Leonardo Da Vinci, Una lezione alla Sorbonne: un racconto di Iris Bertrand
18 aprile 1516.
La vita è un lungo viaggio e posso ben dirlo proprio ora che, ormai anziano, mi ritrovo a scrivere queste memorie.
Sono nato a Vinci, ho vissuto a Firenze, mi sono spostato a Milano e vi sono rimasto per lunghi anni fino a che la città fiorentina mi ha richiamato a sé per oltre un lustro.
Alla corte dei Medici ho trascorso molte notti insonni, sempre dietro ai miei studi, fino a che il destino mi ha richiamato a Milano.
Posso tracciare un bilancio positivo della vita presso la corte milanese.
Gli Sforza si sono sempre mostrati gentili nei miei confronti fin da quel lontano 1482 quando inviai una missiva a Ludovico il Moro, domandandogli un impiego. Una lettera lunga, scritta rigorosamente in fiorentino, nella quale elencai le mie conoscenze scientifiche e ingegneristiche e, in fondo, quasi a mo’ di nota aggiunsi: “posso anche dipingere”.
Il signore di Milano mi accordò l’impiego e mi accolse come un principe, assegnandomi uno degli appartamenti al piano terra con affaccio sul cortile, quel cortile immenso dove dame e cavalieri e i membri dell’illustre famiglia sforzesca usavano passeggiare.
L’appartamento era spazioso e sembrava costruito apposta per me. Con un grande studio colmo di materiali per il disegno e un tavolo ove potessi condurre i miei esperimenti di chimico, con boccette e distillati di ogni genere e sorta e, di fianco, un ripiano di dimensioni contenute dov’ero solito condurre i miei esperimenti d’ingegneria. Il disegno tecnico stava alla base di essi. E l’ambiente tutto era preparato in funzione di esso. Righelli e compassi, lapis, penne d’oca e pergamene giacevano sparpagliate nel più completo disordine. Accanto allo studio vi era la stanza da letto, della quale non tenevo gran conto. Ero solito dormire poco, preso com’ero dai lavori per lo Sforza che mi portavano via gran parte della giornata a tal punto che riservavo alla sera e parte della notte per i miei lavori personali, quelli che mi appassionavano davvero.
C’era sempre qualche nuova formula da studiare, qualche equazione da risolvere, qualche nuovo metodo da scoprire e applicare. In ogni ambito. La vita scorreva così tra studi e scoperte e voci, sempre le stesse, ripetute, di paure per gli assedi – al castello degli Sforza ne sopportai quattro, ogni volta ringraziando l’architetto che aveva progettato i muri portentosi -, per le malattie, sono sopravvissuto a due epidemie di peste, e per le preoccupazioni che sempre la gente si fa in ogni epoca e luogo.
Ebbene fu proprio in questo clima di insicurezza e creatività che una mattina qualsiasi di metà luglio un messo venne a bussare alla mia porta, senza ricever risposta.
Era una mattinata fresca per essere estate, e correva il giorno del Signore, domenica. I rintocchi delle campane del Duomo giungevano festanti fin dentro le mura del castello. E, mentre le campane rintoccavano, il messo seguitava a bussare senza ricever risposta.
Mi conosceva bene, quel messo. Sapeva che a volte mi nascondevo apposta per non farmi trovare.
Non tanto da lui, ma dai consiglieri dello Sforza che si materializzavano ogni volta sulla soglia della porta, o mettevano il naso nella finestra lasciata aperta per sincerarsi del buon avanzamento dei lavori assegnatami dal gran signore di Milano.
Le armi. I metodi di distruzione gli stavano a cuore.
Ponevano molte domande e si prodigavano in consigli.
Erano consiglieri non per nulla, del resto, e io dicevo “sì sì” e davo loro qualche dritta sbagliata su come stavo procedendo. Anche perché non stavo procedendo affatto.
I consiglieri, dunque, li ascoltavo con apparente interesse e quelli seguitavano a bearsi della mia finta attenzione, dell’essere davanti alla presenza di un genio, della fama con la quale ho sempre avuto un pessimo rapporto perché mi faceva solo perder tempo. Non appena quelli se ne andavano, dimenticavo tutto e tornavo alle faccende dello Sforza: i cannoni.
Strumenti di morte che molti figli avrebbero portato via alle loro madri e io, consapevole di tutto ciò, non avevo fretta di occuparmene tanto che, all’orario convenuto, buttavo tutto all’aria – non ero granché ordinato – e tornavo a dedicarmi alle mie passioni.
Questo era quel che accadeva nei giorni ordinari.
La domenica era diverso.
I nobili avevano un gran rispetto per la religione. Rimanevano sempre a pregare per la loro salute e il loro denaro. Rispettavano sempre la domenica tranne quando dovevano progettare bombardamenti e preparare piani di guerra per difendere le mura dagli immediati assedi nemici.
