per una buona mezz’ora, stringendo mani, imparando nomi.
C’è, negli sguardi divertiti degli studenti che gli si fanno attorno per parlargli, per scambiare due battute, la voglia di stare insieme, di fare qualcosa di nuovo, di diverso.
A chi gli chiede un consiglio, Pierre risponde di segnarsi sulla bacheca del suo ufficio per il venerdì. A chi scambia una battuta Pierre ride e ne fa una migliore. C’è anche chi gli chiede consigli di stile e pone domande anche sul profumo, visto che quando passa lascia la scia.
Pierre sta al gioco finché arriva il momento di andare a pranzo.
Pierre esce dall’università in compagnia di Herald e Jeffrey, gli amici di una vita coi quali condivide ottimi ricordi oltre che la professione di professore.
Passeggiando e chiacchierando, i tre moschettieri arrivano all’angolo di una stretta via in cui le case intonacate di bianco si specchiano l’una con l’altra attraverso i vetri delle finestre.
I comignoli sui tetti d’ardesia rievocano il tempo in cui furono costruite. È uno dei quartieri più antichi della città quello latino, il cui nome prende spunto dalle vecchie abitudini tipiche dei dotti in un’epoca in cui non c’erano ancora gli arrondissement.
In quest’angolo, un crocicchio come tanti a Parigi, è incastonato nella mappa della città, nel tessuto di case e commerci, un piccolo bistrot.
L’insegna in parte cancellata dal tempo e dall’umidità è ancora visibile a un occhio attento.
L’oro del tempo è sbiadito, tuttavia si legge ancora sulla targa di legno Bistrot la Fontaine.
Il motivo del nome non è dato sapere, poiché non c’è alcuna fontana nelle immediate vicinanze. Forse c’era un tempo, non possiamo saperlo. Sappiamo però che Pierre Colbert ha scelto proprio questo bistrot tra tanti per il buon cibo e l’atmosfera tranquilla, al riparo dalle strade più battute del quartiere.
La porta dipinta di verde gira cardini. Jean, il proprietario, accoglie monsieur le professeur col sorriso che riserva ai clienti abituali.
“Buongiorno, caro. Dove possiamo accomodarci?”
Jean conduce i tre amici a un tavolo tranquillo posto nell’angolo accanto alla vetrina. Il sole fa capolino tra le nuvole ad addolcire i colori e le trame del tempo.
A proposito di tempo ce n’è sempre poco, specie a pranzo. Lo sa bene chef Gilbert che si affretta a portare il menù e a servire acqua e “un quarto di vino, omaggio della casa per il suo corso, professore.”
“Le è giunta voce, caro?”
“Certo. Spero di allietare l’umore e il palato proponendo un pranzo rapido e di buona forchetta. Posso consigliarvi i piatti migliori, se la cosa vi è gradita.”
“Ci è gradita eccome.”, commenta Herald che da buon scozzese non vede l’ora di mettere qualcosa sotto i denti.
Lo chef illustra i piatti consigliati. I professori accettano con entusiasmo. E dunque tagliata di manzo per Jeffrey, Caesar Salad per Pierre, salmone e patate per Herald.
Sulle note di un “caro, lei non si smentisce mai”, chef Gilbert appunta la comanda sul taccuino per le ordinazioni e, con una giravolta, raggiunge il bancone il quale affaccia sulla cucina mediante una generosa apertura.
Per alcuni non è il massimo dell’eleganza, ad altri invece fa piacere assistere ai piccoli e grandi accadimenti che scandiscono la storia di un bistrot.
Ogni cucina ha i suoi segreti, gli ingredienti fondamentali che servono per far funzionare il tutto al meglio. È un turbinio di movimenti, un accozzaglia di rumori e oggetti posati sulle fredde superfici in metallo. Ferri del mestiere li chiamano. È tutto un mescolio, un rimestare, un’occhiata al timer, un assaggiare gli alimenti per capire a che punto è la cottura, mentre sulla bilancia lo chef pesa e dosa gli ingredienti. Parte tutto da qui, equilibrio e maestria.
Pierre osserva la vita scorrere in cucina e tra i tavoli del bistrot ormai pieni. Lo sguardo si illumina all’improvviso col luccichio di chi sa di aver colpito nel segno.
Eccolo passar lo sguardo lungo tutta la sala, per soffermarsi infine sui volti amici di Herald e Jeffrey.
Un’ espressione indescrivibile esce dalla bocca. Bambinesco e solitario, il riso contagioso di Pierre ch’egli sempre sfoggia, propone e propina a chi gli sta intorno. Palese e deciso come il suo profumo. A proposito per oggi ha scelto Lion de…
“No, cara, non si può dire!”
“Giusto, Piero!”.
“Mi chiamo Pierre.”
“E io la chiamo Monsieur le professeur.”
“Oh, cara, ben detto!”
