Un racconto di Notre Dame:
un racconto di Iris Bertrand
Françoise passeggia per le vie del quartiere latino. Ci sono ancora a Parigi angoli bucolici in cui val la pena rifugiarsi per fermarsi un momento, schiarire le idee e, perché no, leggere un buon racconto.
Che siano jardins o crocicchi ricavati tra due edifici non importa. Ciò che conta è fermarsi e prendersi tempo.
È con questo proposito che Mademoiselle Morant si siede su una panchina nel giardino a pochi passi da Notre Dame.
È l’alba.
“Neanche il tempo di riposare le giunture. Brrr, che freddo!”, il mormorio metallico di Roubaix arriva dritto alle orecchie di Françoise che concorda.
Siamo a fine ottobre.
Mademoiselle Morant indossa guanti, sciarpa e cappello, un paio di stivali e un cappotto elegante di buona fattura.
Le piace esplorare, ma vuole evitare di ammalarsi. Quando succede per qualche giorno deve deporre la penna sullo scrittoio in favore di una sana dormita.
In quanto a Roubaix non può lamentarsi.
Françoise la conserva come si deve, seguendo alla lettera i precetti del manuale della bicicletta.
Il giardino di Notre Dame si specchia nella parte occidentale dell’Ile Saint Louis. Il pont Saint Louis collega le due isole. Una volta attraversato, Place Louis D’Aragon è a due passi. È lì che Roubaix ha trascorso lunghi anni legata a un palo.
Françoise la guarda con affetto.
Roubaix è una bicicletta dal carattere forte; più volte ha rimesso gomma su quelle strade senza lamentarsi.
La luce dell’alba si deposita sul marmo di Notre Dame, ne addolcisce le cesellature, rischiara la piazza e i giardini.
I lampioni rimasti accesi tutta la notte si spengono.
È il momento di riposare mentre la città si risveglia.
Françoise è sola nel parco. Le panchine sono vuote.
Due file parallele di alberi ombreggiano il viale con i lunghi rami; a volte si sfiorano.
Le foglie ingiallite giacciono sparpagliate a pochi passi dalle radici, alcune resistono ancora sui rami.
Lo sguardo di Mademoiselle torna a posarsi sulla cattedrale.
Ogni giorno migliaia di persone si mettono in coda per visitarla o riscoprirla.
La struttura dell’abside si erge severa come tipico dello stile gotico.
A cento metri di altezza le grondaie terminano in sbuffi di arte marmorea. Volti animaleschi scolpiti nella pietra guardano Parigi notte e giorno da più di duecento anni.
Sono i gargoyle.
Mentre Françoise contempla la bellezza e l’imponenza di Notre Dame il tempo pare fermarsi.
Al polso di Mademoiselle le lancette dell’orologio continuano a muoversi.
Tic tac, ecco il tempo astronomico inventato dall’uomo scandito con regolarità.
Ecco il fruscio del vento autunnale passare tra le fronde degli alberi per depositarsi sulla ghiaia ai piedi di
Françoise che guarda la cattedrale e ascolta.
È un ascolto che ha ben poco di ordinario.
Non è come ascoltare una melodia di musica classica.
Ha a che fare col tempo, con la memoria.
Mademoiselle Morant ha un rapporto speciale con gli oggetti. È un dono del quale non ha mai parlato con nessuno, neanche con le persone che di tanto in tanto si presentano alla porta con il biglietto

È sempre lo stesso, scritto a mano e uscito dall’oggetto che fa impazzire chi lo possiede.
Françoise definisce questi casi misteri buffi perché non è mai accaduto che qualcosa abbia fatto del male a qualcuno.
Un manufatto si può rivelare dispettoso, come un gatto randagio quando taglia la strada a un husky.
La capacità di sentire e di comunicare con loro le ha permesso di risolvere molti misteri.
Mademoiselle Morant ha sempre tenuto in gran conto ogni cosa, associandole una precisa utilità e una storia.
Ogni oggetto ne ha una. Che sia un taccuino, un vestito, un arredo.
Tuttavia Françoise non si è ancora abituata del tutto.
Le capita tuttora di reagire con stupore quando qualcosa le parla.
Accade anche questa mattina quando la cattedrale si rivela a suo modo e coi suoi tempi.
Françoise sente il richiamo, l’invito a entrare.
Guarda l’orologio. È troppo presto. Mancano ancora un paio d’ore all’apertura. Dà un’occhiata a Roubaix il cui faro spento è rivolto verso il suo naso. Non aspettava altro.
“Colazioneeeee!”, sbraita la bicicletta, rompendo gli indugi. E ciò detto solleva il cavalletto pronta a rimettersi in moto. Non che possa prender parte a un pasto; non c’è modo di introdurre del cibo in una bicicletta ma, in quanto esperta compagna di viaggio e avventure, capisce le esigenze umane e tiene parecchio alle sue parti cromate.
Françoise si alza dalla panchina per incamminarsi verso casa. Anziché montare in sella pone una mano sul manubrio.
Roubaix ha qualcosa da ridire.
“Preferisci condurmi a mano perché a quest’ora sei troppo rimbambita per andare in bici?”
Françoise fa per cercare la risposta, ma Roubaix la prende in contro tempo e rincara: “Hai paura di cadere e sporcarti il cappottino gingilloso?”
Françoise ride di gusto.
“Sai, mi è venuta una grande idea. Questo sabato lo passeremo dai miei genitori. Mi accompagnerai e vedrai che bella accoglienza ti riserveranno.”
Se soltanto Roubaix potesse arrossire lo farebbe.
Non può, naturalmente, perché è già rossa.
In compenso emette un fischio talmente acuto che Françoise la guarda preoccupata.
“Sì sì, è proprio quello che sentirai durante il tragitto perché piuttosto che andare da quelli lì che mi relegano in cantina anziché farmi entrare in casa come merita una bici meravigliosa come me, sgonfierò le gomme di proposito. Tutte e due. E non ti basterà un ciclista per rimettermi in sesto perché, indovina un po’? Dopo cinquecento metri le sgonfierò di nuovo in prossimità di un bel palo.”, sciorina Roubaix tutto d’un fiato.
Però, che bicicletta tutta d’un pezzo.
A Françoise non rimane altro che allargare le braccia e arrendersi.
“Mi hai convinta. Niente visita ai genitori.”
“Puoi andare da sola se tanto ci tieni. La metropolitana esiste ancora.”
“No no, era solo una finta proposta per rispondere alla tua battuta sul mio cappottino gingilloso.”
“Lo so bene. Ti conosco.”
E con queste parole si interrompe la disputa.
Le due comari sono arrivate a destinazione.
In Rue Lagrange le porte della boulangerie si aprono per accogliere i primi clienti della giornata.
Il proprietario in cassa batte i primi scontrini, gli inservienti dietro il bancone servono cappuccini e croissants appena sfornati.
Françoise varca la soglia per uscirne poco dopo con una colazione a regola d’arte impacchettata in sacchetto di carta.
“Il cappuccino della boulangerie. Che sciccheria.”, commenta Roubaix, conoscendo i gusti di Françoise mentre riprende a condurla sulla strada di casa.
Françoise saluta il custode e si accinge a salire le scale con Roubaix in spalla.
La bicicletta potrebbe darle una mano dando un’accelerata su per i gradini, ma l’accordo stabilito fin dal primo giorno glielo proibisce.
Deve ricordarsi di essere una bicicletta, pertanto non può andare da sola.
Al primo piano un uomo sta chiudendo la porta di casa per andare a lavoro. È Monsieur Lanfort in completo blu, la cravatta rossa spicca sulla camicia bianca, la ventiquattrore nella mano destra, l’orologio al polso sinistro.
Monsieur non fa colazione a casa. Non ne ha il tempo.
Mademoiselle Morant lo intuisce dallo sguardo che indugia un istante di troppo sul pacchetto della boulangerie. Un sorriso e un bonjour prima di liberare le scale. Anche Roubaix lo saluta ma lui non la sente e, perfettamente ignaro dell’esistenza di una bici parlante, scende gli ultimi gradini, fa un cenno al custode ed esce nell’aria frizzantina di una Parigi autunnale.
Françoise gira la chiave nella toppa e apre la porta di casa.
Roubaix caracolla da sola in corridoio adagiandosi sulla solita parete. In questo si comporta come una bici normale. Ha il suo posto e lì rimane nella sua consueta posa. Non si schioda da quella posizione finché non deve uscire.
