Questo racconto ebbe inizio durante una ventosa mattina di fine settembre.
Sulle rive della placida Senna, un giovane uomo osservava in silenzio la città di Parigi iniziare a risvegliarsi.
Da fuori tutto sembrava essere calmo e sereno; l’alba di un tranquillo venerdì che avrebbe accompagnato la maggior parte degli abitanti della Ville Lumiere verso un fine settimana da dedicare ai propri impegni e passioni.
Tuttavia, bastò qualche passo in direzione della riva destra, l’incrocio sfuggente con altre persone, per capire che la situazione, in quei giorni, era tutto fuorché priva di preoccupazioni.
Perché, come indicava in maniera piuttosto vigorosa uno dei quotidiani più in vista della città, un’ombra minacciosa aveva ormai preso possesso di ogni singolo arrondissment.
Il giovane visitatore, mentre camminava in solitaria lungo il Quai, non poté fare a meno di udire alcune frasi e il ripetersi costante di un nome: l’Eccentrico Collezionista. Ne parlavano tutti, seduti ai tavolini dei bistrot, in fila alle boulangerie, davanti alle edicole.
Se il detto riporta come la curiosità sia femmina, la realtà dimostra che essa è caratteristica di chiunque voglia conoscere e imparare. Così non passò molto prima che l’uomo misterioso posasse il suo pesante borsone davanti ad una piccola edicola e allungasse qualche moneta alla donna dall’altra parte del bancone. Capelli rosso fuoco e maglione verde pisello, non mancò di fargli notare che quel giorno, insieme al quotidiano, vi era un inserto speciale – acquistabile per un modico sovrapprezzo- nel quale alcune delle penne più in vista della città esprimevano il loro parere riguardo l’Eccentrico Collezionista.
Un rapido sguardo alla copertina del volumetto, la mano sinistra alla ricerca di qualche altra moneta da aggiungere al prezzo iniziale e una domanda che colse alla sprovvista i non pochi presenti.
Chi era l’Eccentrico Collezionista?
Seduto su una panchina nei vicini giardini delle Tuileries in una solitudine discreta e salutare, le dita sfioravano i bordi delle pagine del fascicolo dedicato alla figura più enigmatica che la città di Parigi avesse conosciuto dall’alba del nuovo millennio. Tutto, almeno stando alle fonti citate nell’opuscolo, aveva avuto inizio alla fine di Agosto quando una serie di furti si era susseguita in tutti i quartieri, da Montparnasse a Saint Germain, sino a Pigalle e addirittura alla periferia più a nord.
Un poco alla volta la gendarmerie aveva cominciato a collegare questi crimini e a farsi un’idea più precisa della situazione.
Durante le prime due settimane di settembre, quelle che inizialmente erano state etichettate come semplici rapine, vennero presto riconsiderate alla luce di un numero sempre crescente di denunce spaventosamente identiche. In pochissimo tempo, infatti, le rapine erano passate da quattro a oltre duecento e tutte erano accomunate da un fatto alquanto straordinario: chi si era introdotto nelle abitazioni dei privati cittadini aveva sottratto soltanto giocattoli. Per giunta, in un buon numero di casi, privi di alcun valore economico.
Tutto era cominciato così.
Un inafferrabile ladro di giocattoli aveva messo Parigi e i suoi abitanti nel mirino.
Fino ad allora, nessuno era riuscito a fermarlo.
I molti articoli che componevano l’opuscolo acquistato si soffermavano anche su altri dettagli.
In primis il modus operandi dell’Eccentrico Collezionista. Stando alle ricostruzioni provenienti dalle pagine di cronaca locale, il misterioso ladro riusciva ad entrare nelle case dei parigini senza forzare alcuna serratura e, soprattutto, senza che nessuno si accorgesse della sua presenza all’interno delle mura domestiche. C’era anche dell’altro. I furti avvenivano durante la notte e, dal momento che riguardavano oggetti spesso dimenticati o di poco conto – tanto economico quanto affettivo – sarebbero passati quasi tutti in sordina se non fosse stato per un fatto alquanto sorprendente: la firma del criminale. Al termine di ogni colpo, infatti, il furfante lasciava un’icona inconfondibile al posto dell’oggetto rubato.
Questo dettaglio aveva in poco tempo convinto la gendarmerie che si trattasse dello stesso ladro e che bisognasse concentrarsi sulla sua caccia, prima che la situazione degenerasse. Anche perché, come indicato in uno degli articoli dell’inserto, ben presto, oltre al crescere dei furti, era arrivato anche un annuncio ufficiale che aveva scioccato la città.