Monsieur le professeur, all’anagrafe Pierre Colbert, per gli amici Pierre, sorride serafico. Herald e Jeffrey conoscono bene quell’espressione e alzano gli occhi al cielo, che in questo caso è il soffitto del bistrot. Ciò non impedisce loro di contemplarlo per qualche istante trovando un certo equilibrio, una compattezza di materia e colore nel crema riposante.
“Allora, cari, che ne pensate?”
“È stata una presentazione meravigliosa.”, commenta Jeffrey.
“Hai fatto il botto.”, conferma Herald sperando basti a cambiare argomento.
“Erano anni che non si vedeva qualcosa del genere.”, ricorda Jeffrey.
“Ma se siamo qui dall’anno scorso?”, obietta Pierre.
“
Professori di lungo corso sostengono di non aver mai visto tanta partecipazione a un corso accademico.”, dice Jeffrey.
“Certo che le slide avresti anche potuto farle.”, rimbecca Herald rivolgendosi a Pierre.
“No, caro, io le slide non le faccio. L’ho ribadito a chi di dovere e tanto basta. Non sono necessarie ai fini del successo del corso.”
L’arrivo dei piatti interrompe l’amichevole diatriba.
“Ecco a voi.”, annuncia chef Gilbert posando i manicaretti sotto gli occhi felici dei convitati.
Herald si strofina le mani alla vista del salmone il cui profumo si disperde tra i tavoli. Jeffrey impugna forchetta e coltello, pronto a gustare la tagliata di manzo. Pierre si annoda il tovagliolo bianco damascato come solo lui sa fare.
“Bon appetit.”, augura chef Gilbert prima di sparire in cucina.
“Grazie, caro.”, ribatte Pierre con un acuto facendo voltare buona parte dei presenti.
“Buongiorno, cari. Non c’è di che spaventarsi, è la mia voce naturale.”, rimarca senza vergogna.
Ogni volta che parla i presenti lo ascoltano.
È un dono naturale di monsieur le professeur che si rivolge ora agli amici di una vita.
“Son del parere che i giovani vadano incoraggiati. Vedete anche voi quanta voglia abbiano di imparare, di mettersi in gioco.”
“Solo che alle volte non sanno cosa fare.”, osserva Jeffrey.
“Come non lo sapevamo noi alla loro età, cari. Vi ricordate quanto fossimo fessacchiotti e sperduti?”
“Lei sì, io un po’ meno.”, commenta Herald memore degli anni trascorsi all’Università di Edimburgo.
“Quanta acqua passata sotto i ponti.”, aggiunge con un pizzico di nostalgia.
“Quante cose fatte da allora. Una vita intera.”, lo segue Jeffrey.
“Suvvia, cari. Niente discorsi tristi a rivangare l’acqua che non c’è.”
“Si dice acqua sotto i ponti, Pierre.”, lo corregge Herald.
“Via, è lo stesso. Avete capito benissimo. Dobbiamo guardare al presente. Siamo a Parigi dove abbiamo tanto da fare e da scoprire.”, dice Pierre con brio.
“La vita è movimento e infinito cambiamento.”, commenta Jeffrey.
“Di chi è questa massima?”, domanda Herald.
“Mia.”, risponde Jeffrey.
La cosa non deve sorprendere.
Poiché è lui il poeta del gruppo. Pierre il filosofo. Herald la materia grigia.
“Ricordo mia moglie quando mi disse che le sarebbe tanto piaciuto visitar Parigi.”, sospira Herald.
“Io ricordo montagne verdi.”, gli fa eco Jeffrey, semiserio.
“Io invece le scale in marmo della boutique di Ch…”
“Eh insomma, Pierre, non è mai serio!”
“Sono serissimo, cari, quando si parla di haute couture.”
“Fanno solo moda donna.”
“E chi lo dice, caro? Eheh.”, commenta Pierre con un sorrisetto sardonico prima di spostare l’attenzione sulla caesar salad.
“Quando si dice cotto a puntino, cari!”
Herald può dire lo stesso del salmone, pietanze accompagnate da un goccio di vino per festeggiare.
“Ordunque, cari. Festeggiamo l’inizio di un nuovo capitolo della nostra esistenza.”
“Addirittura, Pierre? Un nuovo capitolo?”, domanda Jeffrey.
“Certo, caro! L’approdo alla Sorbonne è stato solo l’inizio.
Quante cose sono accadute da allora. Un sacco di porte si sono aperte, anche quelle di Rue Cambon, e da ogni porta, cari, è spuntato fuori un volto nuovo, da conoscere e imprunettar… ehm ehm…”
Pierre qui si ferma poiché anche lui a volte si accorge di esagerare.
“Ebbene, cari. Le cose belle vanno festeggiate, che ne dite?”
“Assolutamente, Pierre, specialmente perché non ci è stato chiesto di fare le slide al posto suo.”, lo rimbecca Herald.
“E ci mancherebbe, caro. Si sa che voi scozzesi siete rimasti all’età della pietra. Sempre dietro agli affumicatoi per il salmone, lo stesso che stai gustando con piacere.”
Quando Pierre parte è difficile fermarlo. Non resta dunque che ridere di gusto.