Quella domenica il cielo era azzurro e limpido e la pace, vera o presunta, correva fin oltre i fossati del castello. Tanto bastava per rilassarsi.
Ebbene quella mattina il messo degli Sforza, che ho piacere di ricordare col nome di Marco, bussò ai miei appartamenti senza trovarmi. Non c’ero per davvero. Non ero lì. Marco lo capì e cominciò a cercarmi altrove.
Mi piaceva andare in giro per il castello con la mia balestra portatile o la cerbottana. Era un occasione per esplorare i passaggi segreti e testarle colpendo i bersagli in origine pensati per l’arco.
Marco mi conosceva abbastanza da sapere che alla comodità delle mie stanze preferivo la compagnia della natura.
Stalle e scuderie erano i luoghi dove mi piaceva riposare.
Lì trovavo pace dalle mille incombenze e dalle molte chiamate che ogni giorno ricevevo: Leonardo di qui, Leonardo di là, Leonardo chissà.
Mi piaceva gettarmi nella paglia con la gioia e la spensieratezza di un bambino, finalmente libero da calcoli balistici e incarichi d’ogni genere.
A proposito, un consiglio: quando sapete fare tante cose non ditelo. Altrimenti ve le assegneranno tutte e non avrete più tempo per altro.
Ebbene quella mattina me ne stavo tranquillo, sdraiato con la schiena sulla morbida paglia e gli occhi rivolti al soffitto rivestito in legno. Stavo godendomi la consueta pace in compagnia di un cavallo che, alla vista della cerbottana, aveva allungato il muso, incuriosito dall’oggetto.
“Oh”, dissi, accorgendomi dell’interesse del puledro, “ti piace?”. E mi avvicinai facendogliela annusare. Egli nitrì tutto contento e proprio in quel momento…“Maestro, maestro Leonardo!”.
Era la voce di Marco. Mandai gli occhi al cielo, o per meglio dire al soffitto, e mi alzai per andare incontro a quel pover’uomo che stava solo facendo il suo lavoro.
“Maestro Leonardo!”, esclamò di nuovo la voce, ora più vicina.
Uscii dalla stalla e lo vidi corrermi incontro tutto trafelato, una lettera tra le mani.
“Buongiorno, Marco. Cosa mi porta oggi? Chi mi cerca?”.
Il messo aveva il permesso, anzi il dovere, di verificare la corrispondenza prima di consegnarmela, onde evitare inutili perdite di tempo, messaggi ai quali non avrei dato risposta, assurde invenzioni e strane proposte.
Com’era accaduto anni prima per la comanda di un ritratto che mi aveva annoiato tanto quanto il soggetto dello stesso.
Ero a Firenze quando, nel 1503, un signore del luogo mi aveva ordinato il ritratto della sua amata moglie. Il suo nome di famiglia la diceva tutta. Francesco di Bartolomeo del Giocondo, aveva la fortuna di chiamarsi, e la moglie era la signora Lisa di Antonmaria Gherardini, detta anche Lisa del Giocondo.
Nei corridoi di palazzo si trattenevano le risate e si vociferava che ella amasse qualcun altro, ma queste sono chiacchiere alle quali preferisco non dar adito. Ebbene sì, considero quella commessa come una delle più noiose che mi sia capitata tra le mani. Iniziata ma mai finita, per noia. Mi son preso cura del soggetto ma non dello sfondo. E poco importa. Il committente ha più volte insistito che gli consegnassi l’opera ma io sempre ho rifiutato ammettendo che, ahimè, non era ancora finita.
“Non consegno un’opera incompleta”, gli avevo detto.
Ragion per cui ne avevo ancora molte con me. Ma questo non poteva saperlo. Mi aggradava far le cose per bene e, soprattutto, far tante cose. Il che non mi aveva impedito di applicarmici. Del resto la signora, a discapito del cognome Giocondo, era la prima a considerare quell’impegno un inghippo per i suoi impegni.
Le molte sedute richieste per l’esecuzione del disegno preparatorio – tanto mi bastava perché al resto pensavo io da solo nel mio studio senza che il soggetto continuasse a fissarmi con ansia – le avevano richiesto un certo sforzo d’animo e di corpo.
Lo ammetto. La signora Lisa, con quella sua espressione enigmatica, mi metteva ansia. Solo lei sapeva indugiare con quella strana espressione sul viso. Non si stava divertendo lei, io tantomeno.
Marco mi porse la missiva. “Un contatto da Parigi.”, disse asciutto, intendendo con quelle poche parole che non aveva voluto saper altro.
Grato della sua discrezione – era bene selezionare la posta senza impicciarsi dei miei affari – gli sorrisi, augurandogli buona domenica, e raggiunsi i miei appartamenti.
Richiusa la porta alle spalle, liberai con una decisa bracciata il tavolaccio colmo di carte e strumenti, aprii il sigillo, servendomi della punta di un tagliacarte, e dispiegai la missiva.
Il conte di Fontainebleau mi invitava a Parigi per trascorrere presso di lui un gradevole soggiorno.
