Questa storia ebbe inizio in una piccola villetta a pochi chilometri dalla ridente e affascinante cittadina di Chartres, in una sera di inizio dicembre, caratterizzata da un freddo vento secco e da un meraviglioso cielo stellato.
Quel giorno, una bambina dai lunghi capelli biondi espresse il desiderio di poter avere un cagnolino tutto per sé. Suo padre, che tanto le voleva bene, si ripromise, in un modo o nell’altro, di esaudire il desiderio dell’amata figlioletta.
Fu così che, dopo una lunga ricerca, un paio di settimane prima di Natale, in una villetta già tutta addobbata a festa, fece il suo trionfale ingresso un cucciolotto di Siberian Husky di nome Yukon.
Mamma Carlà e papà Emmanuel avevano viaggiato in gran segreto fino a Brest per riuscire a trovare un cucciolo di Husky da poter donare all’amore della loro vita.
E, quel tardo pomeriggio di un sabato come tanti che precedono le festività, quando Cosette lo vide correrle incontro, tutti capirono che la scintilla era tutto fuorché scoccata.
Yukon, così si chiamava il tenero cucciolone, aveva già compiuto sei mesi e, nonostante avesse ancora i movimenti impacciati e il pelo arruffato di un cucciolo, era già abbastanza grandicello da non poter essere tenuto in braccio con facilità dalla piccola Cosette.
Ad ogni modo, i genitori non si lasciarono abbattere dall’iniziale incertezza della figlioletta e lasciarono che il tempo aggiustasse tutto.
Purtroppo per Yukon e per la famiglia Poulet, le cose non andarono affatto meglio.
Costretto a passare molte ore da solo, Yukon si gettò alla scoperta della sua nuova casa, mettendola letteralmente a soqquadro. Il primo giorno tirò giù l’albero di Natale, nel tentativo di staccare una pallina da un ramo troppo alto, smangiucchiò alcune statuine del presepe, battezzò tutte le tende del salotto e, cosa ancora peggiore, dopo essere riuscito ad entrare nella camera da letto di Carlà ed Emmanuel, diede la sua personalissima benedizione anche alla coperta matrimoniale.
Fu un vero e proprio disastro.
I giorni successivi, se possibile, la situazione peggiorò.
Se, infatti, le marachelle fatte in casa dal cucciolone non rappresentavano certo un problema insormontabile, le passeggiate con Cosette lo parvero diventare fin da subito.
Quella settimana, una meravigliosa nevicata aveva imbiancato l’incantevole borgo medievale di Chartres, dando alla piccola di casa Poulet un’occasione imperdibile per andare a spasso con il suo nuovo cucciolo. Ma le prime passeggiate furono un vero e proprio disastro con Yukon che tirava come un matto, camminando sempre rasente i muri, e la piccola Cosette che, non riuscendo a tenerlo al guinzaglio e rifiutandosi di corrergli appresso, aveva deciso in più occasioni di tornarsene a casa e lasciare al padre il compito di fargli fare i bisogni e sgranchirsi le zampe.
Nemmeno in casa con Cosette le cose parevano andare meglio.
Yukon non amava correre dietro alla palla o giocare con i pupazzetti che la bimba aveva preso per lui, prediligendo sdraiarsi sul tappeto davanti al caminetto e dormire per tantissime ore.
Emmanuel provò allora a chiamare l’allevamento, ma l’unica risposta che ottenne fu di portare pazienza. Il cucciolo, come spiegò l’allevatrice, le era già stato riportato una volta e aveva solo bisogno di tempo per abituarsi alla nuova casa e al suo nuovo branco. Bisognava solo attendere che le cose si sistemassero.
Ma i giorni successivi trasformarono la già difficile situazione in un vero e proprio incubo.
Un pomeriggio, quando Carlà e Cosette furono rientrate da scuola, scoprirono che Yukon aveva distrutto il divano, scavando i cuscini e le sedute fino a riuscire a strappare via tutta l’imbottitura. Per la madre quella fu la goccia che fece traboccare il vaso: occorreva portare Yukon da un addestratore. Non c’era altra soluzione.