Herald e Jeffrey sono amici di vecchia data e ben conoscono il loro amico più caro. Certo è istrionico, a volte troppo, ma è pur sempre l’anima della festa e della perdizione. A partire dal mattino quando si sveglia all’alba al ritmo di Sympathy for the devil.
Passa così il pranzo, tra chiacchiere leggere e risate finché Herald guarda l’orologio e fa cenno che è arrivata l’ora di pagare il conto e tornare all’Università. È il momento di scoprire la quotidianità di Monsieur le professeur che trascorre molto tempo in una stanza dell’ateneo.
Il suo ufficio.
Ogni professore ne ha uno assegnato, una stanza dietro una porta contrassegnata con una targhetta in legno.
Gli uffici si trovano al piano terra. Vi si accede tramite l’ingresso sotto il colonnato intitolato a Cartesio. A sinistra c’è una porta. Andando oltre si arriva in cortile. È quel che fa Monsieur le professeur quando non ha bisogno di passare dall’ufficio.
Questa non è una di quelle volte e dunque eccolo aprire la porta con piglio deciso e salire i quattro gradini che portano al corridoio.
Due file di porte si affacciano su ambo i lati. Se ne contano cinquanta. Quelle sulla destra danno sul cortile interno, quelle sulla sinistra affacciano su Rue Monsieur le Prince.
I passi dei professori risuonano gentili nel corridoio quasi deserto. Alcuni docenti sono ancora in pausa, altri sono impegnati altrove. Una professoressa di mezza età fa capolino dal suo ufficio e li saluta.
“Buongiorno, cara.”, la voce di Pierre riecheggia nel corridoio e nei timpani della collega che sorride con benevolenza.
“Com’è andata la presentazione?”
“Benissimo, cara. Vuol assistere alla prima lezione che avrà luogo tra un’ora?”
“Volentieri se non fossi già impegnata col mio corso.”
“Come non detto, cara. Non la trattengo oltre. Buona giornata.”
È questo il tipico esempio degli incontri tra colleghi.
Ognuno ha programmi e orari diversi.
È il momento per i tre amici di separarsi, per la gioia dei timpani di Herald e Jeffrey che entrano nei rispettivi uffici.
“A dopo, cari.”, li saluta Pierre mentre raggiunge il suo in fondo al corridoio.
Occorre fare una descrizione dettagliata per meglio comprendere i gusti e la personalità di monsieur le professeur.
Accanto alla porta dell’ufficio di Pierre, una porta come tutte le altre in legno di noce ormai consunto dal tempo, c’è una bacheca piena di fogli. Non di fogli qualunque si tratta. Pierre li ha preparati appositamente affinché gli studenti possano apporre il proprio nome per il ricevimento previsto, di consueto, il venerdì.
In un primo momento le professeur aveva posto un limite, dettato dal buon senso e dalle richieste delle guardie la cui pazienza è messa a dura prova.
Perché Pierre Colbert non ha orari, ma l’Università sì.
Monsieur le professeur aveva fissato un limite a cento. Un numero impressionante.
“Questi sono quelli registrati. Poi c’è chi si presenta senza appuntamento”.
Le vie del signore sono infinite, quelle di Pierre no.
Pertanto ha deciso di organizzare gli incontri suddividendoli per argomento e fascia oraria.
Saggia decisione.
Gli studenti in attesa possono prendere “un biscotto a testa”, come precisa il cartello scritto a mano con la grafia di Pierre accanto al cesto appoggiato sul tavolino alla loro sinistra.
Alle otto di sera Pierre chiude l’ufficio, conta gli studenti che gli rimangono e li porta fuori a cena.
Offre lui, naturalmente.
Questa è il tipico venerdì di Monsieur le professeur il quale si accinge a entrare in ufficio.
Pierre apre la porta con fare guardingo. Si ferma sulla soglia il tempo necessario per passare lo sguardo, quegli occhi vispi e attenti, su tutta la stanza. Sulla destra, ben piantato sulle gambe in legno di noce, c’è il vecchio attaccapanni, le braccia nodose allungate verso i quattro punti cardinali.
Pierre non pare farvi caso, poiché lo usa di rado.
Solo nelle giornate più fredde, sopra la giacca indossa il cappotto dal quale spunta, giocosa, una sciarpa in cachemire color panna.
A ogni modo l’inverno non è ancora arrivato.
Due passi più in là, adagiato alla parete, un mobile alto e fiero è di grande utilità al professore, provvisto com’è di numerosi cassetti di varie dimensioni.
Non un dito di polvere sul ripiano. Niente macchie né misteri. Solo uno schedario colmo di pezzi di carta manoscritti. Sono i compiti e le tesine degli studenti.
Sulla parete a sinistra è adagiato un armadietto e un divano. Ai lati della seduta due tavolini pieni di calle e lavande.
Pierre le sceglie con cura ogni settimana.
Accanto ai vasi una confezione di salviette per le mani provenienti dall’erboristeria di quartiere. Non conosciamo l’insegna, ma ci è nota la pazienza della proprietaria nell’ascoltare le bizzarre richieste di un cliente difficile.