La mattina del diciotto settembre, un tranquillo e soleggiato mercoledì, sulla facciata di un palazzo in ristrutturazione a pochi passi da Notre-Dame, era comparso un telo con un’immagine inequivocabile e una minaccia ben precisa. Al centro del suddetto, appena sotto la famigerata icona, vi era una chiarissima dichiarazione d’intenti:
“A tutti gli abitanti di Parigi, questo è il mio invito per voi:
da domani, in Avenue Des Champs-Elysées, troverete un negozio
nel quale potrete recarvi a qualsiasi ora per consegnare tutti i vostri giocattoli.
Se lo farete,
le vostre case torneranno ad essere un luogo sicuro.
In alternativa, preparatevi a ricevere una mia visita molto presto”.
Il telo, come raccontava la cronaca di quel diciotto settembre, venne fatto rimuovere il prima possibile, ma oramai il danno era stato fatto. Parigi era in subbuglio a tutti i livelli.
Le autorità si erano prodigate per cercare di riportare la calma tra la popolazione, con scarsi risultati. Il negozio sugli Champs-Elysées venne localizzato, posto sotto sequestro e scandagliato da cima a fondo, senza trovarvi nulla di interessante che potesse aiutare le indagini. Le autorità avevano rilasciato comunicati ufficiali; erano scesi in campo persino il sindaco e il prefetto, al fine di tranquillizzare i parigini, promettendo loro che sarebbe stato fatto tutto il necessario per riportare la sicurezza in città.
Ad ogni modo, da quel diciotto settembre, la situazione non era affatto cambiata. Tutt’altro.
Un nuovo fatto sconcertante era salito agli onori delle cronache.
Per scoprire di che cosa si trattasse sarebbe occorso ancora un poco di tempo al nostro misterioso visitatore perché, tutto assorto com’era nella lettura di quel costosissimo supplemento, non si era affatto avvisto di quanto in fretta le lancette avessero percorso il cammino verso le otto.
Aprì l’agenda che portava sempre con sé nella tasca interna della giacca e trasse un profondo respiro mentre dava un’ultima occhiata alla mappa del quartiere. La girò un paio di volte e con aria soddisfatta si mise a camminare di buon passo.
L’agenda, corredata di mappa, di nuovo in tasca, il giornale e l’inserto sotto il braccio sinistro, la voluminosa e curiosa valigia nella mano destra.
Ovunque, su Pont Neuf, lungo Rue Dauphine e Rue de L’Ancienne Comedie, fino all’incrocio con boulevard Saint-Germain, ovunque vi era qualcuno intento a leggere quell’inserto e a discutere animatamente con amici, conoscenti o anche solo altri passanti, delle notorie gesta dell’Eccentrico Collezionista.
Il nuovo arrivato, forse ancora un poco spaesato, si fermò un paio di volte per chiedere qualche indicazione su come raggiungere la sua destinazione e, infine, vi arrivò pochi minuti prima delle otto e trenta. Per la felicità di due giovani figure che, a quanto pareva, lo stavano aspettando con impazienza davanti all’ingresso di un negozio non meglio identificato.
Riconoscere il misterioso visitatore sarebbe stato fin troppo semplice per chiunque.
Unico tra la folla, si era fermato davanti al passaggio pedonale, posando la sua pesante valigia per terra e guardandosi intorno, mentre tutti gli altri si affrettavano ad attraversare il boulevard e raggiungere la fermata di Odeòn. Tutto intento a girare e rigirare la cartina per cercare di capire da quale parte dovesse andare quella volta, udì infine gridare il proprio nome da parte dei due amici. Svelto come una lepre, prese la sua valigiona e attraversò il boulevard a grandi falcate, grazie alla provvidenziale pazienza degli automobilisti parigini che lo attesero nonostante il semaforo fosse diventato verde.
Senza nemmeno essersi reso conto di aver bloccato il traffico di una delle arterie più importanti della città, corse ad abbracciare gli amici prima di soffermarsi alcuni minuti davanti alle vetrine di un negozio pieno di imballaggi e arnesi di un mestiere di cui tutti parlano, ma del quale pochi conoscono i trucchi e i segreti.
Il giovane dai capelli biondi aprì le braccia e mostrò al nuovo arrivato le tre vetrine che, sebbene malconce, solitarie e un pochino fuori moda, rappresentavano l’eredità lasciata alla sua famiglia dal nonno paterno. Come raccontò, suo padre aveva pensato di chiudere l’attività e di vendere i muri, per ricavarne un bel gruzzoletto. Su insistenza dell’unico figlio aveva deciso di aspettare e di affidare proprio a lui la direzione della patisserie. Che, per sua stessa ammissione, non navigava in ottime acque. Anzi, dopo il suo arrivo, aveva anche perso il maître chocolatier e alcuni assistenti a lui fedeli. Insomma, c’era da rimboccarsi le maniche per cercare almeno di condurre la nave in porto.