Così, quella sera stessa, Emmanuel fece qualche chiamata e, suo malgrado, scoprì che gli addestratori della zona avevano tutti un costo che egli, in quel periodo dell’anno quantomeno, proprio non poteva permettersi.
Quando lo comunicò a moglie e figlia, la situazione prese decisamente una brutta piega.
“Non voglio che quel cane venga con noi a Parigi da mia sorella per Natale” – sentenziò Carlà, piuttosto risentita dopo l’ennesimo disastro durante la passeggiata serale – “Quel matto ha quasi fatto cadere per terra di faccia tua figlia. Se non possiamo permetterci di addestrarlo, riportalo all’allevamento”.
Emmanuel fissò Yukon. Dormiva beato accanto al caminetto.
“Sì, papà” – disse Cosette, prendendo la palla al balzo – “Riportalo all’allevamento. A me non piace. È cattivo”.
L’uomo scosse la testa. Le parole della figlia erano state per lui del tutto inaspettate. Ma egli non volle saperne. Non avrebbe commesso l’errore dell’altro proprietario. Yukon sarebbe partito per Parigi con loro e lui se ne sarebbe preso cura personalmente, trasformandolo in un gentle-dog.
Così, il pomeriggio successivo, la famiglia Poulet partì per la capitale dove avrebbe trascorso il Natale insieme alla famiglia della sorella di Carlà.
Tuttavia per il piccolo Yukon, le cose erano destinate a non andare proprio per il verso giusto.
Per cercare di limitare i danni, i suoi padroni, in accordo con la sorella e con il marito, fecero in modo che in casa vi fosse sempre qualcuno a tenere compagnia al cucciolo. Rimaneva il problema delle uscite, soprattutto quelle serali e mattutine, durante le quali un Emmanuel ancora addormentato faceva davvero fatica a star dietro a quell’incontenibile forza della natura; ma in un modo o nell’altro la situazione poteva dirsi sotto controllo.
Fino a quando accadde qualcosa d’imprevisto.
Mentre Marie, la sorella di Carlà, era comodamente seduta accanto al camino a leggere un buon libro e Yukon sonnecchiava accanto a lei, qualcuno suonò alla porta. Madame Bertrand, la vicina di casa, venne a chiedere aiuto. Antoine, il marito, era sceso per andare a comprare da mangiare alla gatta e aveva dimenticato le chiavi a casa. Fino a qui nulla di male. L’anziano uomo aveva citofonato alla moglie per farsi aprire, ma senza fortuna. Il citofono, a quanto pareva, aveva deciso di smettere di funzionare. Marie, senza farselo ripetere due volte, sganciò la cornetta del citofono e provò ad aprire al malcapitato monsieur David. Purtroppo, però, con esito negativo.
Marie non si fece certo cogliere alla sprovvista; dopo aver preso le chiavi di casa, chiuse la porta principale e si diresse a passo spedito verso le scale per andare ad aprire il portone al vicino. Poi, da brava condomina, avrebbe pensato a mettere un cartello e ad avvisare l’amministratore.
Un gesto di grande cortesia che, purtroppo per lei, costò l’integrità al suo bellissimo tappeto persiano sul quale, pochi minuti dopo la sua uscita, Yukon pensò bene di fare un bel po’ di pipì. Quando Marie tornò per prendere un foglio di carta da apporre al portone, però, non trovò solo quella sorpresa ad attenderla.
“Il vostro cane ha rovinato con la sua pipì un tappeto da oltre settanta mila euro” – ruggì non appena Carlà ed Emmanuel fecero ritorno a casa – “E guardate l’albero di Natale!” – gridò, indicando un groviglio di fili, palline rotte e ornamenti finiti in mille pezzi.
Cosette, così come Jean e Maxime, i suoi cuginetti, scoppiò a piangere non appena vide in che campo di battaglia si era ridotto il soggiorno. Il marito di Marie, dal canto suo, cercava, in preda alla disperazione, di rimettere insieme la testa dei Re Magi.