L’ufficio è piccolo e accogliente.
Monsieur le professeur entra richiudendo la porta alle spalle.
Le note dei fiori lo avvolgono in un delicato abbraccio mentre si dirige a passi felpati verso la scrivania.
Pierre appoggia una mano sulla poltrona in velluto riservata ai visitatori, e si accomoda su una sedia morbida e dotata di braccioli, acquistata al mercato dell’usato e rimesso in sesto da un caro amico con la passione per l’artigianato.
La scrivania ha il legno vecchio e le finiture spicce, tipiche della produzione industriale. Il mobile non attira gli sguardi più audaci, in compenso è ben piantato e dotato di tutti i crismi di una scrivania inclusi i cassetti. Se ne contano tre sulla sinistra e uno al centro.
Pierre pone la borsa sul ripiano. La apre e riscopre un mondo fatto di penne e taccuini pieni di appunti.
Un raggio di luce filtra attraverso la finestra. Pierre si affaccia.
Una donna in bicicletta passa proprio in quel momento, i capelli svolazzanti a liberare l’espressione corrucciata di chi ha tanti pensieri.
Ha meno preoccupazioni l’anziana signora che si accinge ad attraversare la strada con la sua barboncina.
“Minnie”, la chiama, ed è un nome che ben le si addice poiché il musetto è dolce, incorniciato dal pelo color chocolate.
Pierre la guarda ancheggiare felice passo passo con la proprietaria.
Un gruppo di studenti arrivano appena in tempo per tornare all’Università.
“Bonjour professeur.”
“Bonjour Pierre.”
“Buongiorno, cari. Come state?”
Tra un bisbocciamento e l’altro un giovane balzandoso gli ricorda il corso.
Pierre guarda l’ora sullo smartphone.
“Scusate, cari. Devo proprio andare. A tra poco”
Ognuno ha le proprie esigenze. Pierre ha quella di specchiarsi. Lascia l’ufficio in favore del bagno dove trova, adagiato sulla parete sopra il lavandino, uno specchio dozzinale, senza cornice né luci ad hoc. Non è a casa sua e lo sa bene.
Pierre sorride a quel volto fresco, passa il dito sulla rasatura perfetta, si volta a destra e a sinistra, si avvicina a guardarsi meglio. E riscopre sé stesso.
È sempre una bella cosa per monsieur le professeur riscoprire sé stesso, perché ha una grande autostima.
Per completare l’opera prende dentifricio e spazzolino per la consueta pulizia dopo i pasti. Una passata di burro cacao sulle labbra et voilà, monsieur le professeur è pronto per la prima lezione.
Torna un momento in ufficio per posare la trousse e prendere la borsa, e si avvia verso l’aula magna.
Mancano dieci minuti all’inizio della lezione.
L’aula è già piena, gli ultimi arrivati stanno prendendo posto.
Toc toc toc.
“Prova, prova, provaaaa!”, il microfono funziona.
Non serve altro.
Pierre Colbert è solo in piedi al centro del palco.
Migliaia di studenti lo osservano trepidanti ed egli ricambia lo sguardo cercando di non prestare attenzione a come sono vestiti.
Il tripudio di fibre miste mal si adatta all’eleganza dell’aula magna al punto che… “potrebbe prender fuoco. Coi tessuti acrilici basta poco. Un fiammifero, una scintilla e addio ai secoli.”
“Grazie a tutti per esservi iscritti al mio corso. “, esordisce monsieur le professeur per scacciare i brutti pensieri sul fuoco.
“Premetto che non ci saranno slide. Questo perché desidero che vi concentriate su di me, sulle mie parole, sulla mia bellissima figura.”
Gli studenti scoppiano in una fragorosa risata.
“Dunque, baldi giovini e signorine intelligenti, bando alle ciance. Potrete accedere alle dispense del corso poiché, come si dice, scripta manent verba volant; anche se quando si tratta di me rimangono impresse sia le parole che gli appunti.
Ordunque, cominciamo.”
Gli studenti sperano che inizi per davvero.
“Sono contento di vedervi così numerosi. La vostra partecipazione mi commuove. Per questo motivo, come ho accennato nella presentazione di questa mattina, il corso seguirà un programma preciso. È il momento di pensare all’oggi e togliere il velo sulla Monna Li… ehm, sul corso incentrato su René Descartes, che non vuol dire senza carta, ma vuol dire…”, dice Pierre facendo cenno agli studenti di completare la frase: “Cartesio!”, esclamano in coro.
“Bravi, cari. Dunque, in questa prima lezione esploreremo diversi aspetti di Renato. Parleremo della sua vita, focalizzandoci sugli studi al collegio di La Fleche.
Scopriremo come questi studi abbiano condizionato il suo pensiero portandolo a porre le basi per il discorso sul metodo. A proposito, chi di voi l’ha letto?”
Un discreto numero di mani si solleva. Non molte a onor del vero.
La lettura non è tra le attività predilette degli studenti.