La mia fama mi precedeva, aveva scritto, e sarebbe stato orgoglioso di ospitarmi nella sua casa situata sulla rive gauche, non distante da Notre Dame.
Guardai quella missiva con interesse.
Il conte era uomo di grande cultura. Aveva molto viaggiato frequentando i più rinomati salotti letterari e i palazzi di corte. Nel 1484 aveva intrapreso un viaggio che aveva toccato Napoli, Roma, Firenze, Venezia e infine Milano. La città meneghina era l’ultima tappa prima del ritorno a Parigi dove si era intrattenuto una quindicina di giorni ospite al castello.
Avevamo avuto diverse occasioni per discorrere.
Non amavo i salotti e Ludovico Sforza lo sapeva. Di solito mi risparmiava l’obbligo della presenza. A volte mandavo qualche giovane travestito da me. Lo chiamavo, lo pagavo, gli prestavo i miei vestiti, e via lo mandavo al posto mio con gran gratitudine e monete sonanti.
Per me il tempo era più importante del denaro e la fama era una scocciatura.
Quando era lo stesso Sforza a richiedere la mia presenza non potevo sottrarmi. Sfoderavo il vero me, con la mia tunica, il mio sorriso, il mio genio rabberciato. Mangiavo, bevevo il giusto e rispondevo alle domande che il duca mi rivolgeva.
Era ossessionato dai progetti per le armi.
Fu durante uno di questi incontri che una sera incontrai il nuovo ospite. Si avvicinò per parlarmi e scoprii un uomo nobile eppure pieno di interesse per l’arte e per l’ingegneria.
Mi piacque intrattenerlo con alcuni dettagli che lo riempirono di meraviglia. Poco prima della sua ripartenza, gli aprii le porte del mio studio e gli mostrai le mie opere.
Alcune risalivano ai tempi di Firenze, altre erano gli studi del bianco e del nero che risalivano ai tempi del Verrocchio.
Avevo sempre portato con me, nei miei viaggi, quel che mi apparteneva e, sebbene avessi acquisito negli anni sempre maggior dimestichezza e venissi ormai chiamato maestro, non mi davo mai per completo. Consapevole che le basi sono importanti, avevo conservato con cura gli schizzi e gli appunti degli anni di apprendistato.
Amavo la riservatezza sopra ogni cosa e la mia passione per lo studio non era alla mercé di tutti. Il conte lo sapeva bene e volle mantenere i rapporti. Decine di lettere presero a viaggiare sulla rotta tra Parigi e Milano.
Non era la prima volta che mi invitava a Parigi.
Fino ad allora avevo sempre declinato per impegni personali oltreché professionali.
Quella volta, tuttavia, ero in un buon momento. La mia fama era consolidata, potevo permettermi un viaggio.
Certo, avevo sempre progetti da seguire, ma questo faceva parte della quotidianità. Da quando avevo iniziato, non ero mai rimasto senza commissioni.
L’anno prima Luigi XII aveva richiesto le mie competenze in fatto di ingegneria e pittura. Era stato un piacere collaborare con lui, nonostante non parlassi la lingua. Il re si era mostrato paziente e le conversazioni si erano svolte con l’ausilio di un interprete.
La conoscenza della lingua non sarebbe stato un problema.
Il conte stesso, consapevole della mancanza di conoscenza della lingua franca, scriveva in fiorentino.
Considerate le circostanze favorevoli, mi recai dallo Sforza per chiedere il permesso di assentarmi il tempo necessario a intraprendere quel viaggio oltralpe. Lo Sforza me l’accordò e, poche settimane dopo, lasciai il castello a bordo di una carrozza, e partii alla volta di Parigi in compagnia di pochi bagagli: la tonaca rosa prima di tutto, l’immancabile cappello e qualche ricambio, libri, appunti e molte pergamene sulle quali annotare progetti e impressioni.
Fu un viaggio lungo, ma fortunato, senza impedimenti né aggressioni.
Il 12 ottobre del 1508 entrai per la prima volta in Parigi dalla porta sud.
Non appena superate le guardie, la curiosità prese il sopravvento. Scostai le tendine per dare un’occhiata alla moltitudine che, a tutte le ore del giorno e fino a tarda sera, si riversava per quelle strade impolverate. I ciottoli non avevano ancora preso il posto della terra, ed era ovunque uno stridio di zoccoli, nubi di polvere che si alzavano al cielo, il fango delle strade di città che sporcava le ruote già colme di quello delle campagne. Bambini che correvano ovunque pareva giocassero in quella poltiglia. Li guardai meglio e vidi che stavano prestando le giovani membra al lavoro.