“E il bambinello dov’è finito?” – gridò in preda al terrore.
Carlà si voltò verso Yukon che stava acquattato contro il muro del corridoio a pochi passi dalla porta d’ingresso, tutto tremante.
“Non ti preoccupare, sorellona” – fece la donna, rivolgendosi verso il cucciolo con aria minacciosa – “Adesso chiamo l’allevamento e ce lo riporto al volo domani mattina!”.
Poi si voltò verso il marito, puntandogli contro l’indice.
Lo accusò davanti a tutti di non aver mantenuto la promessa di educare il cane e maledisse il giorno in cui quella bestiaccia era entrata nella loro vita. Yukon, che fino ad allora, nonostante i disastri combinati, si era sempre sentito a casa, cominciò a guaire, incapace di smettere di tremare.
Cercò prima lo sguardo della sua padroncina, ma in cambio non ricevette nulla. Era troppo impegnata a sistemare le statuine del presepe che le zampottone del cucciolo avevano sparso per tutta casa. Fu poi il turno di Carlà. Yukon se la vide venire incontro e si schiacciò a terra, incapace di comprendere l’errore commesso.
Carlà, allora, lo afferrò per il collare e lo trascinò nello sgabuzzino.
“Ora te ne starai chiuso qui dentro fino a stasera!” – gridò, sbattendo la porta in legno contro il sedorotto di uno Yukon con il cuore che gli scoppiava in petto.
A quanto pareva, stava succedendo ancora una volta.
Qualcuno veniva a prenderlo, gli dava un posto caldo e poi smetteva d’amarlo.
Nel buio del ripostiglio chiuse gli occhi e ripensò alla sua mamma.
Ma il peggio doveva ancora venire.
Dopo aver aiutato la sorella a sistemare in qualche modo il soggiorno e aver promesso che il mattino dopo, oltre a riportare Yukon all’allevamento, avrebbero portato il tappeto a lavare e sarebbero passati a comprare un albero nuovo, Carlà prese Emmanuel da parte.
“Tu domani non andrai a Brest, è troppo lontano” – ringhiò, furiosa come non lo era mai stata prima di allora.
Emmanuel fraintese.
“Lo so che si è comportato male, ma vedere tua sorella andare via deve…”.
“Smettila di difenderlo” – lo interruppe bruscamente la donna.
Il gelo calò nella camera da letto degli ospiti.
“Non voglio più vedere quel cane in vita mia; ci sta costando troppo” – concluse Carlà, tirando un’occhiataccia al marito.
Emmanuel non capiva.
“Ma se non posso riportarlo all’allevamento che cosa…” – replicò il marito, prima che un brivido di paura gli percorresse la schiena.
Carlà lo fissò negli occhi.
“Abbandonalo! Stasera quando lo porti fuori. Non voglio sentire obiezioni” – sussurrò all’orecchio del consorte, senza mostrare un briciolo di pietà.
Quello che accadde dopo, all’interno della camera da letto degli ospiti, non è dato sapere. È noto solo che quella sera Emmanuel non toccò cibo e che sua moglie non mancò di rimproverarlo più volte sotto lo sguardo inquisitorio della sorella.
Nello sgabuzzino, Yukon si annusava la zampa e leccava il parquet in cerca di qualche goccia d’acqua.
Il cucciolone aveva fame e sete e quando, finalmente, intorno alle undici di sera, Emmanuel aprì la porta, il mondo intero tornò a sorridergli. Si tuffò nella ciotola dell’acqua e cominciò a saltellare intorno al padrone. Era pieno di gioia quando lo vide prendere il guinzaglio e allacciarglielo al collare. Pareva sorridere.
Così i due uscirono di casa e, nel silenzio più totale, si diressero placidamente verso gli Jardins Du Luxembourg. Yukon tirava sempre a più non posso, felice come mai in vita sua. Non si sarebbe potuto dire la stessa cosa dei sentimenti che trapelavano dallo sguardo di Emmanuel.