Françoise lascia la busta sul tavolo della cucina e si sposta in soggiorno per i pochi istanti necessari a nutrire il pesce rosso che boccheggia e fa una giravolta pinnando felice.
Mademoiselle si dà una rinfrescata con la saponetta di lavanda che conserva sul lavabo del bagno; si guarda allo specchio, i capelli sono un po’ scompigliati dal vento dell’alba, e torna in cucina.
Si accomoda a tavola, scarta il cappuccino e lo beve a occhi chiusi. È ancora caldo, cremoso e cioccolatoso.
La boulangerie aggiunge sempre un cioccolatino fondente.
Françoise pensa a Notre Dame.
Un’ora dopo è pronta a uscire.
“Vai e salutamela.”, commenta Roubaix col solito finto distacco di quando non può entrare in un posto.
“Te la racconterò.”, le promette Françoise mentre infila sciarpa e cappotto. Dà un’ultima occhiata alla borsa per controllare ci sia tutto. Penna e taccuino, rossetto, bottiglietta d’acqua, fazzoletti, crema idratante per le mani al… bisognerebbe scavare sul fondo per scoprire cos’altro c’è. Le chiavi sono sulla porta.
Françoise da un’ultima occhiata a Roubaix.
“Notra Dama ti aspetta. Salutami i gargoyle.”
“Lo farò.”
Da casa a Notre Dame il tragitto è breve.
La piazza è gremita.
Mademoiselle Morant entra nella cattedrale dalla porta centrale segnata sulle carte col nome di Porte de Jugement.
Notre Dame è una cittadella nella città.
Parigini e viaggiatori vi riconoscono un punto d’approdo, di studio, di riflessione.
Da oltre settecento anni guarda Parigi dall’alto delle sue torri e del campanile.
Teste di tutte le età e dimensioni si girano a destra e a sinistra.
Lungo le navate si affacciano quattordici cappelle istoriate in marmo, ognuna coi propri dipinti e iscrizioni a raccontarne la storia.
L’aria è colma di odore di incenso e candele.
Si ode lo scalpiccio di molti passi sul pavimento a rombi bianco e nero, e incessante brusio.
Chi la scopre per la prima volta volge lo sguardo dappertutto. Qualcuno cerca di porre rimedio alla propria ignoranza, ricorrendo all’audio guida.
Uno studente d’arte è intento a riprodurre su carta forme e proporzioni.
Maestose colonnate sorreggono volte a ogiva istoriate.
Il grande organo posto sotto il rosone sembra sostenerlo come un piedistallo.
Mademoiselle Morant osserva la cattedrale, cercando di catturarne l’essenza, la sua storia, il suo messaggio.
Nel transetto i passi si fermano e le teste si sollevano a guardare i rosoni specchiarsi dalla cima della porta del chiostro a quella di Saint Etienne.
Le vetrate secolari creano un meraviglioso gioco di luce e colori.
Dalle panche nelle prime file si ode il suono basso e instancabile delle preghiere. Françoise scorge un gruppetto di anziane intente a dire il rosario.
“Vegliarde.”
Chi ha parlato? Chi ha proferito un giudizio tanto severo sulle pie credenti che ogni giorno, col sole e con la pioggia, in salute e nella malattia, vengono a rendere grazie al Signore a Notre Dame?
Non è dato sapere.
La voce, bassa e profonda, non sembra appartenere a nessuno, né qualcuno pare averla udita.
Mademoiselle Morant vede una donna di mezza età nell’atto di accendere un cero. A pochi passi un signore vuole visitare le torri. Un appassionato di storia ricorda l’incoronazione di Luigi XIV. Un altro gli fa eco con quella di Napoleone. Un buon lettore ripensa alle gesta di Quasimodo nell’atto di salvare Esmeralda.
I bambini si danno al gioco. Eccoli svicolare dalle mani dei genitori per nascondersi dietro le colonne e nelle intercapedini delle panche; i più grandi, arrivandoci in altezza, cercano di spegnere le candele votive.
Diavoletti.
In quanto alle vegliarde le loro voci sottili e compatte riecheggiano tra le navate, pullulando fin nel legno del coro le cui sedute vengono usate in rare occasioni.
Mademoiselle Morant rimane calma e composta, sicura del richiamo avvertito nel parco poche ore prima.
Si dirige a passi lenti verso l’abside.
Ecco di nuovo quella strana sensazione, come se il tempo rallentasse.
I suoni le giungono ovattati.
Françoise passa la tomba del cardinale di Noailles e si ferma davanti a una porta. È una comune porta in legno senza decorazioni. Nessuna targa a indicare alcunché.
È aperta.
Mademoiselle Morant varca la soglia senza indugio.
Uno stretto corridoio la conduce a una scala i cui gradini in pietra arenaria procedono in salita e in discesa.
Spesso le cose più interessanti si scoprono sotto terra col favore delle tenebre. Mademoiselle sceglie la luce.
La salita la conduce a un altro corridoio largo e luminoso. È il passaggio che corre in parallelo alla navata, solo trenta metri più su.
Il cuore di Françoise batte forte.
È un punto privilegiato per osservare l’architettura gotica fusa in secoli successivi con altri stili.
Ecco gli uomini le cui numerose teste stempiate dal tempo e dalle preoccupazioni si muovono piano; da quest’altezza somigliano a formiche.
Il pavimento a scacchi. I candelieri prossimi all’altare.
Il leggio col Vangelo aperto a tre quarti. Odore di incenso. L’acquasantiera.
Pietra e marmo. Martello e scalpello.
Tutto a un tratto il presente svanisce in favore di coloro che furono.
Françoise percorre il passaggio finché, sul lato, una porta aperta le rivela la presenza di uno studiolo.
Una vetrata alle spalle dello scrittoio getta una luce particolare nella piccola stanza quadrata.
Non c’è nessuno.
Mademoiselle vi coglie un chiaro invito a entrare.
Nel caso in cui venisse scoperta e rimproverata, sarebbe pronta a porgere le sue scuse, presentare i documenti e spiegare, con voce vellutata, che sta facendo ricerche per un nuovo romanzo.
Questo cantuccio abbandonato manca di ogni comodità. È un buco freddo e umido.
Un panno guidato da una mano distratta è passato di tanto in tanto sullo scrittoio e sul rivestimento in cuoio di una vecchia seduta. Françoise ne testa la consistenza e si siede a un palmo da una candela spenta alloggiata in un candelabro d’argento istoriato. È l’unico lusso in questa fredda stanza.
Su una parete una piccola biblioteca contiene libri sacri.
L’altra è spoglia e piena di crepe.
Sullo scrittoio giace una penna stilografica abbandonata.
Il pennino gracchia, l’inchiostro si è seccato.
Un documento su carta da lettere col sigillo di Notre
Dame riporta la data di tre anni prima.
Accanto si trova una chiave.
Mademoiselle Morant la prende.
Un cassetto corre lungo tutto il lato dello scrittoio.
Una serratura in ottone lo chiude al centro.
Françoise lo apre.
Il cassetto contiene un fascio di fogli tenuto insieme da una rilegatura di fortuna. Colla e spago. È un manoscritto in francese scritto con tratto fine e ordinato. Tuttavia permangono sulla carta le macchie di allora, causate da un inchiostro scadente e una penna sbrecciata.
Mademoiselle Morant ha tra le mani le memorie di una donna vissuta molto tempo prima. Comincia a leggerle.
Mi chiamo Bernadette de Jufrenoy.
Venni al mondo il 15 giugno 1779 nella casa di famiglia a Saint Germain En Laye, nei dintorni di Parigi.
Mio padre, Denis de Jufrenoy, aveva ereditato le terre di famiglia e la tenuta che comprendeva qualche acro e il personale necessario per badare ai campi.
In casa di servitù ce n’era poca. Ricordo il sorriso del cuoco che mi faceva entrare in cucina e, seduta su di uno sgabello, lo osservavo preparare la cena.
Era uno dei momenti migliori della giornata quando, ormai stanca per i giochi e le lezioni del precettore, mi rilassavo al sentire i sapori della cucina.
“Una giovane deve saper fare di tutto.”, diceva spesso mia madre Georgette. Anche lei di nobili origini, era una Clairefontaine; maneggiava spesso ago e filo.
Quando non cuciva leggeva romanzi e libri di filosofia.
Ricordo i suoi discorsi su Rousseau e Voltaire quando avevamo ospiti. Già allora i grandi parlavano di politica, della situazione del regno, e io, che non ne capivo granché, preferivo passare il tempo in compagnia di mio fratello Gabriel e di Bretagne, la giumenta di famiglia.