In attesa di tempi migliori.
Al suo fianco, una ragazza dai capelli neri come la pece, aveva atteso paziente la fine del racconto per puntualizzare un paio di cose. In primo luogo, come disse con un senso degli affari raffinato, la dipartita del maître aveva dato adito alle voci di una prossima chiusura della pasticceria, nonostante – o forse proprio per via – il cambio a livello direttivo. Questo aveva preoccupato e allontanato i clienti. In secondo luogo, negli ultimi anni la concorrenza si era fatta sempre più agguerrita, al punto che il loro maître si era fatto sedurre dall’offerta economica di uno dei più acerrimi rivali.
Tutto sommato, poco importava allora. Ciò che contava era che Michel fosse lì, pronto ad aiutarli a rimettere in sesto una situazione più che preoccupante.
Così, quella mattina, i tre amici si misero subito a lavorare sodo per cominciare nel migliore dei modi la loro nuova avventura, quasi dimentichi del fatto che la città fosse in ostaggio di uno dei criminali più curiosi e singolari della storia.
Passarono prima una, poi due e infine tre settimane; la clientela non faceva altro che diminuire sempre più, così come i dipendenti disposti a rinnovare il loro impegno nei confronti di un’attività in procinto di chiudere i battenti. Il problema, come disse in più di un’occasione mademoiselle Claire, non riguardava le creazioni di Michel, tantomeno lo stile un po’ retrò della pasticceria; no, il problema consisteva tutto nel fatto che le persone avevano perso fiducia in quel negozio e avevano cominciato a provare la concorrenza. Farli tornare indietro sarebbe stato piuttosto difficile.
I tre amici trascorsero parecchie serate a cercare una soluzione che non li avrebbe costretti a chiudere bottega o, peggio, a dover chiedere un prestito per sopravvivere.
Un qualunque venerdì di pioggia, intorno alle diciannove, Michel, Antoine e Claire si sedettero ad uno dei tavolini; in mano avevano le dimissioni delle ultime due cameriere a libro paga. Poco importava che, di fatto, nessuno di loro tre avesse mai percepito un solo spicciolo per le ore trascorse a lavorare. Senza nessun genere di aiuto, il negozio non avrebbe avuto più speranza alcuna.
Mentre cercavano di trovare una soluzione, una trafelata donna sulla quarantina, con al seguito un giovane ometto, fece il suo ingresso in negozio.
Subito il nostro Michel si alzò e riprese il suo posto al bancone.
“Scusate il disturbo, ma avrei bisogno di un cabaret di paste da portare a cena dai miei genitori stasera. Ho provato nelle altre pasticcerie, ma mi hanno detto che a quest’ora non hanno più nulla di fresco e non riaccendono i macchinari per così poco”.
Michel sorrise alla donna ed estrasse dalla tasca del grembiule il suo fedele taccuino per le ordinazioni.
Dunque: cinque cannoncini, cinque bignè alla crema, dieci bignè al cioccolato bianco e dieci bignè al cioccolato al latte.
Il ragazzo annuì soddisfatto, lanciò uno sguardo d’intesa agli amici e sparì nel retro bottega.
Forse, per la prima volta dopo tre giorni, non avrebbero fatto chiusura senza nemmeno una vendita all’attivo.
Mentre il maître chocolatier raggiungeva il suo laboratorio, la giovane donna si inginocchiò accanto al figlioletto e cominciò ad armeggiare con una specie di pupazzetto. Claire, vedendola in difficoltà, le si fece vicino per capire se potesse in qualche modo aiutarla.
Tra le dita della donna, ancora umide per la pioggia battente, vi erano frammenti non meglio definiti di un giocattolo di plastica. Il figlioletto piangeva sommessamente mentre teneva stretta quella che sembrava a tutti gli effetti essere una coda.
“Glielo ha regalato suo padre l’altra settimana” – raccontò la donna tutta intenta a trovare un modo per rimettere insieme i pezzi andati in frantumi – “È caduto dalle sue mani sulle scale della metropolitana e…”.
Claire annuì. Non si lasciò comunque scoraggiare.
“Vediamo quello che riusciamo a fare”.
Tra l’incredulità generale, fece accomodare la madre e il piccolino ad uno dei tanti tavolini liberi e, insieme a loro, mise sulla superficie laccata tutti i pezzi del puzzle. Ne contarono circa una quindicina.
“Signorina” – fece il bambino, aggrappandosi al braccio di Claire – “Riesce ad aggiustarlo?”.