“Poco male perché il discorso sul metodo è il libro di testo per questo corso. Potrete leggerlo nel formato che più preferite, anche in e-book”, aggiunge Pierre con un brivido di disgusto. “Procuratevelo senza spender troppo. Non mi interessa dove. È un’ottima occasione per riscoprire le meravigliose biblioteche di Parigi e dell’Università. Anche la vecchia soffitta dei vostri nonni può fare al caso vostro.
Andate e disperdetevi alla ricerca di questo libriccino consunto e sarete testimoni del detto: chi cerca trova.”
Gli studenti, conquistati dai modi pratici e poetici di Pierre, annuiscono e prendono nota.
Il gesto non sfugge a Monsieur le professeur.
“Bravissimi, cari. La carta è la migliore amica di chi studia e non dimentica. Prendete appunti, cari e care. Mi fermerò quando le vostre penne staranno per prendere il volo verso l’infinito e oltre.”
Risate felici riecheggiano nell’anfiteatro.
“Bene. Dunque cominciamo la lezione con un cenno biografico piuttosto importante. Alcuni di voi sapranno, e chi non lo sa lo scopre ora, che René Descartes nacque il 31 marzo 1596 in un piccolo villaggio un tempo chiamato La Haye en Touraine, poi ribattezzato Descartes, in onore di Renato.”
Pierre passa lo sguardo sulla galleria.
“Buongiorno anche a voi, cari. Sentite bene?”
Risate e cenni di assenso sono la miglior risposta per Pierre che continua.
“Furono anni lunghi e importanti durante i quali accaddero molte cose. Il giovane René era cresciuto senza madre, poiché Jeanne Brochard era venuta a mancare quand’egli aveva solo un anno. Il padre Joachim, avvocato, era un uomo freddo e distaccato. René trascorse l’infanzia con la nonna materna e la nutrice. Insieme ai suoi fratelli seguì le lezioni di un precettore che gl’impartì un istruzione elementare.
Fu a causa del suo pallore e della tosse costante che fecero sembrar il bambino malaticcio e senza grandi speranze per l’avvenire, che tardarono l’inserimento in collegio.
Come vedremo poi, Cartesio in realtà visse e sarebbe sopravvissuto a suo padre e sua sorella. Se soltanto si fosse coperto meglio quell’inverno alla corte di Svezia…”, aggiunge con un sospiro ripensando alla dipartita di Descartes avvenuta a Stoccolma l’11 febbraio 1650.
“Furono anni lunghi per il giovane René che si ritrovò a passare intere giornate, e nottate, nel prestigioso collegio dei gesuiti. È bene ricordare che René proveniva da una famiglia nobile. Si ricorda, della sua famiglia, il nonno che si chiamava proprio come me, Pierre. Un bel nome, non trovate?”
Gli studenti ridono e applaudono, divertiti.
“Ebbene, cari, del nonno Pierre sappiamo ch’egli era un medico, e il padre di René, Joachim, avvocato a Parigi. Nel 1585 il furbetto acquistò la carica di consigliere del parlamento di Bretagna. I Descartes possedevano terre e averi tali da non lasciar loro preoccupazioni.
René ricevette un’ educazione ch’ebbe modo di sviluppare dal momento in cui varcò il portale del collegio di La Fleche; un’istituzione la cui fama sopravvive ancor oggi per la qualità dell’insegnamento e le numerose menti cui è stato impartito.
Potete visitarlo, se volete. Lo riconoscerete certo, con la facciata imponente, le alte finestre e quel portale di cui vi dicevo, circondato di marmo istoriato. Sul tetto, a ridosso di una cupola, svetta ora il tricolore francese che al tempo di
René non c’era. Correva il dì di Pasqua dell’anno 1607 quando il pargolo vi mise piede per la prima volta scoprendo, un passo dopo l’altro, i lunghi corridoi, un’ampia e fredda stanza con i pagliericci disposti sul pavimento in legno, era il dormitorio, le aule dedicate all’insegnamento, gli spazi per la preghiera e la chiesa, ora pro nobis, sulle cui panche ecclesiastici e studenti si accomodavano per la messa domenicale. Impossibile saltarne una poiché i gesuiti, che alle cinque del mattino già lasciavano le cellette, erano severi e sempre all’erta. Venir meno all’appuntamento era fuori discussione, a meno che non si fosse malati al punto da ritrovarsi alla soglia del paradiso. E a quel punto, care e cari, non saltava solo la messa.”
Gli studenti che fino ad ora si erano lasciati guidare dalla storia, prorompono in una risata. Capiscono perché il corso
è un tale successo di pubblico e al tempo stesso si chiedono se sia incentrato su Cartesio o su Pierre.
Proseguiamo e scopriremo.
“Ordunque, cari e care, i gesuiti erano tutti d’un pezzo. Le regole all’interno dell’istituto erano rigide proprio come il pensiero. In men che non si dica il giovane René si ritrovò a trotterellare da un’aula all’altra. Ben presto sui suoi gomiti si stampò il segno lasciato dalla dura superficie dei banchi. Tante erano le materie insegnate. Una cosa mi preme dire, anzi due: gli insegnanti erano gesuiti e non erano simpatici come me.”