Ho sempre avuto gran cura degli animali. Mi piaceva trascorrere le ore nel fienile.
Una volta mia madre mi disse che eravamo nobili decaduti. Non capii il significato di quella parola, ma dalla sua espressione dedussi che i tempi migliori erano passati da un pezzo.
Georgette cominciò ben presto a insegnarmi il cucito al quale mi applicai con piacere. Non dico con gioia, perché allora ero solo una bambina e preferivo trascorrere il tempo a giocare in mezzo alla natura.
Col passare degli anni lo sferruzzare mi divenne familiare e il pensiero di rammendare, dunque di riparare qualcosa, mi faceva sentire utile. Riadattavo i miei vestiti e quelli di mio fratello; presto chiesi a mia madre di insegnarmi a crearne di nuovi.
Fu così che un giorno andammo al mercato per comprare le stoffe e cominciai a conoscere l’arte della sartoria.
Nonostante i tempi migliori fossero passati da un pezzo i miei genitori riconobbero l’importanza della cultura e mi assegnarono un precettore.
Pierre mi avrebbe insegnato a leggere e scrivere.
Gli inizi non furono dei migliori.
Al vederlo arrivare di nero vestito, un ampio colletto bianco a sottolineare il profilo del mento rasato, correvo a nascondermi all’ombra dell’amata quercia a ridosso dei campi. E da lì mi fiondavo nel fienile, tra le grida di mia madre.
“Non si preoccupi, Madame. Penso io al giovane virgulto.”
Come mi aveva chiamata? Giovane virgulto non l’avevo mai sentito prima d’allora e per questo mi nascondevo ancor meglio nella paglia.
Pochi istanti dopo Pierre entrava con un “buongiorno, cara”, indirizzato a Bretagne. Le faceva una carezza sul fianco e poi si avvicinava con la sua vocina tonica.
“Giovane virgulto. È il momento di aprire le porte della coscienza per assimilare nuova conoscenza. L’ho promesso a sua madre. Fosse per me a quest’ora sarei dal sarto. Suvvia cara, prima iniziamo e prima finiamo. Sarò rapido e indolore.”
Sul prima iniziamo e prima finiamo avrei avuto qualcosa da ridire. Le sue maniere gentili mi indussero a uscire dal nascondiglio.
“Bernadette, vero?”
Annuii. Egli sorrise.
“Io sono Pierre. Venga, cara, cominciamo.”
E cominciammo.
Nelle belle giornate facevamo lezione all’ombra della quercia secolare seduti a un tavolaccio dove la famiglia si riuniva spesso per il pranzo.
Pierre mi insegnò a leggere e scrivere, e anche a far di conto.
Dopo aver sciorinato tutta la sua conoscenza, diceva: “Domande?”, io rispondevo: “No.”, sperando così di poter tornare ai miei giochi.
Mi sbagliavo di grosso perché alla faccia del prima iniziamo e prima finiamo, Pierre faceva un grande sorriso e… “Balliamo!”
Gli ricordavo di non appartenere a una famiglia d’alto lignaggio, ma egli faceva finta di non sentire.
Mi ripeteva spesso che forse un giorno mi sarei maritata con un ricco signore e la danza sarebbe tornata utile.
Quando Pierre si decideva ad andar via con un “au revoir”, correvo libera per i campi in compagnia di Bretagne.
Il mondo intero mi sembrava in pace finché un giorno mio padre ci annunciò la notizia: Versailles era stata presa, i reali scacciati dalla reggia e condotti alle Tuileries.
Già da un po’ tirava una cattiva aria. Molti nobili avevano lasciato la corte, salutando il re e la regina con le lacrime agli occhi e le valigie in mano.
Le cose non migliorarono. Nell’estate del 1792 i reali tentarono la fuga dalle Tuileries, ma vennero scoperti a Varennes e ricondotti a Parigi.
Qualche mese dopo li trasferirono nella prigione della Torre del Tempio.
La Francia era in guerra e Parigi era il suo centro.
Un nuovo strumento di morte, la ghigliottina, era stata eretta nelle piazze. Mieteva vittime tra i monarchici. Migliaia di uomini, donne e bambini vennero uccisi. La nobiltà e il clero andavano sgretolandosi sotto il regime del Terrore. Le proprietà ecclesiastiche passarono ai repubblicani. I sacerdoti che rifiutarono di abbandonare il credo vennero uccisi.
Giacobini e girondini erano in lotta per il potere.
Mentre i reali languivano in prigione, le persone loro più vicine vennero uccise senza pietà. Alcuni riuscirono a fuggire all’estero. Gli altri perirono durante i moti di settembre nel 1792.
L’esercito minacciava i repubblicani, i repubblicani minacciavano i monarchici in una continua spirale di terrore.
Il 21 gennaio 1793 Luigi XVI morì sulla ghigliottina di fronte a una piazza gremita.
In agosto Maria Antonietta venne prelevata dalla Torre del Tempio e trasferita alla Conciergerie dove sarebbe rimasta due mesi prima di subire la stessa sorte.
La notte del 16 settembre 1793 il cielo era stellato.
Una fresca brezza di fine estate spirava attraverso i campi. Le imposte della camera sbatacchiavano, togliendomi il sonno. Mi alzai per aprirle. Affacciata alla finestra, guardai ancora una volta il cielo stellato far luce sulla vecchia quercia. Mi trovavo così in contemplazione della natura quando udii uno strano rumore. Guardai i campi. La mietitura di settembre era prevista di lì a poco. Ascoltai meglio.
Il vento faceva ondeggiare il grano.
Avvertii qualcos’altro che non riuscii a definire.
Chiusi le imposte e corsi a vestirmi. Indossai il primo abito che trovai, era in cotone color crema a maniche lunghe. Misi sopra la giacchetta che usavo di solito per cavalcare Bretagne e infilai le scarpine in raso rosa. Eleganti e comode, erano le mie preferite. Sullo stipite del letto c’era la sacca per le emergenze. La misi in spalla. Proprio in quel momento udii un rumore forte di porte scardinate e passi pesanti.
Voci di uomini cui si aggiunsero le grida spaventate dei miei genitori. Avevamo un paio di domestici in casa la notte, ma gli assalitori erano armati, superiori in numero e ci avevano colti di sorpresa.
Lame e colpi di bastone si abbatterono sui corpi dei miei genitori che cercavano di difendersi. Udii le grida di mia madre colpita a morte. Mio fratello arrivò in soccorso e con mio padre ingaggiò battaglia.
Non potei far nulla per aiutarli.
Avevo quattordici anni e non sapevo usar le armi.
Con quello scontro la mia famiglia mi stava dando la possibilità di sopravvivere.
Non dovevo lasciarmela scappare.
Aprii le imposte. La camera era a pianterreno. Scavalcai e mi ritrovai nel portico. Era deserto. Gli uomini erano tutti dentro casa. Mi avvicinai a passi cauti verso la stalla con l’intenzione di prender Bretagne. Mi avvidi appena in tempo della luce di una lanterna. C’era qualcuno nel fienile.
Tornai sui miei passi cercando l’erba per non far rumore. Mi infilai nei campi. Le spighe di grano mi nascosero alla vista degli assassini.
Li vidi aggirarsi come sagome in casa attraverso le finestre aperte e rotte. Fecero incetta di ogni cosa coi loro sacchi schifosi. Ribaltarono mobili in cerca di oro. Perlustrarono anche la camera dei miei genitori dove trovarono nel portagioie di mia madre i gioielli di famiglia. Bruciarono i ritratti e misero a soqquadro lo studio di mio padre che nascondeva la cassaforte.
Non volli guardare ancora.
Tutti gli averi erano persi per sempre insieme alle vite dei miei genitori e di mio fratello.
Versai lacrime calde e silenziose mentre mi facevo strada attraverso il grano. Prima di lasciare la mia terra, mi voltai un’ultima volta a guardare l’amata quercia piegata verso di me. Udii il nitrito di Bretagne mentre veniva portata via da un uomo. Tirai un sospiro di sollievo.
Avrebbe vissuto ancora.
Mi allontanai da casa per i campi.
Cominciai così il viaggio per la sopravvivenza.
Non avevo mai svolto quelle attività tipiche che consentono a un essere umano di vivere ancora, un giorno dopo l’altro. Non avevo mai rubato un frutto, messo le mani nell’orto di qualcun altro. Fino ad allora avevo sempre chiesto permesso e per favore.