Trasportavano pacchi da un posto all’altro, mettendo a dura prova i loro corpi esili e gli abiti laceri che li ricoprivano, già inzaccherati dal giorno prima. Soltanto la pioggia o le correnti sporche della Senna potevano lavarli. I mugnai sudavano copiosamente nei loro forni, ciabattini ingobbiti lustravano le scarpe dei signori accomodati su sedie in paglia, continuamente sporcate dalla polvere sollevata dai carri, carrozze e carretti trainati dai barrocciai che, tenendosi sulla destra, passavano così vicini alle botteghe da poter cogliere un frutto semplicemente allungando la mano.
Era metà pomeriggio e il cielo azzurro godeva ancora della luce dell’ultimo sole autunnale, così come tutti coloro che stavano sotto di esso, sulla nuda terra, rompendosi le scarpe, per chi le aveva, e scorticandosi i piedi, per chi non le aveva, e pur con ciò continuando a camminare verso mete che solo loro conoscevano.
Chi si ferma è perduto.
Questo pensiero pareva fissato nelle menti di tutti, giovani e vecchi, ricchi e poveri, donne e uomini e persino bambini che troppo presto avevano concluso l’età del gioco per iniziare quella del lavoro.
Ognuno era indaffarato e nessuno fece caso alla carrozza sulla quale viaggiavo. Per quelle strade passavano ogni giorno centinaia di nobili, decine di membri della corte e, qualche volta, persino il re in persona.
Duecentocinquantamila anime risiedevano all’ombra della Senna sotto il regno di Luigi XII.
La carrozza proseguii inoltrandosi nelle vie del Quartiere Latino ove palazzi signorili dalle facciate in legno e dai tetti spioventi si stagliavano ai lati delle strade, colme ora di botteghe di prim’ordine.
In quei palazzi si tenevano i salotti, ospitavano feste e circoli intellettuali cui si era ammessi solo su invito.
Il popolino non vi entrava mai, tutt’al più gli veniva concesso di fermarsi davanti al portone per qualche istante a contemplare quel che non poteva permettersi, per poi esser cacciato via dal portiere.
Erano i salotti degli intellettuali.
Era il quartiere della Sorbonne, il centro di studi fiore all’occhiello di Parigi, vantava trecento anni di storia.
Gli studenti e i professori discorrevano tra loro in latino: la lingua dei dotti, che ha dato il nome all’intero quartiere.
Il viaggio proseguì finché la carrozza si assestò a uno svincolo il cui traffico era bloccato.
Il Pont Saint Michel brulicava di case basse oltre le quali si scorgeva il profilo di Notre Dame.
Quelle case ammassate mi ricordarono quelle di Ponte Vecchio a Firenze.
Le più grandi città erano state costruite sui fiumi. Londra, Parigi, Roma, Firenze, Venezia.
Milano cercava di rincorrere col mio progetto per i Navigli.
Dalle case vidi affacciarsi una moltitudine di vita.
Alcune donne svuotavano i pitali nelle acque già lorde della Senna ove le correnti, prodigiose, agivano portando via lo sporco; altre uscivano percorrendo il ponte verso la rive gauche o, al contrario, attraversandolo in direzione della rive droite dove altri ponti, altri quartieri, attendevano di essere scoperti.
Era tutto un brulichio di vita, un passare veloce, un nitrire di cavalli richiamati dall’incessante odore di sterco e paglia sporca che ammorbava tutta Parigi. Come le acque della Senna.
Ciò non impediva ai brigantini, ai bragozzi, alle chiatte, alle golette, ai trabaccoli, a imbarcazioni d’ogni genere, di navigarle.
La carrozza riprese un poco a muoversi e rimase a metà della svolta a sinistra. Quella posizione mi divenne comoda per meglio osservare le rive del fiume ove, a intervalli regolari, si affacciavano porti e porticcioli e strane aperture nelle mura conferivano accesso a passaggi segreti che conducevano chissà dove.
Non mi stupii di quelle aperture. Sapevo bene come ogni grande città avesse una parte a cielo aperto e una sottoterra.
I sotterranei prendevano il nome di catacombe e si narra che quelle di Parigi fossero particolarmente lunghe e si snodassero ben oltre i confini cittadini.
La carrozza avanzò sul Quai che costeggiava la Senna.
Eravamo ancora sulla rive gauche.
Un quarto di lega più avanti il cocchiere accostò dinanzi a un caseggiato la cui facciata era composta di robusti pannelli in legno che proseguivano in verticale e in diagonale, alcuni gialli, altri color del legno a formare una costruzione come molte se ne possono trovare ancora nel centro storico di Rouen.
Scesi dalla carrozza e misi piede per la prima volta su suolo parigino.
Il conte di Fontainebleau mi accolse con tutti gli onori.
Mi offrii di riposarmi, cosa che rifiutai, e mi propose un bagno, che accettai volentieri.
Pulito, rinfrancato e saziato dalle gioie culinarie proposte dal cuoco del conte, tra le quali riscoprì con piacere i bastoncini di liquirizia di cui vado sempre ghiotto, il conte prese a parlarmi della discendenza nobile della sua famiglia e della residenza al castello di Fontainebleau, a poche leghe da Parigi.