Gli studenti non riescono a trattenere le risate. Ormai li ha conquistati, col brio e i profondi occhi neri, il passo baldanzoso, le mani ad aprirsi e congiungersi come in preghiera, la voce che si alza e si abbassa a scandire ogni emozione. Impossibile per chiunque distrarsi.
Pierre è uno schermo a colori in un mondo di grigi.
Nella vita passata era un entraineuse.
“Quattrocento anni son passati. La patina del tempo cancella molte cose, ma alcune sono giunte fino a noi. Sappiamo che a La Fleche René conobbe studenti provenienti da ogni angolo di Francia. Con loro egli intraprese un percorso di studi lungo e impegnativo: tre anni di grammatica, tre di studi umanistici e tre di filosofia. Trinità in tutto e per tutto, cari e care.”
Grandi risate.
“E non finì qui perché coloro che avessero voluto intraprendere la carriera ecclesiastica, avrebbero continuato per altri cinque anni con la teologia e le sacre scritture. Fu proprio questo il caso del nostro amico, René Descartes.”
Un silenzio carico di significato accoglie quest’affermazione.
È un dettaglio importante poiché pochi avevano riflettuto sul fatto che Descartes avesse studiato tanto a lungo. Certo in passato le cose erano diverse. La vita scorreva più lenta e al contempo più fragile.
“Come si evince, molti furono gli anni che René trascorse a La Fleche. Quattordici anni, cari. Poiché la matematica non è un’opinione. Ne aveva undici quando entrò in collegio e venticinque quando uscì. Un tempo lungo e decisivo poiché, cari e care, sapete bene voi che l’avete attraversata quanto sia importante l’adolescenza. Siete fautori e testimoni del passaggio dall’adolescenza all’età adulta.”
Gli studenti annuiscono con un pizzico di sorpresa.
“Ordunque, baldi giovini, come dicevo potete ben immedesimarvi nel nostro amico René. Potete vederlo aggirarsi per i corridoi del collegio, prendere aria nelle tiepide giornate primaverili nell’ampio cortile del palazzo, scambiare quattro chiacchiere con i suoi compagni. Le chiacchiere sono spesso opinioni. Parlando ci si conosce. Nonostante le rigide regole imposte dai gesuiti che prevedevano tra le altre cose il silenzio durante i pasti, fu possibile per René fare nuove amicizie. Una di queste sarà proprio quella con il prelato e futuro editore Marin Mersenne. La cosa non deve stupire poiché molti di coloro che frequentarono La Fleche sarebbero diventati ecclesiastici.
Cartesio era uno studente esemplare, attento e riflessivo. Passava molto tempo sui libri il che riconduce a un temperamento tranquillo e riflessivo. Era a suo modo curioso. La curiosità è ciò che muove il mondo poiché spinge le persone a porsi domande cercare risposte. Come per Leonardo Da Vinci prima di lui, e più di recente Galileo, anch’egli si approcciò agli studi in maniera attiva. La passione per la matematica unita all’audacia e testardaggine che sempre accompagnano i geni e gli scopritori, lo portarono a considerare il sapere tutto come un insieme di nozioni e concetti da riscoprire.
René Descartes, giovane scolaro, cresceva in statura e intelletto. Una crescita ben visibile, proprio come per i suoi coetanei. A differenza della maggior parte, non si apprestava a prender tutto per vero.
René, fervente cattolico, assisteva con piacere alla messa nella quale con vera dedizione si chinava a pregare.
Egli era un vero credente, e per amore verso Dio volle contemplare la natura per avvicinarsi all’Altissimo.
Senza perdersi d’animo, riordinò per concetti tutto il sapere acquisito in tanti anni, e li smontò. Poiché smontare non è distruggere bensì sezionare.”
“L’unico modo per venire a capo di un argomento complesso è metterlo nero su bianco, dividerlo in parti e risolverle singolarmente. Non è cosa da un giorno, cari.
Non è passatempo da quattordici luglio, anche se nel 1600 non si festeggiava.”
Gli studenti ridono.
“Ci vuole del tempo, unito a una buona dose di impegno, costanza e ironia. Certo, cari, perché una sana risata di tanto in tanto ci vuole. E dunque, ridiamo, cari, ridiamo insieme.”
I presenti scoppiano in una risata liberatoria al termine della quale Pierre Colbert prova a riprender parola.
“Car…”, e il resto si perde nel vuoto.
Il microfono ha smesso di funzionare.
Pierre armeggia, osservandolo come fosse un oggetto misterioso.
“Oh, la tecnologia del ventunesimo secolo.”, borbotta tra sé.
Un baldo giovane capisce il momento di difficoltà e corre ad assisterlo.
“Grazie, caro.”, dice mettendogli una mano sulla spalla.
“Cari, voi la in fondo non mi sentite, vero?”, grida Pierre rivolgendosi agli studenti abbarbicati nelle ultime file i quali rispondono scuotendo la testa.