Ripensai a Pierre, il mio precettore. Chissà dove l’aveva condotto l’esistenza. Lo immaginavo in una terra lontana, via da Parigi e dalla Francia. Per me era un sogno irrealizzabile. Per viaggiare ci voleva denaro e conoscenze. Non avevo nulla di tutto ciò, solo qualche moneta in borsa e un vestito di ricambio.
Nulla e nessuno avrebbe potuto condurmi fuori dalla Francia e del resto ogni luogo era per me straniero.
Il mio mondo era Saint Germain En Laye dove avevo trascorso la mia infanzia felice.
Oltre conoscevo solo Parigi in cui ero stata in alcuni giorni di festa.
Restare in paese era pericoloso. Saint Germain era un piccolo borgo rurale con diversi proprietari terrieri.
Ora le case abbandonate erano diventate covo di briganti. I repubblicani avevano promesso ricompense in denaro a chiunque avesse segnalato la presenza di nobili o alto borghesi. Parole per definire categorie, categorie per indicare persone.
Così pensavo mentre camminavo verso Parigi nella speranza di poter iniziare una nuova esistenza.
Vi entrai all’alba.
Davanti a me il viale degli Champs Elysees si estendeva a perdita d’occhio fiancheggiato da due file di alberi, caffè e botteghe chiuse.
Il sole donava una luce gentile alle strade e ai palazzi.
Le stelle sbiadivano insieme alla notte.
Un nuovo giorno aveva inizio.
Poche carrozze al trotto passavano per le strade impolverate.
Camminai lungo il viale verso il centro città.
Mano a mano che procedevo Parigi si risvegliava.
Finestre si spalancavano, teste si affacciavano.
La Parigi dei grandi parchi colmi di statue e piante rare era ben diversa da quella delle strade.
In una piazza era eretta la ghigliottina.
Nessun racconto aveva potuto prepararmi alla vista del patibolo. Alcune guardie parlottavano tra loro. Una posò lo sguardo su di me. Vide una giovane ragazza dai capelli scarmigliati per il vento della notte, lo sguardo spaventato celato sotto gli occhi bassi, il passo stanco, il vestito dozzinale sotto la giacca adatta alla stagione, le scarpe nascoste dal vestito a ogni modo irriconoscibili per lo spesso strato di polvere che le ricopriva.
Era la terra dei campi e delle strade di Parigi.
Non vedendo nulla di straordinario la guardia si voltò verso le Tuileries. Tirai un sospiro di sollievo. Mi fermai un momento per leggere il cartello che indicava il nome della piazza. Su sfondo blu e a caratteri bianchi e ordinati era scritto Place de la Revolution.
Ero davanti alla stessa lama che aveva ucciso il re.
Mentre mi allontanavo da quel luogo di morte, vidi un buon numero di persone prendere posto nelle prime file.
Era dunque vero quel che si raccontava.
C’era allora, e c’è ancora, un certo gusto per la morte quando si tratta di quella degli altri, naturalmente.
Lo sapeva bene Robespierre che aveva condannato molte persone con l’unica colpa di essere nobili.
Lo sapevano bene molte altre persone i cui colli si poggiavano su teste di varie forme e dimensioni, non sempre contenute e aggraziate. Costoro non portavano la parrucca per la gioia dei pidocchi che se ne andavano in giro ballonzolando con garbo e allegria da una chioma all’altra mentre i proprietari assistevano alle esecuzioni. Avevano sempre luogo a mezzogiorno. Decine di condannati si presentavano ogni giorno davanti alla ghigliottina, levando lo sguardo verso il cielo per l’ultima volta prima di morire. Ogni testa che cadeva veniva accolta con grandi acclamazioni.
Continuai a camminare e riscoprii Parigi.
Non tutte le strade erano uguali.
Le poche lastricate si trovavano in Rivoli, vicino al Louvre, e nel quartiere latino. Resisteva la piazza del Marais ove riecheggiava la memoria del vecchio palazzo reale. L’intero perimetro era rivestito di case eleganti e robuste, dai soffitti alti illuminati da lampadari a goccia a crear giochi di luce meravigliosi visibili dalla strada qualora il proprietario avesse avuto la bontà di lasciare aperte le tende.
I politici di allora li usavano come sedi per le riunioni.
I rivoluzionari distrussero tante belle cose e ne conservarono altre secondo l’umore della giornata.
Toccare i lampadari in cristallo sarebbe stato un inutile spreco. Meglio accomodarsi a tavola a gustare le delizie altrui.
Dicevo, accanto alle vie lastricate sorgevano e sorgono tutt’ora una moltitudine di strade ricoperte di terra.Nessun genere di manutenzione, nessuno scalpello a sistemarle. Erano le strade dei poveri e ce n’erano molte.Parigi ne era piena. Rappresentavano l’anima della città. Tolta la nobiltà e il clero, ciò che rimaneva era la borghesia e la povertà. Restavano i mulini, i frantoi, i vigneti in cima alla collina di Montmartre.
Per il resto chiese spoglie e altari distrutti.
I rivoluzionari fusero le campane in bronzo per ricavarne armi, cannoni. A Notre Dame ne avevano portate via quindici lasciandone una soltanto.
La città era spenta.
Per saper l’ora occorreva guardare le meridiane sulle facciate delle chiese.
Miseria per le strade di Parigi.
Sui ponti le case colme si addossavano l’una sull’altra.
Le porte sbrecciate affacciavano sulla strada, il retro dava sul fiume giallastro. Era sempre sporca la Senna.
I tetti tarlati e spaccati dai temporali, le assi di legno intrise d’umidità.
I parigini si riversavano per le strade in cerca di pane. Si correva al mercato nero per trovare le ceste vuote e ammuffite, i prezzi alle stelle. Serviva un intero sacco di cartamoneta per comprare da mangiare.
Lo Stato non esisteva più.
Era in bancarotta morale oltre che economica.
Non restava che prendere d’assalto i forni.
Il terrore si manifestava nelle prigioni, nelle retate in seguito alle segnalazioni di qualcuno pagato con del cibo. Avrebbe sfamato la famiglia per un mese o due. Al mercato si trovavano persone d’ogni genere e storia, impegnate o sfaccendate, con la barba fatta al coltello quando ne avevano voglia e le mani grandi e callose per il mestiere quando ne avevano uno.
Avevo camminato per molte ore. Le mie gambe, ormai stanche, sentivano la necessità di riposare. Mi sedetti su una panchina all’ombra di una quercia a pochi passi dalla chiesa di Saint Germain des Pres. Avevano seicento anni quei muri tanto cari al culto e a Parigi. Decine di generazioni si erano trovate a chiacchierare sul sagrato la domenica.
Tutto era cambiato.
I nobili e la chiesa non esistevano più.
Non avevo un posto dove andare.
Il primo alito di vento mi fece tremare.
La sera si avvicinava.
L’inverno sarebbe presto arrivato. Non l’avrei superato in quelle condizioni. In un giorno ero diventata mendicante.
Svanirono i ricordi dei passi di danza imparati con Pierre. Dovetti muovere i miei passi per sopravvivere.Mentre il sole cominciava a calare m’incamminai verso Ile de la Cité. C’era un posto in cui non ero ancora stata. Notre Dame.
Arrivai in piazza passando per il Pont Saint Michel.
La cattedrale apparve austera e maestosa.
La storia non ne aveva scalfito la pietra.
Sulla facciata principale le porte erano chiuse.
Lasciai il Parvis dirigendomi sul lato sud. Mi fermai davanti alla Porte Saint Etienne. A custodire due porte a ogiva incastonate nel marmo cesellato, tre statue di santi per lato e una al centro mi guardavano con occhi vuoti.
Mi avvicinai. C’era un intercapedine tra il marmo e il legno. Appoggiai le mani sui battenti e feci forza.
La porta si aprì con un cigolio.
Entrai.
Mossi qualche passo in silenzio e mi guardai intorno.
Non c’era anima viva. Mi portai al centro del transetto, a pochi passi dall’altare. I rosoni si specchiavano l’uno con l’altro riflettendo l’ultima luce del giorno.
Illuminavano il pavimento sbrecciato quei bagliori colorati che un tempo un bambino si sarebbe divertito a rincorrere, a toccare con le manine sulla pietra.
La cattedrale giaceva in uno stato d’abbandono.
La mano dell’uomo aveva lacerato la tela dei dipinti opera dei grandi maestri del tempo, aveva rotto le statue dei santi, i cui cocci giacevano sparsi sul pavimento.