“Credo che molti pezzi siano rimasti sulle scale…”- fece notare la madre, consapevole che qualcuno di essi le fosse sfuggito, portato via dall’acqua o calpestato dalle scarpe dei passanti.
Claire rimase alcuni secondi ad osservare il complesso rompicapo.
In suo soccorso, pochi istanti dopo, arrivò Antoine, con alcuni pennellini e un vasetto di colla rapida.
“Sono le uniche cose che sono riuscito a trovare nel retro”.
“Allora” – riprese Claire, rivolgendosi al piccolino – “Credo che la tua mamma abbia ragione. Mancano certo dei pezzi. Però proviamo a rimettere insieme quello che abbiamo a disposizione e poi vediamo come va. Che cosa ne dici?”.
La donna osservò il figlio asciugarsi le lacrime e lasciarsi andare ad un piccolo sorriso pieno di speranza. Sarebbe stato difficile, non provarci invece sciocco.
Così Claire, Antoine, la giovane mamma e il suo pargoletto, unirono le forze per cercare di porre rimedio al dispetto che la pioggia e le scale scivolose avevano voluto fare.
Circa una decina di minuti più tardi, mentre i quattro erano tutti intenti nella loro opera di ricostruzione, Michel emerse dal laboratorio con in mano il cabaret dorato sul quale aveva accomodato le paste richieste dalla cliente. Che non era più lì. Il maître chocolatier rimase stupito. Eppure era certo di averla lasciata in attesa al bancone solo pochi minuti prima. Uno sguardo rapido alla sua destra, uno alla sua sinistra. Ah, eccola!
Subito intuì che nel negozio stava accadendo qualcosa di strano.
“Signora, i pasticcini sono pronti!” – esclamò Michel, con poca convinzione.
“Oh, oh, mi scusi, me ne ero dimenticata” – ribatté la donna, alzandosi di scatto dalla sedia e appropinquandosi al bancone.
“Michel, aspetta un secondo” – lo interruppe Antoine, rivolgendosi all’amico – “Stiamo cercando di salvare la vita al giocattolo del piccolo Robert”.
All’udire quelle parole, subito il maître tranquillizzò la donna, ripose con cura il cabaret di paste sulla pesa elettronica e raggiunse gli amici al tavolino. Dall’alto dei suoi cento e novanta centimetri, Michel ebbe modo di farsi un’idea ben precisa della situazione drammatica nella quale versava il povero giocattolo. Costruito con metallo morbido misto a stagno, il ninnolo in origine rappresentava uno scoiattolino che teneva tra le mani un fiocco azzurro, probabilmente con inciso sopra il nome del destinatario del regalo. Occhietti neri e colori sgargianti per dare ancora più importanza al codone, il dono sembrava proprio messo male. Michel si soffermò alcuni istanti ad osservare il piccolo Robert assistere in silenzio al tentativo dei suoi amici di rimettere insieme i pezzi dello scoiattolino.
Poi si allontanò in silenzio dal tavolo operatorio e, senza essere visto, tornò nel retro bottega per prendere la borsa che portava sempre con sé. Una volta tornato in negozio, l’appoggiò su un tavolo e cominciò a rovistare al suo interno alla ricerca di qualcosa. Infine, mentre gli altri iniziavano a preoccuparsi di non riuscire davvero a rimettere insieme i pezzi dello scoiattolino, Michel finalmente trovò quello che stava cercando.
“Robert, vieni qui” – fece Michel, con un ampio gesto della mano sinistra.
Il piccolo guardò per un istante la madre e poi si precipitò al tavolo che si trovava accanto al bancone, ad angolo con la vetrina.
Il maître tirò fuori dalla borsa, nell’ordine, una scoiattolina di latta tutta agghindata per il Natale, uno scoiattolino molto simile al suo che teneva tra le zampe una ghianda dorata, una coppia di scoiattolini con, tra le zampette, due tazze di cioccolata calda fumante e, infine, un animaletto della medesima collezione con un cesto pieno di ghiande, noci, nocciole e alcune pigne.
Robert non credette ai propri occhi.
“Mamma, mamma, corri, presto!” – esclamò Robert mentre si accingeva a prendere tra le mani la coppia di scoiattolini con le tazze di cioccolata calda.
I provetti chirurghi si voltarono tutti di scatto e non poterono fare a meno di rimanere di sasso quando, avvicinatisi all’ultimo tavolino, videro davanti ai loro occhi quei bellissimi giocattoli.
“E io che pensavo che in quella borsa ci fosse la d….ahia!”- esclamò Antoine dopo essere stato raggiunto da un provvidenziale scappellotto da parte di Claire.