Di come impiegasse detta residenza solo come ritiro estivo e, nel resto dell’anno, amasse dedicarsi agli affari dalla sua casa parigina.“A Parigi c’è il mondo. E benché la città sia sporca e la gente affamata, la storia ci insegna che è sempre stato così.
Per un uomo d’affari come me è importante essere nel fulcro del commercio. Non sono ancora tanto vecchio da ritirarmi in campagna.”, mi disse con un sorriso.
“È vero, conte. È un uomo nel pieno degli anni e ancor di bell’aspetto. Il suo posto è qui, a Parigi.”
Quanto avevo detto corrispondeva al vero. Il conte aveva da poco passato la quarantina e teneva ai suoi affari tanto quanto al suo aspetto. Disponeva di un guardaroba impeccabile, sempre aggiornato in fatto di moda del tempo, ma attento anche a non mostrarsi troppo con fantasticherie che spesso i sarti proponevano ai clienti e alle dame.
Della casa il luogo che più apprezzava, dopo lo studio che ospitava una magnifica libreria, era la sala da bagno ove i preparativi che anticipavano ogni uscita richiedevano quasi un’ora.
Tempo durante il quale egli amava radersi perfettamente per mezzo del rasoio a mano libera, imbellettarsi e profumarsi corpo e capelli con una fragranza alla lavanda.
Un bell’abito elegante, un ultimo controllo al grande specchio ovale e pochi minuti dopo usciva nel mondo.
Tanta cura era motivata dall’importanza dei suoi incontri.
Per lo più commercianti di stoffe e spezie, commercio, questo, che aveva intrapreso fin dall’inizio, ereditandolo dai suoi avi.
Questo comportava un’ottima preparazione anche in fatto di legge e a tal riguardo egli aveva conseguito, anni prima, una laurea in giurisprudenza alla Sorbonne.
Già di per sé rimaner aggiornato sulle leggi rappresentava un impegno costante poiché significava star dietro ai numerosi cambiamenti portati dall’umore dei regnanti; ma il conte aveva anche altro per la testa.
“È un periodo tranquillo, tutto sommato, e si fanno ottimi affari. Tuttavia non voglio passare la mia vita a pensare soltanto al denaro. Vede, maestro, io non ho pensieri particolari.”, mi disse una sera qualche giorno dopo il mio arrivo. “La mia cara moglie, Françoise, contessa di Noailles, non potrebbe essere più felice e i nostri figli sono grandi ormai. Grazie a Dio non ho preoccupazioni economiche e questo mi ha permesso di dedicarmi alla passione per l’arte e per la conoscenza. Per questo motivo sono lieto di invitarla alla Sorbonne ove, se accetterà, verrà accolto con tutti gli onori. Sono molti i professori e gli studenti che vorrebbero stringerle la mano e scambiare qualche parola con lei, maestro. E saremmo davvero onorati se potesse intrattenerci con una lezione.”
Quella proposta mi colse di sorpresa.
“Una lezione?”
“Sì, maestro, una lezione.”
“Ma, come ben sa io non sono uomo di lettere, non conosco neanche la lingua.”
“Non si preoccupi per questo. Capiranno le sue parole. Le lingue sono cose di poco conto quando si ha davanti un genio.”
“Oh, lei è troppo gentile. Ma, vede, io sono un uomo pratico. Non mi soffermo troppo sulla teoria, ma conduco esperimenti, solo soletto, nel mio laboratorio. Non sono professore e non ho mai seguito studi accademici.”
“Non è necessario che lei insegni, maestro.”
“E allora quale sarà l’argomento della lezione?”
“Nessuno in particolare. Basterà che lei si racconti.”
Il conte mi aveva colto alla sprovvista, ma dinanzi alla sua insistenza non potei rifiutare.
“Va bene, per quando vuole organizzare?”
“Quando vuole lei.”
“Facciamo tra un paio di giorni?”
“D’accordo.”
“Posso portare la cerbottana?”
A quest’ultima domanda il conte aggrottò la fronte, come se non avesse ben capito. Gli sorrisi, facendogli un cenno con la mano come per dire ‘niente di che’ e mi dileguai con sussiego.
Due giorni dopo la carrozza mi attendeva davanti all’abitazione del conte.
Per l’occasione avevo indossato la mia amata tunica color rosa antico, un colore che faceva voltare la testa a molti passanti.
Non diedi confidenza a nessuno e continuai nel mio.
La carrozza si mosse e prese una serie di stradine interne finché, pochi minuti dopo, si fermò in una piazza: eravamo arrivati alla Sorbonne.
Il mio sguardo si posò su quell’antico edificio che aveva ospitato, nel corso della storia, centinaia di migliaia di studenti e professori delle materie classiche e umanistiche e forgiato menti brillanti, governatori, politici, nobili, matematici, filosofi, e scrittori.
Gloriosa roccaforte della scuola latina, la stessa frequentata dai miei fratellastri e da tutti i nobili, ma non da me.