L’arte giaceva sospesa in attesa di tempi migliori.
All’improvviso una forte luce illuminò la cattedrale.
Era il preciso momento in cui il sole si ritrovava sospeso appena sopra i tetti, specchiandosi nel rosone.
La piazza si fermò per assistere allo spettacolo della natura e dell’architettura. Cose meravigliose possono accadere quando sembra non ci sia più speranza.
Durò pochi istanti quel momento e passò, lasciandomi nel buio.
Dovetti abituare gli occhi all’oscurità.
Nella cattedrale regnava il silenzio.
L’unica campana rimasta giaceva nel suo alloggiamento in legno sbrecciato.
Quanto avrei voluto udire di nuovo le campane di Notre Dame che nelle mie memorie di bambina avevano scandito le piacevoli ore dei giorni di festa.
La fame si fece sentire.
Cominciai a distinguere i contorni delle cose e m’incamminai verso l’abside dove una porta aperta mi condusse nelle cucine. Trovai del cibo. Senza badar troppo alla forma divorai il consommé e presi della frutta. Mi avventurai oltre, scoprendo l’orto e il fienile dov’era rimasto del bestiame. Volevo entrarvi per passare la notte al caldo quando udii dei passi. Feci appena in tempo a nascondermi dietro un carretto vuoto abbandonato nell’aia. Un uomo mi passò vicino ed entrò nel fienile.
Cosa fare? Era un uomo solo, avrei potuto parlargli. Cosa gli avrei detto? Non lo conoscevo.
Meglio restare nascosta.
Ripiegai verso la cattedrale per cercare un rifugio notturno. Lungo il percorso trovai, sotto un portico, una fila di porte. Ne aprii una qualsiasi. Era il vecchio ufficio di un sacerdote. C’era un tavolo e una sedia.
Niente pagliericcio. Mi accontentai del muro come cuscino e, stanca com’ero, non appena distesi le gambe caddi in un sonno profondo.
Mi svegliai alle prime luci dell’alba; le gambe fredde e indolenzite e la schiena a pezzi.
Mi sollevai piano e raggiunsi il tavolo dove mi accomodai per la colazione. Avevo ancora con me le mele recuperate la sera prima. Ne mangiai una e la trovai deliziosa.
Era ancora presto. Avevo tutta la giornata davanti.
Qualcuno si occupava della cattedrale.
Non poteva far tutto l’uomo che avevo visto la sera prima. Più di una persona usava le cucine e il refettorio. Non avevo osato avventurarmi per i vecchi dormitori dei frati. Volevo sopravvivere, aspettando di poter vivere.
Passai parecchie ore nascosta in quella stanza finché mi decisi a uscire.
Era una mattina fresca e assolata, ideale per una passeggiata. Tornai alla cattedrale diretta alla Porte du Cloitre. Aprii la porta e mi ritrovai nel chiostro.
Un grande giardino quadrato con al centro una fontana.
Il portico e il colonnato correvano lungo tutto il perimetro. Mi sedetti tra una colonna e l’altra sulla fredda pietra, avendo cura di sollevare un poco il vestito.
Le mura secolari parvero raccogliersi. Cento metri più su le torri guardavano il cielo.
La cattedrale avvertiva la sofferenza di Parigi. La sentiva nelle fondamenta, si rifletteva nelle espressioni furenti dei gargoyle.
Sorrisi per la prima volta.
Mai mi ero sentita in così perfetta sintonia con un luogo.
Mi trovavo ancora nel chiostro quando udii un rintocco. Poi due. E continuò. La campana suonò dodici volte.
Era mezzogiorno.
Avrei voluto conoscere la buonanima che faceva tornare in vita la cattedrale.
Lasciai il chiostro decisa a scoprire Notre Dame.
Dall’abside una porta dava su una scalinata che portava in alto e in basso. Decisi di salire e scoprii il passaggio superiore che corre lungo la navata. Mi affacciai alla balaustra e guardai giù.
Per un momento le vertigini mi colsero alla sprovvista.
Il pavimento a scacchi era tanto più in basso che le piastrelle bianche e nere mi parvero macchie confuse.
Non mi ero mai trovata a una simile altezza.
Da quella prospettiva osservai ogni cosa.
Il grande organo giaceva intatto sotto il rosone.
Era maestoso. La patina del tempo lo rendeva ancor più affascinante. La distruzione portata dall’uomo era ben poca cosa rispetto alle meraviglie della cattedrale.
Ero ancora assorta nei miei pensieri quando le porte centrali si aprirono ed entrarono i rivoluzionari.
Fecero un gran fracasso coi loro scarponi sporchi sulle piastrelle, i cappelli a coprire la testa, e lunghi soprabiti laceri. Alcuni presero posto sulle panche rimaste, altri rimasero in piedi appoggiati alle colonne. Uno salì sull’altare e cominciò a parlare.
Il comizio ebbe inizio. L’oratore parlò e gli astanti ascoltarono. Quel che succedeva a Parigi era sotto gli occhi di tutti. Ci voleva un cambiamento, un uomo che cambiasse davvero le cose.
Erano discorsi già sentiti.
Continuai a esplorare la cattedrale.
C’erano molti ambienti in quel passaggio. Cellette appartenute ai frati, stanze adatte a contenere gli attrezzi per la pulizia e la manutenzione. Tra queste ne trovai una che poteva fare al caso mio. Un’ampia vetrata ricopriva il muro in fondo. Entrava molta luce.
Appoggiata a una parete c’era una cassapanca. L’aprii e trovai alcuni oggetti sacri. Libri, un candeliere, qualche cero, una coperta, un manoscritto. Lo lessi. Era il diario di un sacerdote le cui memorie si interrompevano due anni prima. Parlava della vita nella cattedrale e di come le cose fossero cambiate rapidamente.
Riposi il manoscritto dove l’avevo trovato e mi accomodai allo scrittoio.
Quel mobile tarlato e impolverato mi ricordò la camera di casa mia, dove per anni ero rimasta a leggere, a cucire vicino alla finestra che dava sulla quercia.
C’erano penna e calamaio.
Li impugnai nella speranza di scrivere, ma dovetti rinunciare. L’inchiostro era ormai secco e la piuma d’oca danneggiata.
Mi alzai e misurai la stanza. Muri e pavimenti erano freddi, tuttavia era un buon posto dove passare la notte.
I rivoluzionari avevano lasciato la cattedrale da un bel pezzo quando calò l’oscurità.
Dalla vetrata filtrava la luce della città.
Adagiai la coperta sul pavimento e mi addormentai.
Mi risvegliai alle prime luci dell’alba, le membra ancora intorpidite. Non feci in tempo ad alzarmi che, con mio gran sgomento, la porta si aprì.
“Ecco dov’eri!”
Un uomo anziano dai capelli scarmigliati mi guardò fermo sulla soglia. Aveva il volto avvizzito e pieno di rughe, la bocca seria, la barba incolta.
“La prego, posso spiegarle. Non chiami le guardie.”, lo implorai a bassa voce, tendendo le mani verso di lui a chiedere pietà.
“Guardie? Quali guardie?”, rispose divertito. “Di questi tempi non si capisce chi siano le guardie e chi i ladri. In quanto a me puoi star certa che non ti farò del male. Piuttosto”, aggiunse, squadrandomi da capo a piedi, “ti ho vista aggirarti nella cattedrale in cerca di cibo. Ho pensato fossi in difficoltà, così sono venuto a cercarti.”
“Voi chi siete?”, domandai con un tono più freddo del dovuto. “Oh, scusate. Sono ancora spaventata, sapete…”
“Che sbadato, non mi sono presentato. Il mio nome è Jean Claude. Sono il custode della cattedrale.”
Non credetti alle mie orecchie.
“Esiste davvero un custode di Notre Dame?”, chiesi stringendogli le mani.
“Certo, è sempre esistito ed esiste tutt’ora seppur sotto mentite spoglie.”
Allora cominciai a capire.
“Le campane oggi le avete suonate voi.”
“Proprio così Mademoiselle…”
“Bernadette, monsieur. Voi siete il monsignore più monsignore che abbia mai conosciuto finora.”, e ciò detto, mentre Jean Claude rideva, rividi i volti dei miei genitori e di mio fratello sorridermi. Per la prima volta mi sentii al sicuro e mi concessi di piangere.