“Vedi di moderare i termini! C’è un bambino se non te ne sei accorto!”- lo sgridò tra le risate generali.
Robert, tuttavia, non si era reso conto di nulla, tutto preso com’era ad osservare, toccare e tenere tra le sue manine quei piccoli capolavori.
“Mamma, mamma, me ne compri uno, per favore?” – domandò il bambino.
Michel sbiancò in volto non appena udì la donna chiedere quanto costassero.
“Per l’amor del Santo Abate Piero! Questi giocattoli non hanno un prezzo. Non voglio soldi, signora” – rispose il giovane, facendo arrossire in volto la mamma del piccolo Robert.
Con grande dolcezza, accarezzò la testa del bambino e lo invitò a scegliere quelli che gli piacevano di più.
“Puoi prenderli anche tutti. Io li costruisco per passione, come hobby e se mi lasci qualche giorno vedrai che riuscirò a rimettere in sesto anche il tuo”.
Robert salì sulla sedia e buttò le braccia al collo di Michel, in segno di riconoscenza.
Per alcuni minuti, dopo settimane di conti in rosso, lettere di licenziamento, fornitori in fuga e clienti svaniti nel nulla, nella pasticceria di Antoine comparvero serenità e felicità. Martine, la madre di Robert, abbracciò uno per uno i ragazzi che l’avevano aiutata con tanta gentilezza e fu più che felice di pagare il cabaret di paste e di comprare anche le stecche di cioccolata alle nocciole fatte con le sapienti mani del nostro Michel.
“Quando posso venire a prendere il gioco aggiustato?” – domandò Robert poco prima di uscire dal negozio.
Michel guardò un attimo il calendario.
Era venerdì.
“Martedì pomeriggio dopo la scuola lo trovi qui, come nuovo!”.
Michel, Claire e Antoine osservarono la mamma e il suo bambino lasciare il negozio mano nella mano, felici e contenti come probabilmente non avrebbero pensato di poter essere dopo lo sfortunato evento occorso all’uscita della metropolitana.
Quella sera, nella sua semplicità, rappresentò però un punto di svolta per le sorti della pasticceria. Antoine e Claire, infatti, nelle settimane successive, lanciarono una promozione che portò tantissime persone a diventare, o tornare ad essere, clienti fissi del negozio.
Per tutto l’autunno, infatti, come recitava la lavagnetta nera esposta fuori dalla porta, chiunque avesse fatto acquisti presso la loro pasticceria sarebbe stato omaggiato – fino ad esaurimento scorte giornaliere – di un piccolo giocattolo di latta.
Nel giro di alcune settimane quella iniziativa, insieme alla qualità sopraffina delle creazioni del maître chocolatier, attirò l’attenzione di tantissime persone tanto nel quartiere quanto in tutta la città.
Fu un vero e proprio successo.
Al punto che qualcuno, nell’ombra, cominciò ad osservare in silenzio l’evolvere della situazione.
Una sera di un tranquillo venerdì di fine novembre, mentre Claire e Antoine si erano presi un paio d’ore di permesso per poter andare a festeggiare il loro anniversario di matrimonio, Michel rimase da solo in negozio a servire gli ultimi clienti e a sistemare gli strumenti del lavoro.
L’idea di Antoine di regalare un giocattolo ad ogni cliente, gli aveva dato senza dubbio molte più cose da fare del normale, ma, grazie ad un po’ di aiuto da parte dei suoi amici, era riuscito a trovare un buon ritmo senza smettere di divertirsi. Quella, in fondo, era la cosa più importante di tutte. Fino a quando avrebbe avuto piacere a costruire giocattoli e a produrre cioccolata, la stanchezza non lo avrebbe mai sopraffatto. Così, approfittando anche del fatto che il negozio si era infine svuotato degli ultimi clienti, Michel prese la sua borsa, estrasse alcune boccette di colore, un set di pennelli, e cominciò a colorare gli ultimi cinque giocattoli che sarebbero stati dati in omaggio il giorno successivo.
Nel negozio, attraverso gli altoparlanti, si diffondeva una musica orecchiabile e allegra. Il Mambo n°5 di Lou Bega, dopotutto, era un classico intramontabile che ben accompagnava l’attività del nostro maître. Fuori dalla vetrina, a pochi metri dal tavolo sul quale Michel stava lavorando, qualcuno osservava nell’ombra.
Il campanello della porta, tutto ad un tratto, squillò un paio di volte.
Qualcuno era entrato in negozio.
Michel, sempre cortese e disponibile, si alzò di corsa dal tavolino e fece per avvicinarsi al bancone.