Io, omo sanza lettere, non avevo studiato nulla di tutto ciò.
Avevo ricevuto nozioni di matematica commerciale alla scuola di abaco. Il resto l’avevo appreso da autodidatta.
L’assenza di una formazione classica aveva suscitato il disprezzo dei miei detrattori che mi guardavano dall’alto in basso.
Ciononostante il loro giudizio non mi importava. Nulla avrebbe posto in dubbio le mie convinzioni, a tal punto che spesso usavo firmarmi come ‘Leonardo Da Vinci, discepolo dell’esperienza’.
Ero cresciuto ben al di fuori del pensiero tradizionale e ne andavo fiero.
Le critiche ricevute a Firenze e a Milano si sciolsero come neve al sole alla Sorbonne, dove venni accolto con ogni onore.
Mentre percorrevo i lunghi corridoi, molti studenti e professori si avvicinarono per stringermi la mano e, dinanzi ai saluti in latino, risposi in fiorentino. Essi rimasero dapprima stupiti ma subito si riebbero e presero a parlarmi nella mia lingua.
In questo modo procedetti, scoprendo a ogni passo il piacere di trovarmi in quel luogo pieno di storia.
La Sorbonne era una struttura imponente e articolata.
Dovetti attraversare molti corridoi e cortili, adornati di statue e giardini, spostandomi da un edificio all’altro per raggiungere l’ingresso dell’Anfiteatro.
Ero abituato agli ambienti del castello sforzesco e al palazzo dei Medici, ma nulla era paragonabile a una sala di tal portata.
I soffitti parevano toccare il cielo, migliaia di sedute andavano aprendosi a ventaglio in platea e in galleria.
L’ambiente rifletteva la grandiosità della storia e la magnificenza della conoscenza.
Al mio ingresso tutti i presenti si alzarono.
Studenti e professori.
Non c’era un posto vuoto.
Sentendomi più discepolo che professore, feci per andare a prender posto tra loro quando un uomo corpulento, vestito di una toga scura, si fece avanti e mi richiamò sul palco.
Qualcuno gli si rivolse chiamandolo ‘Monsieur le President’ e non ebbi alcun dubbio che fosse davvero il preposto alla gestione di quella magnifica università.
Lo raggiunsi sul palco dove c’era una cattedra e una seduta.
Forse era sempre stata lì o forse era stata preparata per l’occasione. Non domandai né volli sapere perché, a ogni modo, decisi di non accomodarmi.
I professori sedevano in cattedra, ma non io. Io non insegnavo.
E mentre Monsieur le President si destreggiava tra appellativi altisonanti, io rimasi in piedi a scrutare quel pubblico che pure mi osservava con curiosità.
Infine gettai un’occhiata all’uomo ed egli parve capire perché, dopo qualche istante, smise di blaterare titoli che non possedevo.
Un silenzio cadde nell’anfiteatro. Soltanto si udirono i passi di
Monsieur le President che si metteva a lato, lasciandomi solo al centro del palco.
Era dunque il momento di cominciare.
I presenti si aspettavano una lezione, eppure non avevo preparato nulla.
Il conte mi aveva suggerito di raccontarmi.
Mi feci coraggio e presi parola.
“C’è un motivo se sono qui a Parigi. È lo stesso motivo che mi ha portato a essere ciò che sono. La curiosità. La curiosità è il motore di ogni conoscenza. Fin da bambino sono sempre stato curioso. Osservavo ogni cosa. Qualche anno più tardi, durante l’adolescenza, la curiosità non si era affatto dissolta, tutt’altro. Era passata a uno stadio successivo, aveva compiuto un passo avanti.
Dalla semplice osservazione era nato un desiderio, ben preciso; desideravo capire il perché delle cose, come avvenissero. Cosa muove un oggetto, e come. Il ruolo dell’aria, di cosa è composta e come funziona. I moti delle acque. In breve: la natura intera. A Firenze, nella bottega del Verrocchio, seguii un lungo apprendistato. Lo studio delle ombre, la rifrazione della luce, l’anatomia, erano fondamentali affinché imparassi bene l’arte del disegno e della scultura, poiché il Verrocchio era un’artista, non un fisico. Pittura e scultura traslano gli oggetti, i soggetti, su carta e marmo. O bronzo, se si preferisce. Ma non solo di disegno e colori e prospettiva mi importava. La mia curiosità mi spingeva ben oltre. Allo studio dei fenomeni e di quella natura che tanto mi appassiona. Alla medicina, alla veterinaria. In breve: alla scienza.
La teoria va conosciuta e messa da parte per passare all’applicazione, all’esperimento. La prova pratica, il vedere gli effetti degli studi coi propri occhi. In questo modo sono nate le mie invenzioni.