Lo chiamò a sé, di ritorno dall’ennesima pipì su quei bellissimi alberelli che adornavano il marciapiede accanto alla porta sud degli Jardins. Yukon corse e gli finì con il testone contro il ginocchio. Aveva ancora qualche problema a impostare le frenate sullo slancio.
Emmanuel gli accarezzò il muso e slacciò il guinzaglio.
Lo lasciò libero. E indifeso.
“Vai, bello!” – disse l’uomo, facendo cenno al cucciolo di riprendere la sua corsa.
Yukon parve ascoltarlo.
E, dagli occhi dell’uomo, cominciarono a scendere lacrime amare.
Emmanuel arrestò il proprio incedere e attese.
Yukon, tranquillo e sereno, cominciò ad allungare il passo, correndo da un alberello all’altro per coprire quanto più territorio possibile. Sembrava davvero felice.
Poi, tutto ad un tratto, un gatto striato sbucò dal nulla, correndo verso la cancellata degli Jardins. Quando si avvide di Yukon, subito si fermò. S’acquattò in posizione di difesa e lo fissò per alcuni istanti. Il tempo sufficiente a Yukon di squadrarlo prima di partire all’inseguimento più sfrenato e avventuroso della sua giovane vita.
Il tempo sufficiente ad Emmanuel di fermare un taxi e sparire nella notte, abbandonando a se stesso forse l’unico vero amico che avrebbe mai potuto avere.
Yukon, però, in quel momento non poteva comprendere ciò che stava accadendo alla sua vita e al suo futuro, tutto intento com’era a cercare un modo per superare la cancellata. Il gatto, grazie al suo corpo snello e agile, era riuscito ad infilarsi tra le sbarre d’acciaio merlato, mentre il povero cucciolone si era presto reso conto di non aver modo alcuno di raggiungerlo. Lo fissava, il felino, con aria di sfida e lo irrideva mentre cercava di scavare il cemento alla base del muretto di cinta.
Il siberian husky, tuttavia, non era certo tipo d’arrendersi con facilità. Tese le orecchie e cominciò ad annusare per terra, seguendo il perimetro della recinzione. Fu allora che, fermatosi a pochi passi da un tombino, incrociò il nasone umido con il musetto appuntito di un bel topastro parigino. La bestiolina, non appena vide i grandi occhi scuri del cagnolone, subito scappò a zampe levate verso gli Jardins. E Yukon non si fece sfuggire l’occasione di lanciarsi in una seconda avventura in notturna.
Del taxi d’Emmanuel non v’era più traccia alcuna.
Il topo sgusciò via sulla sinistra e si appiccicò al muretto di cinta fino a quando non raggiunse una delle entrate di servizio del parco. In quel periodo dell’anno, all’interno degli Jardins, alcuni gruppi di operai stavano effettuando dei lavori di manutenzione alla rete idrica e utilizzavano un ingresso con un cancello d’acciaio mobile, leggermente rialzato da terra.
Il roditore non ci pensò su due volte e s’infilò sotto il ribassamento in legno, sfuggendo per un soffio al suo inseguitore.
Ma, almeno per Yukon, le avventure non erano finite.
Sentendo della terra morbida sotto le zampe, invece del freddo cemento, cominciò a scavare a più non posso nel tentativo di aprirsi un varco. Con tanto impegno e un notevole dispendio di energie, alla fine vi riuscì.
Quando fu dentro agli Jardins cominciò ad annusare in lungo e in largo alla ricerca delle sue prede. Ma sfortunatamente il topino e il gatto striato erano già lontani.
Fu allora che Yukon ripensò al padrone. Tornò intelligentemente sui suoi passi, passò di nuovo sotto al cancello di servizio e ripercorse tutto il marciapiede alberato dove Emmanuel lo aveva liberato. Non vi era però nessuno ad aspettarlo. Corse come un matto avanti e indietro, annusando ogni millimetro d’asfalto in cerca di un odore familiare. E lo trovò. Trovò addirittura il fazzoletto di stoffa con cui Emmanuel si era asciugato le lacrime prima di prendere il taxi. Giaceva sul ciglio della strada. Anch’esso dimenticato. Come l’amore per il suo cane.