“Stia pure comodo, Michel” – disse l’uomo con voce squillante – “Non c’è bisogno che interrompa quello che sta facendo”.
Il maître, preso alla sprovvista da quelle parole, rimase a metà strada tra il tavolino e il bancone, come bloccato. Alzò gli occhi e si trovò dinanzi un signore vestito con un completo blu e un cappotto di panno color sabbia. L’uomo, che non arrivava ai cento settanta centimetri di altezza, indossava quei capi con rara eleganza, mentre ai piedi portava un paio di scarpe eleganti, un piccolo rialzo sotto al classico tacco rettangolare.
I due uomini si osservarono per alcuni secondi.
Il visitatore indossava anche un cappello Fedora marrone scuro con appuntata, sulla piega sinistra, una spilla di pregevole fattura. Come buona educazione, lo tolse subito dopo essersi avvicinato al maître e avergli porto la mano.
“Piacere di conoscerla, Michel. Sono un grande estimatore del suo lavoro e della sua arte. Vorrei che la mettesse al mio servizio” – disse il misterioso cliente, mostrando un sorriso tanto scintillante quanto inquietante.
Lo sguardo dell’uomo si diresse poi verso i giocattoli posti sul tavolino e, in men che non si dica, parve dimenticarsi della presenza di Michel. Anzi, lo urtò con la spalla destra nel tentativo di insinuarsi nel poco spazio rimasto tra la sedia, il tavolino e il giovane.
Michel continuava a non capire, mentre fissava imperterrito quella spilla.
“Questi giocattoli sono meravigliosi, delle autentiche opere d’arte” – proseguì il misterioso visitatore, prendendo quei meravigliosi gingilli tra le mani, lisciandoli, annusandoli, e rigirandoli con tutta la delicatezza possibile. Li osservò da ogni angolazione, estasiato dalla loro fattura, dall’armonia delle forme, dalla sapiente scelta delle composizioni e dal magistrale accostamento dei colori.
“Lei è un mago, mio caro Michel! Un autentico mago. Uno dei pochi artigiani dei giocattoli rimasti al mondo” – proseguì, ricoprendolo di elogi che lo fecero arrossire non poco – “Lei crea giocattoli con passione, li cesella, li rende perfetti e meravigliosi. Li voglio tutti!!!!”- gridò, facendo sobbalzare il suo interlocutore.
Con una mossa rapida, afferrò i cinque giocattoli e se li strinse al petto.
“Ma che diavolo fa? I colori sono freschi… così li rovina tutti!” – sbottò Michel, che, nel frattempo, aveva cominciato a stufarsi di tutti quei complimenti e a cercare di capire che cosa volesse davvero da lui quel losco figuro.
D’un tratto, proprio mentre l’uomo si voltava verso di lui con sguardo estasiato, l’attenzione di Michel cadde sulla prima pagina di un quotidiano dimenticato su un tavolino a pochi passi da loro. Nel trafiletto si parlava, ancora una volta, dell’Eccentrico Collezionista e nella foto a corredo era riportato il suo biglietto da visita.
Michel guardò la foto e poi la spilla sul cappello. Di nuovo la foto e ancora la spilla.
Non c’erano dubbi.
Il volto paonazzo di un piccolo tamburello, in testa una corona dorata con inserti verdi, in mano due bacchette d’argento incastonate di pietre preziose.
Michel non credette ai propri occhi.
“Lei è…”- balbettò, indietreggiando un poco in direzione del bancone.
Il pericolo numero uno di Parigi era seduto a pochi centimetri da lui.
L’uomo, vistosi riconosciuto, lasciò per un attimo i giocattoli e si alzò in piedi.
“Sono lieto che la mia fama mi preceda, Michel” – disse l’uomo, accennando un sorriso vanesio – “Permetta che mi presenta: il mio nome è Arnaud Lecombe, ma lei mi conoscerà con il mio nome d’arte: l’Eccentrico Collezionista”.
Il ricercato per eccellenza di Francia fece un ampolloso inchino e rimase in silenzio per alcuni minuti, come per gustarsi gli effetti della sua rivelazione.
Michel lo osservava con gli occhi sbarrati e la situazione non potè fare a meno che peggiorare quando l’uomo, con movimento felino, salì sulla sedia accanto al maître e gli passò la mano sinistra intorno alle spalle, cominciando a vaneggiare sulla loro prossima collaborazione.
“Mi ascolti, Michel. Ascolti l’uomo che cambierà per sempre la sua vita” – riprese l’Eccentrico Collezionista, aggrappandosi alle forti spalle del giovane per evitare di cadere – “Lei sarà ospite nella mia residenza, costruirà tutti i giocattoli che voglio e io la ricoprirò d’oro”.