È difficile capire cosa dice quando usa il microfono, figuriamoci senza.
Nel frattempo il giovane preme l’interruttore proprio nel momento in cui Pierre perde la pazienza:
“Porcaccia la mise… Oh, è tornata la voce!”.
L’espressione birichina non è sfuggita agli studenti le cui risate risuonano in tutta l’aula magna, dalla platea alle gallerie. A nessuno è sfuggita l’espressione barbina di Pierre, che ride con gli studenti e si ricompone, felice di poter proseguire. Prima, però, è giusto ringraziare colui che ha tolto le castagne dal fuoco, come si suol dire.
“Ebbene, cari, se possiamo riprendere lo dobbiamo al nostro caro amico, Monsieur… Come si chiama, caro?”, domanda porgendo il microfono al giovane di buona volontà.
“François.”
“E poi?”
“François Notre Dame de Tremont.”, dice lo studente con un certo orgoglio.
“Sua madre le voleva proprio bene.”
“Me ne vuole ancora.”
“Brava donna. Proviene da una famiglia nobile?”
“Non saprei.”
“Vedo che non le importa granché, caro, e fa bene. La nobiltà non sempre aiuta, specialmente durante le rivoluzioni.”, aggiunge Pierre con un ridolino.
“Ebbene, caro, la ringrazio a nome di tutti i presenti. La sua conoscenza tecnica in fatto di microfoni ci ha salvati.”
“Nessuna conoscenza tecnica, professore. Aveva spostato l’interruttore su off.”, risponde Notre Dame de Tremont facendo scoppiare l’aula magna in una sonora risata.
“Bene, caro. Capita anche ai migliori. Le sta piacendo il corso?”
“Sì.”
“Grazie, caro. Bene, continuiamo. Siamo quasi alla fine di questa prima lezione.”
Un moto di delusione si solleva dalle gallerie.
“Oh, non preoccupatevi. Ce ne attendono altre ventinove. Dunque, dov’eravamo rimasti?”
“A Cartesio che smonta la conoscenza per acquisirne una nuova!”, grida una voce femminile in un punto imprecisato della sala.
“Brava, cara! Non so chi sia né da dove venga, però una cosa è certa: lei è la voce della verità. Ordunque, cari, questo smontare la conoscenza per acquisirne una nuova, per arrivare alla verità, prende il nome di esperimento, meglio noto come il dubbio.”
Un mormorio si leva tra i presenti.
“Vedo i vostri occhi pieni di domande. Siamo qui, siamo al quid, siamo arrivati al dubbio. Il dubbio, cari signori e dolci signore, s’insinua in noi più spesso di quanto crediamo.
È il nostro amico più fedele anche quando non lo vogliamo. Ci accompagna nell’esistenza, conducendoci per mano attraverso le vicissitudini della vita.”
“La vita è tempo, il tempo movimento. No,”, dice Pierre anticipando alcuni studenti che stanno per alzarsi, “restate seduti.”
Intima con un sorriso barbino.
“Non travisate le mie parole perché vedete, la grande verità è che siamo sempre in movimento. Anche da seduti. Voi state facendo, senza accorgervene, una cosa meravigliosa. State ascoltando. La cosa meravigliosa è che state ascoltando me!”
Gli studenti prorompono in un applauso spontaneo, e un coro parte a scandire il nome di “Pierre, uno di noi.”
Monsieur le professeur si esibisce in un inchino tanto profondo che quando il naso si avvicina al pavimento nota un sassolino incastonato nella suola della scarpa sinistra. Preso da un moto di disappunto, piega il piede cercando di toglierlo, ma nulla da fare.
Gli studenti tacciono cercando di capire cosa stia facendo il professore. Pare stia nascondendo un tocco di fumo sotto le assi del parquet.
“Non sopporto i sassolini, specie quando si incastonano nelle scarpe.”
“Ha ragione, professore.”, dice uno studente.
“Lo so, caro. Ordunque, dicevo, che senza accorgervene, state facendo qualcosa di utile, anche se a un primo sguardo sembrate immobili, seduti sui vostri scranni, o per meglio dire le seggiole secolari che hanno ospitato tanti deretani e altrettante coscienze, ricordate di essere testimoni del cogito ergo sum! Dubito quindi esisto.”
Gli studenti faticano a seguire il discorso di monsieur le professeur, capace di passare senza sforzo alcuno dalla risata al serio insegnamento.
“Il dubbio, che si insinua in voi ogni giorno, non è da respingere come un capo di fibre miste.”
Gli studenti sembrano smarriti.
“Ebbene sì, siete tutti indossatori di fibre miste. Voi. Io no.”
Gli studenti continuano a non capire, allora Pierre, per nulla scoraggiato, propone la prova del nove.
“Scostate il maglione e guardate l’etichetta. Dai, dai.”, aggiunge dinanzi agli sguardi increduli e divertiti
.
Per la prima volta nella storia dell’aula magna il pubblico intero si alza a scostar gli indumenti per cercar l’etichetta.