Io non conosco il latino, e posseggo conoscenze basilari della matematica commerciale. Per il disegno ho appreso tutte le tecniche dal Verrocchio e mi è stato di grande aiuto lo studio dell’anatomia, lo studio del corpo umano e animale, per meglio riprodurre le forme e le proporzioni. E subito mi è stato chiaro che questi studi non sarebbero serviti solo per il disegno, ma per ben altro. Ampliare il campo delle conoscenze mediante gli esperimenti di fisica, calcolare la traiettoria di volo di un cardellino, di quanta forza necessita per librarsi nell’aria e restarvi.
Quante scoperte, quante invenzioni ho fatto mettendo da parte i libri e conducendo esperimenti.
Questi ultimi rappresentano più di ogni altra cosa il mio bagaglio d’esperienza. Ciò per cui sono qui oggi. Non ero preparato a questo incontro, ma ora che ci sono, ora che mi ascoltate, non voglio intrattenervi troppo con aneddoti e curiosità.
Soltanto voglio salutarvi dicendo: studiate, applicatevi, ma, soprattutto, abbiate passione, siate curiosi, ponetevi domande e cercate le risposte. I libri sono statici solo nella loro proprietà intrinseca, ma contengono ben altro. Concetti non da imparare a memoria, ma di cui dubitare. Ponetevi sempre domande, su ogni cosa. Siate curiosi e appassionati e vedrete quante soddisfazioni trarrete su questa terra che attende solo di essere scoperta.
Conclusi il discorso con un piccolo inchino.
Tutti i presenti si alzarono, tributandomi un lungo applauso.
Sorrisi, ripetei l’inchino e uscii dall’anfiteatro.
L’ambiente accademico non fa per me e i discorsi nemmeno.
Per un uomo come me, riservato e tutto concentrato sui miei progetti, era difficile raccontarsi dinanzi a un pubblico numeroso.
Stavo percorrendo i corridoi che mi conducevano all’uscita quando, pochi istanti dopo, mi accorsi che alcuni studenti si erano riversati fuori dalla sala.
“Maestro, maestro!”, e ci risiamo. Una manciata di loro si accostò con grandi sorrisi, e cominciarono a pormi domande. Le voci si sovrapposero in un incessante parlottio che nella mia testa si tradusse in un continuo ‘pi-pi-pi,po-po-po,ullallà!’.
Continuai per la mia strada. Richiamati dal gran chiasso alcune teste spuntarono fuori dalle aule aperte nelle quali si stavano tenendo lezioni, e guardavano con curiosità la causa di quel trambusto. Io non vi feci caso e passai oltre con gli studenti, instancabili, che tenevano il passo come se temessero di perdermi.
Avevo parecchia fame e non vedevo l’ora di sedermi tranquillo in un bel posticino per desinare.
Ma come fare con quei piccoli diavoli?
“Venite con me!”, dissi, suscitando grida di giubilo e maraviglia.
Essi si rasserenarono un poco e smisero con le loro cantilene sulla Vergine, la Vergine delle Rocce naturalmente, e i dipinti, e la Monna, e questo e quello e pi pi pi e po po po.
“Venite, venite… Andiamo a pranzo insieme!”, ripetei. E gran gioia e scoppi di risa si diffusero per il cortile che ci apprestavamo ad attraversare.
In tutto ciò avevo lasciato dietro il conte.
La carrozza mi attendeva a pochi passi dall’ingresso.
Dissi al cocchiere che li avrei raggiunti più tardi presso l’abitazione del signor conte e, senza attendere risposta, attraversai la piazza, inseguito dagli studenti.
Ci infilammo in una stretta via e ci accomodammo nella prima osteria dove il proprietario, alla vista di una simile compagnia, fu ben contento di accoglierci.
Unì i tavoli e prese le ordinazioni.
Pesce, carne e formaggio presero posto in tavola in gran quantità, accompagnati da del companatico.
“Ebbene, ora che siamo seduti a questa tavola imbandita, date il via alle vostre domande!”.
E non si fecero certo pregare. Uno dopo l’altro cominciarono a pormi i quesiti. Chi mi chiedeva della Monna, chi del Botticelli, chi del Brunelleschi, le cui voci su una presunta rivalità erano arrivate fino a oltralpe. Le voci erano vere, ma non volli screditare il mio collega, anche se ritenevo avesse evidenti mancanze. E poi la Vergine delle Rocce. E l’uomo vitruviano.
A tutto risposi con garbo, raccontando anche qualche aneddoto sulla loro realizzazione. Di ogni cosa parlai senza, tuttavia, cadere nella provocazione. Mai dissi una parola fuori posto sui miei colleghi pittori. Ognuno aveva la sua arte, ognuno il suo pubblico.
E a me, francamente, non importava granché della fama perché era un intralcio. I continui impegni erano una scocciatura perché toglievano tempo ai miei studi, a ciò cui volevo davvero dedicarmi.
Insomma, consigliai loro di non farsi distrarre dalle cose inutili.
“Ma ora è qui con noi!”, mi dissero.