“E se io non volessi?” – domandò Michel, molto poco convinto dalla proposta e per nulla allietato dall’alitosi del furfante.
L’Eccentrico Collezionista, all’udire quella domanda, balzò giù dalla sedia, fece un paio di giravolte e infine un inchino.
“In questo caso…”.
Monsieur Lecombe alzò le mani e le batté ripetutamente per tre volte.
“…Prendetelo, miei prodi!”.
Quello che accadde di lì a pochi minuti è difficile da raccontare.
Quattro giganti nerboruti, vestiti con completi neri e scarpe lucide, fecero capolino dalla porta del negozio e, in men che non si dica, si schierarono ai fianchi dell’Eccentrico Collezionista, decisi a non dar modo al nostro Michel di poter fuggire.
Il maître pensò subito all’uscita di servizio, quella – per intenderci – dedicata alla pausa caffè, alla visita di qualche amico e agli innumerevoli fornitori di una pasticceria; ma dalla porta del laboratorio emersero con puntualità altri tre energumeni con intenzioni bellicose.
Monsieur Lecombe, tutto ad un tratto, alzò la mano destra e i sette scagnozzi si fermarono. Meglio di un branco di cani da guardia.
“Mettiamola così, monsieur” – attaccò l’Eccentrico Collezionista con grande teatralità – “Consideri questa la sua ultima possibilità: o viene con me con le buone o…”.
Gli occhi dell’uomo scintillarono.
Michel non mostrò segni di cedimento e in men che non si dica quei bruti gli furono addosso.
Fu proprio allora che accadde qualcosa di incredibile.
Quando due tirapiedi dell’Eccentrico Collezionista afferrarono Michel per le spalle e lo alzarono di peso, la borsa contenente alcuni giocattoli e il materiale per colorarli, cominciò a vibrare, poi a saltellare e, infine, a cantare. Già, avete proprio capito bene, a cantare.
Giusto per la cronaca, non si trattava di una strenna natalizia o di un’allegra filastrocca; no, dalla borsa provenì in prima battuta un rullo di tamburi, seguito poi da un corno e, da ultimo, un canto di guerra. Un attimo dopo, mentre tutti i presenti la fissavano, dalla borsa saltarono fuori quattro scoiattolini in tuta mimetica che diedero letteralmente l’assalto ai giganti di nero vestiti.
Fu uno scontro impari.
Gli scoiattolini, che avevano addirittura i colori di guerra sui musetti come dei provetti Marines, saltarono sugli avambracci dei malcapitati rapitori e, in men che non si dica, corsero su fino alle spalle e assestarono due colpi di kung-fu ai volti degli uomini. Una zampettata all’orecchio sinistro, una codata alla guancia destra ed eccoli cadere a terra privi di sensi.
I quattro scoiattolini si schierarono sul tavolino accanto al maître.
Mostravano i muscoli delle loro zampette e i tatuaggi di guerra sulle loro code.
Erano davvero pronti a scatenare l’inferno.
“Che diavolo state aspettando?!?!” – esclamò inorridito l’Eccentrico Collezionista – “Sono solo scoiattoli. Schiacciateli e portatemi Michel!”.
Non fu affatto così semplice.
I tirapiedi si scagliarono contro la squadra di scoiattoli, commettendo l’errore più grave della loro vita. Gli animaletti si divisero in due squadre e attaccarono il nemico da entrambi i lati. Alla sinistra si gettarono in mezzo ai piedi degli aggressori, colpendoli alle caviglie con la tecnica della “palla di pelo”. In poche parole, i piccolini corsero giù dal tavolo, aumentando sempre di più la velocità sino ad arrivare a pochi centimetri dalle caviglie dei nemici; in quel momento spiccarono il volo, afferrandosi la coda con le zampette e trasformandosi in una palla velocissima che andò a colpire le caviglie dei malcapitati, sbilanciandoli prima e infine facendoli rovinare l’uno addosso all’altro.
Gli altri due scoiattolini, invece, optarono per un approccio diretto e, dopo essere abilmente saltati sul bancone, fecero sponda contro la pesa e colpirono gli altri due malcapitati nello stomaco con la medesima tecnica prima di stenderli con due ganci micidiali.
Michel non credeva ai propri occhi.
Quei quattro scoiattolini li aveva finiti di dipingere la sera e sarebbero dovuti diventare il regalo per uno degli amichetti di Robert. Ricordava perfettamente di averli adornati con pacchetti regalo e altri ninnoli natalizi, non certo con divise da reparti speciali. Pazzesco.