In quei giorni avevo dovuto mettere da parte le emozioni per paura di sbagliare qualcosa. In quei tempi difficili un errore poteva costare la vita com’era accaduto a molte persone che, come me, si erano ritrovate nella stessa situazione.
Jean Claude mi mise una mano sulla spalla.
“Piangi, piangi pure. Che di questi tempi scorre troppo sangue per le strade di Parigi.”
E piansi. Mi ci volle del tempo per calmarmi un poco, e fu solo allora ch’egli indicò le scarpe in seta rosa.
Annuii e Jean Claude sospirò.
“È uno strano destino quel che si abbatte sulla Francia. Cos’è un paese senza giovani? La tua discendenza non è una colpa. Tuttavia fai bene a nasconderla.”
Jean Claude prese a raccontarmi dei suoi amici scomparsi, chiamandoli per nome. Lo lasciai fare finché si fermò e mi guardò negli occhi.
“Ora dobbiamo pensare a te. Vieni con me.”
Lo seguii.
Jean Claude era un uomo tutto d’un pezzo. Portava gli anni con orgoglio senza lamentarsi delle spalle che cominciavano a curvarsi.
Si muoveva con grazia per la cattedrale. Ne conosceva a memoria ogni pietra, ogni dislivello, ogni passaggio.
Non c’era porta che gli fosse preclusa, non c’era luogo a lui sconosciuto.
Era il custode di Notre Dame.
Mi fece i complimenti per averla scelta come luogo di rifugio. Tuttavia, aggiunse, per nascondersi al meglio è bene andare sotto.
“Le tenebre nascondono molte cose e così come le cose anche le persone.”, spiegò mentre mi faceva strada attraverso corridoi, passaggi, crocicchi.
“Notre Dame ha sempre protetto le persone.”
“Siete un uomo di chiesa?”
“No”, rispose guardandomi negli occhi. “Non sono uomo di chiesa. A dire il vero so ben poco di teologia. Vedi, cara Bernadette, non è necessario appartenere al clero per essere custode di Notre Dame.”
“Siete l’unico custode?”
“Custode è chiunque si prenda cura della cattedrale, specie nei momenti difficili come questi. E ora fa attenzione a dove metti i piedi.”
Il passaggio si restringeva dinanzi a una stretta scala a chiocciola. Imboccammo i gradini per scendere.
Jean Claude teneva alta la fiaccola in una mano e sfiorava con l’altra la parete.
Udimmo alcune voci in lontananza.
“Bah, le scelte degli uomini. Chissà dove ci condurranno.”, disse continuando la discesa.
“Parigi si estende per sette piani sotto la città, sotto il livello del suolo al quale si crede di vedere tutto. Il sottosuolo è un vero e proprio labirinto di cui nessuno ha mai tracciato la mappa completa.”
Man mano che scendevamo l’umidità aumentava. In compenso le gallerie erano abbastanza alte da consentire il passaggio di un adulto. Stanze e corridoi, cunicoli pieni di ossa umane, scheletri di uomini, donne e bambini.
Ogni epoca ha le sue persecuzioni.
In tempi difficili le persone hanno sempre trovato rifugio nelle catacombe. Accadeva che un crollo, una brutta ferita o una malattia fermassero la fuga.
C’erano molte storie a riguardo e Jean Claude le conosceva tutte.
Gli ingressi delle catacombe erano sparsi in tutta la città sulle rive della Senna. Erano le gallerie della speranza per alcuni, le gallerie dei dimenticati per altri. Pochi s’inoltravano in profondità nel timore di perdersi.
Jean Claude mi mostrò il suo rifugio.
Era una stanza senza porte. C’erano un paio di torce alle pareti e un pagliericcio per riposarsi. Su di un tavolaccio giacevano cartigli, messaggi e calcoli.
Jean Claude sapeva scrivere. Aveva una bottega a Les Halles.
Prima della rivoluzione si guadagnava da vivere come sarto, poi tutto era cambiato e aveva riscoperto il vecchio mestiere di calzolaio. Gli stivali dei soldati necessitavano spesso di riparazioni.
Così divideva il suo tempo tra il lavoro e la cattedrale.
“È domenica. Sarà un po’ difficile suonare le campane con quelli là.”, disse Jean Claude, riferendosi ai rivoluzionari nella cattedrale. “Vieni.”
“Dove andiamo?”
“A fare un giro per Parigi.”
“È pericoloso.”
“Con me sarai al sicuro. Vedrai, quando tutto questo finirà riavrai la tua libertà.”, disse convinto.
“Mi piacerebbe tanto.”
“Sei in gamba, hai mostrato coraggio.”
“Mi salgono le lacrime agli occhi a ogni passo.”
“È normale. Anche a me piange il cuore nel vedere Notre Dame in queste condizioni.”, e ciò detto mi fece strada verso la superficie.
Arrivammo a una stretta scala. Era ripida. Salimmo prestando grande attenzione e tornammo alla luce in un vicolo angusto. Era uno dei più sporchi di Parigi.
Emanava un tanfo tale che dovetti coprire naso e bocca.
Quella stradina ricoperta di fango e melma affacciava su di una vie qualunque colma di taverne e alberghetti dove al piano terra si offriva da bere il più infimo Bordeaux e al piano di sopra, cui si accedeva tramite una scala marcia e pericolante, si trovavano le cosiddette camere a ore, vere e proprie catapecchie.
Guadagnammo la via principale, la piazza del mercato di Les Halles; un grande rettangolo sul quale si affacciavano case sgangherate con assi che cadevano a brandelli, il legno marcito per effetto delle piogge e dell’umidità.
Dopo la demolizione del cimitero degli Innocents, costruito nel XII secolo, e della chiesa, la piazza aveva guadagnato terreno. Erano state costruite nuove case, alte e strette, una sull’altra, quasi i vicini affacciati alla finestra dovessero toccarsi, come quelle sul Pont Neuf e Saint Michel.
Dalle porte sbrecciate delle catapecchie incastonate tra una bancarella e l’altra del mercato, povere vecchie si affacciavano con le loro spalle ossute e le bocche sdentate. Chiedevano una moneta per una storia, una storia per una moneta.
Spesso l’appello cadeva nel vuoto fino a che un buon uomo si avvicinava col denaro e loro cominciavano a raccontare storie. Quante ne sapevano.
A volte, quando la voce era buona, si riunivano a intonare canti popolari. Era la gioia nella disperazione, nell’incertezza di quei lunghi giorni.
Al mercato c’era sempre un gran via vai, tuttavia pochi compravano. Si andava al rammendo, al riutilizzo delle cose.
Governavano Parigi uomini che vantavano il titolo d’avvocati. In tre anni avevano cambiato tre costituzioni. Tuttavia i poveri erano rimasti tali. Quando morivano di fame per strada venivano gettati nelle fosse comuni o nel fiume.
Jean Claude mi portò in una locanda nelle vicinanze. Era un cliente abituale. Conosceva l’oste che ci servì un pasticcio di carne e un bicchiere di vino.
Gabriel aveva modi gentili sebbene fosse parecchio indaffarato. Al suo servizio teneva soltanto i figli, una ragazza della mia età e un giovane più grande di me impegnato in cucina.
La moglie stava riposando per il turno serale.
Il locale era piccolo e pulito. C’erano tavoli sparsi ovunque a ridosso delle pareti. Al centro campeggiava una botte su di un pavimento ricoperto di assi di legno. Riscoprii il sapore della carne, buona e ben cotta.
Concluso il pasto Jean Claude mi propose di andare a vedere la sua bottega. Acconsentii, naturalmente.
Il calzaturificio si trovava in Rue du Pont Neuf, a pochi passi dal ponte sulla Rive droite. La bottega aveva una sola vetrina e si diramava in profondità. La trovai meravigliosa. Piccola e raccolta sotto l’insegna dipinta di blu. L’odore di vernice e cuoio permeava l’ambiente.
Jean Claude era un artigiano. Lo si vedeva dalle sue mani grandi e callose. Si sedette su di uno sgabello dietro il bancone e prese a raccontarmi la sua storia tra decine di scarpe e stivali arrabattati.
Mi raccontò di lui e di sua moglie, Eleonore, mancata qualche anno prima. Era stato un bel matrimonio, una vita lontana dai lussi e dai posti di villeggiatura in campagna. Senza offesa, naturalmente. Un’esistenza trascorsa insieme, a raccontarsi, mentre il lavoro prendeva forma tra le dita.