“Sì, perché voi siete simpatici!”.
E grandi risa seguirono.
“Maestro, si dice che spesso non rispetta le consegne. È vero?”“Oh sì, certo!”
“E perché?”
“E non posso star dietro a un ritratto tutto il tempo! Tra le richieste dello Sforza e i miei studi, ogni tanto do una pennellata alle commesse minori, come la Monna, che ancora devo finire.”
E ancora vollero sapere della Monna, e li accontentai.
“L’espressione di quella donna…”, mi chiesero.
“Sta tutto nel sorriso, negli angoli della bocca. Eh sì, devo ammettere che ha fatto impressione anche a me durante la posa. Lei e il suo diabolico sorriso.”
E risero.
Mangiammo, bevemmo e conversammo con gran piacere.
Infine, arrivò il lieto momento.
Quei giovani mi andavano a genio. Tra le sfumature, avevo colto il lato birichino proprio dell’ancor giovine età. Negli adulti la giocosità va sfumando coi primi incarichi, sotterrata nelle trame della malizia, delle maldicenze, delle invidie.
Colto dal moto di simpatia ch’essi mi ispiravano, feci cenno al cameriere di sparecchiare.
Quando non restarono che i soli bicchieri colmi a metà di vino, trassi dalle pieghe della tunica la mia ultima invenzione, e la posai sul ripiano dinanzi a me di modo che tutti potessero ammirarla. Decine di occhi si posarono sullo strumento, e decine di occhi vi restarono, ammaliati da qualcosa che non avevano mai visto.
Pareva una cannuccia, ma non lo era. Pareva un bastoncino di legno di quelli che si raccolgono nei boschi, ma non lo era.
Lo presi delicatamente e l’aprii con mani esperte.
Il bastoncino si dispiegò in tre parti perfettamente saldate.“Un’asticella sottile, dotata di un piccolo foro al centro che l’attraversa in tutta la sua lunghezza. Questo foro serve per far passare i dardi. Quest’oggetto, furbo e portentoso, è il mio orgoglio: le ho dato il nome di cerbottana. Voi giovani, coi quali ho avuto il piacere di condividere il desco, state osservando una versione modificata. Come potete vedere è pieghevole. Corta, leggera, tascabile. Un vero portento.”, dissi porgendola agli studenti. Tutti la guardarono sbalorditi e affascinati dal piacere della scoperta.
“La si potrebbe scambiare per un lapis per quanto è sottile. La raffinatezza e il volume moderato potrebbero indurvi a credere che non sia dotata di buona portata. Tutt’altro! Quest’oggettino è in grado di scagliar dardi fino a un quarto di lega.”, spiegai.
Era una cerbottana meravigliosa. Ne andavo orgoglioso.
Quando parlai di dardi fu la fine. Gli studenti vollero sapere.
“Quali dardi ha inventato?”
“Oh, per questa ce ne sono di tre tipi. Quelli soporiferi, che fanno addormentare. Particolarmente consigliati per i professori, quando le lezioni sono troppo lunghe e noiose.”, dissi facendo l’occhiolino e suscitando uno scoppio di risa.
“Poi ci sono quelli che danno il prurito. E, infine, quelli avvelenati.”
La tavolata piombò in un grave silenzio.
“Ma… Quelli avvelenati… Non uccidono, spero.”, disse un allievo.
“E come no! Certo che uccidono. Mi servono per difendermi.”“Li ha mai usati?”
“No. Ho fatto la prova su un servo, però.”
na“E…”
“E poi gli ho dato l’antidoto! Beh, perché lo devo far morire così. No! Gliel’ho sparato in testa, e poi gli ho dato l’antidoto.”
“E poi è stato male?”
“No… Voglio dire… Ha giusto vomitato per un paio di giorni e poi era di nuovo come prima.”
Risate sommesse.
“E io glielo domandai: vuoi aiutarmi? E lui: sì! E io portai la cerbottana alla bocca e pfft! E via il dardo!”
“Ma non poteva avvisarlo?”
“E perché mai? Non avevo nemmeno avvisato i soldati degli Sforza che gli tiravo la freccia sull’armatura per vedere come rimbalzava. Eh! Se avviso si perde la naturalezza della reazione all’esperimento, fondamentale per lo studio dell’animo umano, giusto?”
Grandi risate.
“Tutto si fa per amore della scienza!”, proclamai.
La trattoria risuonò di risate al punto che anche l’oste si unì alla nostra tavolata.
Il tempo passava piacevolmente e si era ormai fatta una certa ora.
Era arrivato il momento di liberare il locale.
Pagai io per tutti e uscimmo nuovamente in piazza.
Gli studenti dovevano tornare tra i banchi e io presso la casa del conte.
Ci furono abbracci e strette di mano.
“Vi raccomando, ricordate l’esperienza! Leggete e sperimentate!
E via di cerbottana!”, e ciò detto mi congedai lasciandoli felici e avviando i miei passi verso la Senna.

