Il cappello a cilindro:
un racconto di Iris Bertrand
Monsieur Bonard era un uomo pieno di talento.
Dei molti tipi di talento presenti egli ne possedeva uno alquanto particolare. Nessuno come lui sapeva portare il cilindro.
La sua figura si distingueva per eleganza e compostezza in una Parigi luminosa e colma di speranza per coloro che avevano la possibilità di coglierla.
Monsieur Bonard faceva parte di coloro la cui vita era stata baciata dalla fortuna o, per meglio dire, di coloro che la vita aveva fatto nascere in una famiglia benestante.
Tuttavia dobbiamo pur mettere da parte la curiosità che ci spinge a saper qualcosa di più sulla sua fortuna, per spostare la nostra attenzione sul cappello a cilindro ch’egli portava con orgoglio e disinvoltura, poggiato su di una testa di medie dimensioni, come si conveniva all’epoca.
Che fosse estate o inverno, lo si vedeva passeggiare per i Boulevards, in un completo elegante e con l’immancabile cilindro.
Chi aveva avuto la fortuna di conoscerlo bene diceva, con assoluta franchezza, ch’egli non aveva mai rivelato il nome del sarto, autore di capi tanto raffinati.
In quanto ai completi, egli ne possedeva tanti da far la fortuna di una tintoria in Rue Rivoli cui li affidava sempre.
Per quanto riguardava i colori si poteva dire ch’egli fosse un pittore della moda. Amava i contrasti; proprio per
questo sotto il cilindro nero abbinava una giacca color panna mentre sotto uno color panna una giacca nera.
Un bastone in faggio era il suo fedele compagno d’avventura. Era di moda portarlo tra i signori e lo aiutava a sostenersi in tarda età.
Tuttavia, anche quando era avviato in quella parte dell’esistenza che rende le gambe pesanti e i ricordi malinconici, lo adoperava con garbo ed eleganza, facendolo volteggiare sovente alla maniera di Charlot.
Tanta raffinatezza non era ben vista dalla gente comune che considerava quell’uomo e la misteriosa dama che sovente l’accompagnava, la testimonianza di un’esistenza lontana, quasi appartenesse a un’altra realtà.
Oggi come allora, è tipico delle grandi città vedere la ricchezza passeggiare accanto alla povertà, l’abbondanza occupare lo stesso marciapiede della necessità.
Le carrozze in cui viaggiavano i signori, che avrebbero scoperto di lì a poco i primi modelli di automobile di cui qualche mano maestra andava tracciando le linee su carta per passarle poi in fabbrica, quelle carrozze trainate da cavalli muscolosi procedevano tra forti scossoni per via delle strade accidentate le cui buche mettevano a dura prova il mastice.
Questo non accadde mai a Monsieur Bonard poiché egli usava di rado la carrozza.
Nelle lunghe passeggiate invece gli era capitato spesso di imbattersi in gruppi di ragazzini scarni e cenciosi che si esibivano in pernacchie e piccoli dispetti.
Erano, costoro, poco più che bambini mandati a bottega.
In molte strade la parola scuola recava lo scherno riservato alla ricchezza.
Ebbene la storia ci conduce a quando, un giorno, Monsieur Bonard passando per la piazza di Notre Dame, s’imbatté in quei visetti cenciosi che di proposito si appostavano alle porte della cattedrale per ricevere una moneta da qualche anima appena redenta.
Vedendo Monsieur Bonard tirare avanti come di consueto, gli si avvicinarono prorompendo in pernacchie e risate.
Quella volta fu diversa dalle altre poiché egli, anziché proseguire, si fermò e con un sorriso sincero si tolse il cilindro, svelando al suo interno una gran quantità di dolciumi accuratamente impacchettati dalla vicina pasticceria di Boulevard Saint Germain.
Al veder quel ben di Dio i bambini sgranarono gli occhi e proruppero in grida di gioia.
Monsieur e Madame Bonard distribuirono loro i dolci. Le grida di giubilo e meraviglia si librarono così alte nel cielo che persino i gargoyle di Notre Dame parvero sciogliersi in un’espressione bonaria alla vista di altri bambini che accorrevano dai ponti e dalle strade.
I giovani continuavano a ricevere doni dalle mani generose di Monsieur Bonard e consorte.
Quali espressioni di meraviglia si disegnavano sui piccoli visi mentre guardavano le carte dorate sgretolarsi sotto le loro manine nell’atto di aprire la stecca di cioccolato fondente il cui aroma intenso si andava diffondendo nell’aria.
Era una vera scoperta, poiché la maggior parte dei bambini mai aveva assaggiato il cioccolato e le caramelle colorate ripiene di zucchero.
La piazza riecheggiava di risa gioiose e grida di ringraziamento. “Merci, Monsieur!”, “Merci, Madame!”, poiché Monsieur Bonard era un vero signore e la sua consorte non era da meno tanto che incoraggiavano i bambini ad avvicinarsi e prendere dolci anche per gli amici.
Molte manine si tesero quel giorno e tutti ricevettero un dono.
La gioia era tale che i bambini, tornando alle loro occupazioni, si attardarono nell’attraversare i ponti a passo di danza sventolando nell’aria il loro primo grande trofeo.
Altri parigini si affacciarono dai balconi che davano sulla piazza, finestre si aprirono e portoni si richiusero alle spalle di chi era sceso in strada. Sul Quai e in Rue de la Bucherie commercianti e viaggiatori assistettero alla stessa scena, i più vicini avendo la fortuna di vederla coi propri occhi, i più lontani ascoltandola dalle bocche dei diretti testimoni.
Monsieur Bonard terminò tutti i dolci quando ancora molte mani erano tese verso di lui.
Allora egli si toccò il cilindro e, con un inchino giocoso come quello degli attori al termine di una commedia, se lo tolse, rivelando una scorta di dolci nascosta nella fodera del cappello.
Fu così che i bambini ancora gioirono poiché c’erano dolci per tutti.
Uno dei più vivaci gli si fece appresso, chiedendogli il cilindro. Egli glielo diede e il bambino se lo mise in testa, ridendo.
Era un bambino come tutti gli altri, alto come un soldo di cacio e con quello strano coperchio in testa suscitò le risate dei presenti.
Da quel giorno in poi tutti i bambini si rivolsero al signore chiamandolo Monsieur.
La scena si ripeté innumerevoli volte nei quartieri di Parigi, a Les Halles come nelle Tuileries, nel Marais come a Bastille, a Bonne Nouvelle come in Place d’Italie. In tutti i quartieri egli portò i dolci, sempre custoditi nel cilindro, specie sul far della sera quando i bambini avevano finito il lavoro nelle fabbriche e nelle botteghe, e si accingevano a rientrare nelle loro catapecchie.
Proprio allora era musica per le loro orecchie il suono del bastone di Monsieur Bonard che batteva a ritmo regolare sulla terra e sul selciato.
Per molti anni la sua figura attirò l’attenzione e la curiosità degli adulti che si chiedevano chi fosse, da dove provenisse.
Ciononostante nessuno aveva saputo raccontarne la storia. Nessuno aveva avuto la fortuna di conoscere il suo passato.
Nacquero molte congetture a riguardo, nessuna fu confermata dal diretto interessato.
I primi bambini che l’avevano avvicinato a Notre Dame erano ormai diventati adulti quando Monsieur Bonard fu visto passeggiare l’ultima volta per i viali delle Tuileries, la figura ombreggiata dagli alberi le cui foglie cadevano, depositandosi a terra, nelle mille sfumature dei colori autunnali.
Una cadde sul cilindro di Monsieur Bonard e lì rimase.