Ah, la sartoria! Eleonore era stata una donna meravigliosa, una vera maestra nell’uso dell’ago e del filo, nell’arte del ricamo. Aveva avuto una certa attenzione per i dettagli che avevano reso uniche le sue creazioni. La precisione che aveva messo dal taglio della stoffa al ritocco finale si era tradotta nella soddisfazione dei clienti che sempre più numerosi erano accorsi al negozio. Quanti begli abiti realizzati per dame e damigelle.
“Non eravamo i sarti di corte, ma le soddisfazioni non mancavano. Ci arrivavano clienti anche da fuori Parigi. Erano proprio bei tempi.”
Gli occhi di Jean Claude s’inumidirono quando parlò di Corinne, la loro unica figlia. Un sorriso smagliante, un viso angelico. Si era già messa sulle orme della madre quando quel maledetto inverno del 1772 si era ammalata senza rimedio.
Qui Jean Claude fece una pausa. Il tempo attutisce certi dolori ma non li cancella.
“Non abbiamo avuto altri figli. E dunque”, aggiunse con un sospiro, “eccomi qui. Questa è la mia bottega. Ormai i lavori di sartoria sono rari. I gran signori sono stati spazzati via dalla rivoluzione insieme alle loro dame. In compenso sbarco il lunario come calzolaio.”
Lo capivo bene. Anche i miei genitori di tanto in tanto andavano a farsi fare un abito. Ci tenevano ad apparire in ordine agli occhi del personale.
Ogni volta che Pierre arrivava per darmi lezioni trovava ad accoglierlo mia madre, sempre ben vestita e in ordine, come si confaceva a una signora.
Non a caso Jean Claude mi aveva parlato di sé.
Io stavo cercando un posto in cui poter stare e lui una persona che l’aiutasse con la bottega i cui scaffali erano colmi di lavoro. Senza dimenticare ch’era custode di Notre Dame.
“Non posso far nulla per liberarla. Devo rimanere defilato. Verrà un giorno in cui tutto questo finirà. Le persone non possono vivere tanto a lungo nel terrore. Vivo per mantenere la memoria e aiutare come posso. Se vuoi aiutarmi, sei la benvenuta. Non potrò pagarti granché, ma avrai un tetto sopra la testa e un pasto caldo. E di quando in quando, andremo insieme al mercato per comprare dei filati coi quali potrai cucirti nuovi vestiti.”
Fino a una settimana prima avrei riso dinanzi a una proposta del genere. Prima della rivoluzione i miei genitori stavano pensando quale fosse il miglior partito per me. Si guardavano intorno, cercando un uomo adatto per maritarmi, un nobile naturalmente. Ora che avevo perso tutto Jean Claude mi offriva la salvezza. E l’accettai con gioia.
Era fine settembre. Finiva l’estate che aveva portato via la mia famiglia e cominciava l’autunno.
Riscoprii la vita con meraviglia. Una vita nuova, fatta di lavoro dall’alba al tramonto.
Ogni giorno volti nuovi varcavano la soglia per lasciarci calzature da sistemare e scambiare due parole.
All’inizio stavo accanto a Jean Claude quando parlava coi clienti. Appresi così le loro richieste e come rispondere. Imparai a memoria le tariffe.
Jean Claude mi insegnò con infinita pazienza il mestiere di calzolaia così diverso da quello di sarta. Le mani non più ferite dagli aghi si annerivano per il lucido da scarpe, le cere e i prodotti che imparai a conoscere presto e bene.
Ero felice nel mio nuovo abito pensato per il lavoro.
L’avevo cucito io stessa, servendomi delle stoffe semplici che avevo comprato al mercato.
Jean Claude mi aveva regalato un paio di scarpe nuove per sostituire quelle in seta.
L’impegno era ripagato.
Dopo qualche mese Jean Claude cominciò ad assentarsi di tanto in tanto per trascorrere qualche ora a Notre Dame.
In quelle ore di solitudine imparai a gestire la bottega. Sfregavo il lucido sulle scarpe, rifacevo il tacco, risuolavo gli stivali, mettevo la para, aprivo la porta per accogliere i nuovi clienti e gestivo le consegne, incassavo i denari per conto di Jean Claude.
Ogni volta che la porta si apriva arrivava l’eco di Parigi.
L’aria stava cambiando.
L’inverno lasciò il posto alla primavera.
Un uomo era sulla bocca di tutti.
Jean Jacques Robespierre era un avvocato. Acerrimo nemico della monarchia, aveva contribuito all’uccisione dei reali e alla diffusione del terrore.
Nonostante non fosse un abile oratore e in quanto a bellezza lasciasse a desiderare, Robespierre era convinto dei suoi ideali.
Una volta soltanto io e Jean Claude avevamo ascoltato i suoi discorsi. Una domenica di aprile una gran folla si era riunita a Champ de Mars.
Il pubblico si estendeva a vista d’occhio.
Le guardie erano schierate lungo il perimetro del palco.
Le assi in legno scricchiolavano sotto il passo cadenzato di Robespierre. Egli parlava, scegliendo bene gli argomenti, le frasi, le parole. Le persone nelle prime file avevano notato quel cipiglio all’occhio destro, quella mano che si dispiegava a mostrare un mondo nuovo. Lui, l’essere supremo, l’avrebbe portato.
Quando udii le bugie tipiche dei comizi politici mi voltai verso Jean Claude e andammo via. Avevamo di meglio da fare nell’unica giornata di riposo della settimana.
Arrivò l’estate.
Il 28 luglio 1794 iniziò come una giornata qualunque.
Io e Jean Claude stavamo lavorando al calzaturificio quando, nel pomeriggio, i parigini si riversarono per le strade al grido di “Robespierre è morto. Il terrore è finito.”
Senza indugio Jean Claude ripose gli stivali su cui stava lavorando e mi invitò a far lo stesso. Chiudemmo bottega e ci unimmo alla folla in festa.
La gente parlava. Mille voci raccontavano di Robespierre. La fine era arrivata sulle ali del terrore che lui stesso aveva alimentato per anni.
Il giorno prima degli uomini avevano attentato alla sua vita. Era già accaduto in passato. Questa volta Robespierre non aveva avuto scampo e al pensiero della ghigliottina si era puntato la pistola alla tempia.
Nel momento in cui aveva premuto il grilletto un’altra mano l’aveva raggiunto ad abbassargli l’arma e così il colpo l’aveva trafitto alla mandibola.
Con gran sofferenza aveva presieduto al processo di fronte al tribunale rivoluzionario. La sentenza era arrivata in poche ore: colpevole.
Aveva trascorso l’ultima notte in una cella della Conciergerie, in preda a terribili dolori.
Quella mattina era stato preso e condotto fuori dalla stessa porta da cui era uscita anche Maria Antonietta, condannata per mano sua. Era salito sul carretto del letame ed era stato condotto a passo d’uomo, facendosi strada tra due ali di folla in festa, in place de la Revolution.
La lama, caduta sulla testa dei reali, abbatté anche la sua senza ch’egli potesse proferire parola alcuna. La sua esistenza si era conclusa e insieme ad era finito il terrore.
In poche ore i parigini avevano abbattuto le ghigliottine.
Via quei tristi barbieri di morte, via quei cesti per le teste, via i palchi e le guardie. Le piazze erano tornate a essere luoghi di ritrovo per festeggiare la vita.
La notizia si andava diffondendo dalla città alle campagne. Storici e scrivani erano tutti a Parigi.
Molte penne incisero su carta gli eventi di quella giornata memorabile, con dovizia di particolari abilmente mescolata a romanzesca fantasia.
Il mio cuore era colmo di gioia e speranza mentre correvo per le strade accanto a Jean Claude.
Ci abbracciammo cento volte.
“Te l’avevo detto che avresti visto la fine di tutto questo.”
Grandi sorrisi, grandi speranze nei cuori di tutti sotto il cielo di Parigi. La folla s’incamminò verso Notre Dame.
Ecco la piazza, ecco la cattedrale.
Era l’ora del tramonto. Il sole era calato nel cielo e si trovava ora appena sopra i tetti e i pinnacoli.
I raggi di luce rossastri si proiettavano dritti sul rosone, la campana di bronzo da tempo immobile parve infuocarsi. Le torri allungavano le ombre sul sagrato.
In quel momento una grande aquila perlustrò il cielo sorvolando la piazza, guardò la moltitudine e non vide un solo palmo di terra libero.
Nel cuore di Parigi, davanti a Notre Dame, si andava riversando mezza città.
Chi non aveva potuto esserci si era raccomandato di farsi raccontare tutto al ritorno.