Anche l’Eccentrico Collezionista non riusciva a capacitarsi di quanto stesse accadendo.
Erano rimasti solo lui e lo scagnozzo che presidiava la porta sul retro.
“E adesso è il tuo turno”- gridò uno degli animaletti, imbracciando il bazooka che aveva sulla schiena e preparandosi a prendere la mira.
L’eccentrico collezionista gridò per il terrore e, senza pensarci su un attimo, corse fuori e svanì per le strade di Parigi a bordo della sua misteriosa auto.
Nel mentre, all’interno della patisserie, i quattro coraggiosi scoiattolini di latta si misero sull’attenti e, dopo aver salutato il nostro Michel, saltarono nuovamente nella borsa, svanendo anch’essi tra le pieghe di un mistero ancora più fitto di quello dell’Eccentrico Collezionista.
Accertatosi che l’Eccentrico Collezionista si fosse realmente dileguato, chiuse a chiave la porta del negozio, tirò le tende e spense quasi tutte le luci. Preso da un misto di curiosità e timore, si sedette al tavolo e cominciò ad osservare la borsa. Guardò le cuciture, passò le dita sulla cerniera e si lasciò inebriare dal profumo del cuoio.
Fin lì nulla di nuovo sotto il sole.
Dei colori, dei suoni, della vitalità di pochi minuti pareva non esservi più traccia alcuna. Allora si alzò dalla sedia e portò le dita in direzione della cerniera.
L’aprì.
Tutto immobile.
Sporse dunque un poco il capo in avanti per osservarne l’interno.
Le applique che decoravano quella parte del negozio non erano posizionate in modo tale da poter illuminare a sufficienza l’interno della borsa; quindi Michel prese la torcia di emergenza e proseguì con la sua ispezione. Indirizzò il fascio luminoso al centro della borsa e, successivamente, ai quattro lati. Contò diversi pennelli, quattro boccette di colore, due panni per lucidare, tre pacchetti di fazzoletti ed una piccola teca di legno contenente gli scoiattolini di tolla da lui stesso realizzati. Immobili, come tutti i giocattoli dovrebbero essere.
Trasse un profondo respiro ed estrasse i ninnoli dal borsone per posizionarli sul tavolino.
Di nuovo nulla di anomalo. Aprì la scatoletta di legno e rimase alcuni secondi ad osservarli in maniera molto attenta. Quattro musetti paffuti, lunghi codoni vaporosi, fiocchi colorate, ghiande pacchetti regalo, una campanella dorata, un fiocco di neve argentato. Senza dubbio nessun bazooka.
Il buon Michel, a quel punto, appoggiò il mento sul tavolino e sgranò gli occhi. Possibile che avesse sognato?
Tutto ad un tratto le campane di Notre-Dame rintoccarono.
La borsa si illuminò e rispose di rimando con una scampanellata piena di gioia. I quattro scoiattolini rimasero però immobili. Michel, allora, prese di nuovo la torcia per controllare l’interno della borsa, senza però trovare alcunché di insolito.
Dopo aver trascorso qualche altro minuto a fissarli, il buon maître chocolatier decise che per quella giornata avesse avuto sufficienti emozioni. Spense tutte le luci del negozio, prese il cappotto dall’attaccapanni e sparì alcuni secondi nel retrobottega per controllare che tutto fosse in ordine. Fu allora che vide un luce multicolore provenire dal negozio e udì una strenna piena di gioia e buonumore diffondersi per tutto il locale. Quando riemerse dal laboratorio, vide i quattro scoiattolini saltare sulla scatola uno alla volta e tuffarsi nella borsa.
“Buona serata, fratello!” – salutò il primo scoiattolino.
“Buonanotte, Michel” – gli fece esco la scoiattolina.
“Ci si vede, bello!” – disse un altro, facendogli l’occhiolino.
“Chiudi la bocca che entrano le mosce” – chiosò l’ultimo del gruppetto prima di svanire all’interno del borsone.
Pochi istanti dopo la musica cessò e l’onda luminosa, dopo aver scorrazzato per buona parte del negozio, picchiò dentro la borsa, richiudendola tosto alle proprie spalle.
Il buio e il silenzio calarono nella patisserie.
Michel rimase senza parole.
Stanco per la giornata di lavoro, spaventato per quanto accaduto con l’eccentrico collezionista e incuriosito dalla magia del misterioso borsone, si avvicinò al tavolo, lo afferrò per le anse e scoppiò a ridere.
Difficile, in quel momento, risolvere il mistero del borsone: Di una cosa, però, il nostro Michel era certo: in un modo o nell’altro ne sarebbe venuto a capo. E sarebbe stata un’avventura meravigliosa da raccontare.