Se in questo momento entrasse la presidentessa della Sorbonne a vedere cosa sta combinando Monsieur le professeur, egli risponderebbe senza imbarazzo che scoprire la materia e la qualità dei filati che si indossano fa parte della didattica. Anche se l’università non è una scuola di moda.
Pierre sostiene che bisogna essere informati su tutto, specie su ciò che tocca la nostra pelle.
Eccole dunque infine, le etichette tanto agognate. Tra le scritte minuscole che indicano istruzioni di lavaggio, e composizione delle fibre con le varie percentuali dalle quali si deduce che sono appunto miste, spicca la provenienza.
L’aula magna si riempie di voci.
“C’è scritto made in…”
“Bangladesh.”
“Pakistan.”
“Tagikistan.”
“Burgundi.”
Pierre scuote la testa sconsolato finché un “France!” lo riempie di gioia.
“Miracolooooo! Chi l’ha detto?”
“Io.”, esclama una studentessa sollevando la mano.
Pierre la vede e la guarda come un bambino che abbia davanti Babbo Natale con le renne il giorno di Ferragosto.
“Un’indossatrice di fibre pure nel ventunesimo secolo. Forse non ho vissuto invano.”, commenta monsieur le professeur con evidente emozione.
“Solo la sciarpa è in made in France, il resto è…”, spiega la studentessa.
“Non lo dica, cara, non c’è bisogno. La sciarpa basta e avanza. Il resto non voglio sapere. Dunque dicevo, tralasciando il discorso sulle fibre miste e su quelle pure per il quale ci sarebbe bisogno di fare un corso a parte, ma non me lo lasciano fare perché non siamo una scuola di moda…”, gli studenti ridono divertiti.
“Scusate, ho divagato. È il momento di tornare a René.
Dicevo, cari, che il dubbio non è da respingere, bensì dobbiamo accoglierlo in noi. È proprio il dubbio a farci sentire vivi, a dare un senso alle nostre esistenze. Altrimenti saremmo tutti degli automi, dei robot programmati. Il dubbio nasce dal pensiero. Il pensiero è una gran cosa, cari.
Da questa attività umana e primigenia nasce la filosofia cartesiana che affonda le radici nella scienza. René Descartes fu, prima di tutto, un matematico.
Vedete, cari, i più grandi geni della storia non furono i condottieri, gli imperatori, i generali. I più grandi geni furono coloro che migliorarono la condizione dell’uomo introducendo nuovi concetti, nuovi punti di vista.
Dal dubbio sono nate le più grandi scoperte.
Cogito ergo sum.
Bene, cari. Per oggi abbiamo finito. Se avete domande…”, una sfilza di mani si alza come a voler toccare il soffitto.
“Potete tenerle per la prossima volta perché si è fatta una certa ora.”
L’aula magna si riempie di risate. Parte un coro a scandire
“Pierre uno di noi.”
Da un punto imprecisato parte un’allegra melodia.
“Aspetti un momento, caro.”, dice monsieur le professeur rivolgendosi allo studente ballerino che ha cominciato a scandire il ritmo ancheggiando.
Il giovane ferma la musica.
Il rispetto prima di tutto.
“Un’ultima cosa mi resta da dirvi per oggi. Questa prima lezione è servita, spero, ad aprir la mente sul pensiero cartesiano. Nella prossima tratteremo l’opera primigenia di René, le Regulae ad Directionem Ingenii. Ci rivedremo tra pochi giorni. Nel frattempo fate i bravi e dubitate, dubitate sempre, specialmente quando siete in macchina o in motorino. Perché quando vi sentite troppo sicuri significa che state per andare a scentrarvi.”
Gli studenti prorompono in una risata e un applauso liberatori.
“Alla prossima.”
La lezione è ufficialmente finita. Il pubblico inizia a defluire verso le uscite. Pierre sorride a Françoise Notre Dame che ha seguito tutto seduto un poco in disparte.
Mentre ripone il taccuino nella borsa sartoriale, alcuni giovani gli si fanno incontro. Gli parlano, si complimentano.
Un giovane gli chiede un selfie.
“Ma no, caro. I selfie si chiedono a coloro che diventeranno santi e alle stelle del cinema, della musica, dello sport. Io per esempio ne chiesi uno a Mick Jagger, un po’ di tempo fa.”
“E lui acconsentì?”
“Certo, cari.”, risponde Pierre ai numerosi visi che pendono dalle sue labbra. “E mi parlò anche. Mi chiese se conoscevo delle signorine da presentargli qui a Parigi.”
“E lei cosa rispose?”
“Tutte quelle che vuole, caro!”
Gli studenti ridono. Da uno smartphone parte una canzone vivace, fatta di tamburi e gridolini. È Mick Jagger che intona “Please allow me to introduce myself.”, e gli studenti in coro: “Mon nom est Pierinel!”.
Pierre sorride. “Ottima scelta, cari. Sympathy for the devil è la mia canzone preferita. E non potrebbe essere altrimenti. Alla prossima, cari.”