C’era molto da dire.
Sotto gli abiti semplici qualcuno portava la croce. Ecco un breviario attaccato a una cintola. Il popolo tutto si volse alla cattedrale, salì i gradini del sagrato e aprì le porte. I parigini entrarono, riscoprirono le navate, le volte, gli antichi stucchi. Ecco di nuovo il transetto coi rosoni a specchiarsi, ecco l’altare e la struttura lignea del coro. Molte lame l’avevano sbrecciata, mani sapienti l’avrebbero riparata.
Candelieri, ceri e croci vennero posti sull’altare.
Mentre la moltitudine in silenzio riscopriva Notre Dame, Jean Claude mi prese per mano e mi condusse lungo un passaggio che lui solo conosceva. Da vero custode qual era, mi portò con passo deciso al luogo dove alloggiava l’unica campana rimasta.
Jean Claude mi fece cenno e insieme cominciammo.
Primo rintocco. La folla si fermò.
Secondo rintocco. La folla guardò in sù.
Terzo rintocco. La folla esplose in un applauso fragoroso.
Ebbe inizio la festa nella cattedrale.
Dalla piazza udirono Notre Dame.
Dalle rive della Senna udirono Notre Dame.
Con ritrovato coraggio la folla accorse ad aprire le porte di Saint Julien Le Pauvre. Ecco i suoi rintocchi.
E poi via, come un passaparola portato dal suono e dal vento, rintoccarono tutte le chiese maestre, da Saint Germain des Pres a Saint Sulpice, a Saint Etienne du Mont, Saint Eustache, Saint Severin.
Le campane di tutte le chiese di Parigi rintoccarono a stormo, aprendosi dal cuore della città ai sobborghi.
Il suono arrivò anche a nord sulla collina di Montmartre dove, a pochi passi dal convento delle carmelitane che era lì da cinquecento anni, c’era e c’è ancora una chiesa. quella di Saint Pierre.
I suoi rintocchi riecheggiarono tra i mulini e i vigneti sulla collina al confine di Parigi.
La storia potrebbe concludersi qui.
Per qualche istante Mademoiselle Morant crede sia finita. Ma scopre altre pagine nel manoscritto. Sono poche, le ultime.
Il terrore era finito e non sarebbe più tornato.
Mentre l’ultimo figlio di Luigi XVI moriva nella prigione del Tempio all’età di dieci anni, molti uomini si succedettero al governo del direttorio finché, dai campi di battaglia, emerse un generale autorevole, basso ma promettente: Napoleone.
Lascio ai posteri ogni giudizio.
In quanto a me, il 1794 fu un anno di ricerca e consolidamento.
In autunno visitai la vecchia casa a Saint Germain en Laye. La trovai spogliata d’ogni bene. C’era ancora il sangue della mia famiglia sul pavimento. I muri erano pieni di buchi e crepe, i mobili rimasti erano rotti. Nello studio che era appartenuto a mio padre la cassaforte era stata scoperta.
Un anno era passato. La mia famiglia non c’era più e non avevo nemmeno una tomba su cui piangere. Quella parte della mia vita si era conclusa una volta per tutte.
Alcuni anni dopo Napoleone diede la possibilità ai nobili di riacquisire le proprietà. Mi informai e quando venni a sapere la cifra che avrei dovuto pagare per riappropriarmene e riparare i danni lasciai perdere.
Non avevo tutto quel denaro e la mia vita non era più a Saint Germain. Con l’aiuto di Jean Claude avevo cominciato un’altra esistenza fatta di lavoro e soddisfazioni.
Dividevamo il nostro tempo tra la bottega e Notre Dame che aveva bisogno di persone volonterose per tornare ai vecchi fasti. Insieme a molti altri Jean Claude diede una mano coi restauri mentre io mi dedicai al bestiame e alle colture.
Jean Claude era un lavoratore instancabile; alla cattedrale tutti lo chiamavano per nome.
Passò gli ultimi anni in attività.
Già anziano al nostro primo incontro nel 1793, si spense serenamente una notte di dicembre nel 1802.
Tempo prima mi aveva parlato delle sue volontà e aveva predisposto le carte necessarie per lasciarmi la bottega convinto di fare la scelta migliore.
Questo mi lusingò.
Mi lasciò anche la casa che si trovava al primo piano sopra la bottega. Affacciava su una stretta via dalla quale, nelle ore migliori, entrava un po’ di luce.
Era piccola e modesta, ma c’era tutto il necessario.
In quegli anni non mi erano mancati gli spasimanti.
Uno di loro, Marcel, era riuscito a far breccia nel mio cuore.
Un mese prima di sposarci venne chiamato alle armi nell’esercito di Napoleone.
Partì per non far più ritorno.
Quando lessi il suo nome nella lista dei caduti voltai la testa e feci ritorno alla bottega, tenendo per me il dolore sordo col quale imparai a convivere.
Quante giovani vite spezzate per un pezzo di terra conquistata e poi perduta.
Sono passati molti anni da allora.
Oggi, ormai anziana, posso dire d’aver vissuto con dignità e tanto a lungo da vedere il volto di nuove generazioni e di Notre Dame tornata come un tempo. La mia storia è cominciata qui in questa fredda stanza dove Jean Claude mi scoprì e salvò, e qui finisce.
Non so chi troverà questo manoscritto e non so quando succederà. So che da qualche parte in futuro, com’è stato in passato, qualcuno troverà la mia storia.
Qualcuno che come me ha voluto scoprire il vero cuore di Notre Dame.
Bernadette,
Notre Dame de Paris
Ottobre 1832
Qui si conclude la storia di Bernadette.
Françoise si sofferma sul manoscritto, sulla firma incisa sulla carta quasi duecento anni prima.
In queste pagine ha trovato più di un racconto; ha trovato un’esistenza il cui volto le è sconosciuto e tuttavia vi riconosce un’amica.
È una testimonianza di come la storia scritta sui libri sia stata vissuta in maniera diversa, abbia toccato più da vicino, stravolgendole, le esistenze di molti.
Questa volta per Mademoiselle Morant non c’è nessun mistero da risolvere.
La penna con l’inchiostro secco giace sullo scrittoio.
È di recente fattura, non può averla usata Bernadette. Non ci sono altri oggetti che collegano l’autrice del racconto a Notre Dame. Soltanto il manoscritto.
Cosa deve farne?
Notre Dame si è fatta sentire a modo suo; Françoise ha trovato la strada mentre migliaia di visitatori erano impegnati, e lo sono tutt’ora, a visitarla.
Bernadette non ha lasciato istruzioni.
Qualcuno troverà la mia storia. Qualcuno che, come me, ha voluto scoprire il vero cuore di Notre Dame.
Sembra un testamento, un passaggio di consegne.
Tuttavia Françoise ripensa alla storia nel suo insieme.
Il manoscritto appartiene a Notre Dame e qui deve restare.
Pertanto Mademoiselle lo rimette a posto, guardandolo un’ultima volta mentre lo ripone nel cassetto dello scrittoio.
La carta ha appena sfiorato la superficie quando…
“No, no, no, noooooo. Altri duecento anni a far la polvere noooo.”
Françoise si guarda intorno divertita.
È stato il manoscritto a gridare così.
“Cosa devo fare? Appartieni a Notre Dame.”
“Appartengo a chiunque mi voglia bene.”, risponde la carta con voce birichina.
Françoise ride.
“Portami con te. Voglio conoscere Roubaix.”
Mademoiselle Morant acconsente. Toglie il manoscritto dal cassetto e…
“Digli addio, almeno.”, gli dice Françoise riferendosi al luogo in cui è stato per duecento anni.
“Addio.”, dice il manoscritto con allegria.
Françoise lo ripone in borsa. La carta tutta contenta scopre la morbida fodera in seta.
“Oh, finalmente un posto pulito e profumato.”
È il momento di lasciare la cattedrale.
Mademoiselle chiude il cassetto a chiave e accosta la sedia come l’aveva trovata. Da un’ultima occhiata alla stanza e apre la porta.
È di nuovo nel grande corridoio.
“Scale a sinistra!”. Il manoscritto conosce la strada e ora la conosce anche Françoise.
Escono insieme sotto il cielo di Parigi.
La piazza è gremita.
“Dove andiamo?”, domanda la carta.
“A casa.”
Le campane rintoccano. Sono le ore tredici.
In quel di Saint Germain una bicicletta rossa sbraita.
“È ora di pranzooooo!”