Yukon si accucciò e cominciò a leccarlo, ululando per la disperazione.
Forse temeva che al suo padrone fosse accaduto qualcosa. O forse aveva capito tutto.
Si accucciò accanto al fazzoletto e rimase immobile per alcuni minuti mentre il cielo sopra Parigi si copriva di nuvole cariche di pioggia. Aveva fame e sete, il povero Yukon. Ma, per le strade, a quell’ora, sembrava non esserci nessuno che potesse aiutarlo.
Così, tanto preoccupato quanto triste e solo, il nostro husky siberiano prese in bocca il fazzolettino del suo padrone e si incamminò mestamente verso l’interno degli Jardins. Si trascinò, stanco e spaventato, fino ad una fontanella dalla quale riuscì a bere un po’ d’acqua sporca dal recipiente di scolo alla sua base. Guaiva e ululava il cucciolotto mentre dal cielo la pioggia cominciava a scendere. In breve l’intensità aumentò, costringendo il cagnolone a rifugiarsi in mezzo ai cespugli, per trovare un po’ di riparo e qualche radice da smangiucchiare. Ma i pensieri furono tutti per il suo padrone fino a quando, spossato nel fisico e nello spirito, non cadde in un sonno profondo, protetto da un manto di fredda tristezza e tenuto in vita da una inconsapevole speranza.
Si addormentò, il piccolo Yukon e, quella notte, il suo mondo cambiò per sempre.
Erano le tre in punto quando le campane di Saint Germain Des Pres rintoccarono tre volte e un misterioso vento irruppe con le sue correnti gelide nella Ville Lumiere. I termometri, nel giro di pochi minuti, crollarono abbondantemente sotto lo zero e le nuvole assunsero una strana striatura rosata.
Il pelo di Yukon, ancora bagnato dalla pioggia che filtrava copiosa dalle fronde degli alberi, venne più folte sferzato da quel vento gelido e pungente, costringendolo a rannicchiarsi ancora di più, alla ricerca del tepore del suo amato caminetto.
Strinse gli occhietti e pensò alla sua mamma e al suo papà. Chissà se ancora si ricordavano di lui.
Il corpicino tutto pelo tremava come una foglia. E allora cominciò a sognare, a sperare.
Ed ecco che il sonno lo avvolse dolcemente e attese con lui, proteggendolo, che il nuovo giorno giungesse e che, un piccolo, timido, fiocco di neve si posasse sul naso del cucciolo di husky.
Yukon aprì gli occhi e si portò la lingua sopra al nasone per capire che cosa mai lo avesse svegliato.
Un dolce tepore lo abbracciava e il corpo era perfettamente asciutto.
Si alzò allora sulle quattro zampe e si diede una bella scrollata, per levarsi dal pelo le foglie e la terra che gli avevano fatto da giaciglio durante quella turbolenta notte.
Sotto di lui, protetto dal calore del suo corpicino, c’era ancora il fazzolettino di stoffa del suo padrone.
“Ehi, fratello!” – disse una vocina acuta.
Yukon si guardò intorno fino a quando non vide, qualche metro oltre la boscaglia all’interno della quale aveva trovato rifugio, un passerotto con un fiocco rosso al collo che lo fissava tutto interessato.
Sgranò i suoi meravigliosi occhi scuri e…
“No, no, fratello!” – puntualizzò il passerotto – “Così non cominciamo certo con la zampa giusta. Non sono la tua colazione” – soggiunse con aria autoritaria, nonostante l’evidente differenza di stazza – “Che ti è successo?”.
Yukon lo guardò stranito e cominciò a ululare.
“Sì, sì, bello… Ho capito” – replicò il passerotto, alzando il muso verso l’alto – “Ehi, voi, lassù! Qui da basso serve ancora un po’ di magia” – esortò, senza che si capisse bene con chi stesse parlando.
Ma ecco che, all’improvviso, un grosso cumulo di neve, si riversò sul testone del nostro amico a quattro zampe.
“Oh, oh, fratello!” – esclamò il passerotto visibilmente preoccupato – “Va tutto bene là sotto?”.
Yukon, dopo un attimo di smarrimento, si diede una scrollata possente e tirò uno starnuto di quelli belli forti.
“Daje, nonno Merli!” – esclamò, cogliendo di sorpresa il suo nuovo amico – “Bellerrima sta cosa bianca che cade dal cielo? Che è?” – domandò il cucciolone di husky con uno spiccato accento romanesco.
Il passerotto col fiocco rosso fece qualche piccolo salto verso di lui e cominciò a cinguettare allegramente.
“Scusali, fratello” – fece in tono di rimprovero – “Mai ai piani alti di questi tempi ci vanno giù fin troppo pesante. Allora, dicevo, che ti è successo?” – domandò infine, accomodandosi a pochi centimetri dalla zampa sinistra del cucciolone.
Il siberian husky fissò il fazzolettino del suo padrone.
Poi il suo stomaco prese ampio possesso della discussione.
Il passerotto scoppiò in una fragorosa risata e poi si librò in volo, mentre il sole cominciava a fare capolino tra le nubi.
“Seguimi, fratello! Ti porto in un posto dove potrai mangiare tutto quello che vuoi” – disse il passerotto, tracciando il sentiero da seguire.
Yukon, senza mai abbandonare il fazzolettino, cominciò a correre con il naso all’insù per non restare indietro e smarrire la strada. Insieme al suo nuovo amico percorsero tutto il boulevard Saint Michel, dribblando pedoni come la miglior versione di Pelè e schivando macchine come il più in forma dei Tom Cruise, fino a quando non sbucarono all’incrocio tra Place Saint-Michel e Quai Des Grand Augustines. Lì, dopo aver atteso pazientemente che i semafori diventassero verdi, attraversarono il ponte e si diressero a spron battuto in direzione di Avenue Etienne Marcel per poi tagliare dentro in Rue Montorgueil. Yukon adorava correre e non potè fare a meno di innamorarsi di quella nuova e magnifica città.
Non appena misero zampotte e zampette sui sampietrini, il passerotto si posò su un dissuasore mobile e riprese il suo festoso cinguettio.
Era la mattina del 24 Dicembre e, per le strade di Parigi, i suoi abitanti si dirigevano nelle più disparate botteghe per gli ultimi acquisti e commissioni. C’era chi si recava dal fruttivendolo per fare scorta di fichi, mandarini e frutta secca in vista del cenone della vigilia; chi entrava dal salumiere per ritirare delle deliziose tartine e degli squisiti vol au vent. E ancora chi usciva dalla fromagerie carico di ogni prelibatezza casearia che la Francia e il mondo intero potessero offrire. Ma, tra tutti, non mancavano certo coloro che andavano in cerca di un addobbo speciale per rendere indimenticabile il proprio albero di Natale o di un personaggio del presepe da aggiungere alla collezione di famiglia. Accanto a tutte quelle botteghe addobbate a festa e piene di clienti sorridenti, vi era un piccolo negozietto con, dinanzi al suo ingresso, una fila interminabile.
“Quella è la boulangerie di mademoiselle Bertrand” – disse il passerotto col fiocco rosso, posandosi proprio sul testone di Yukon.
Il cucciolone cercò di inquadrarlo con gli occhi, ma, quando s’incrociarono, si spaventò e si diede una scrollata improvvisa che a momenti fece finire per terra il suo pennuto amico.
“Ehi, fratello! Vedi di fare un pochino più di attenzione” – lo rimbeccò il passerotto, svolazzando agilmente sulla sedia di un dehors.
Yukon abbaiò e insieme si diressero verso la lunga fila di persone che attendeva fuori dalla boulangerie di mademoiselle Bertrand.
“Daje, coso!” – esordì il cucciolo, scrutando tutta quella gente in attesa – “Perché stanno tutti qui fuori ad aspettà? Sicuroerrimo che questo sia il posto giusto?” – domandò Yukon, suscitando l’inevitabile ilarità del passerotto.
“Ma come parli, fratello?” – domandò l’uccellino, trattenendo a stento un cinguettio rampante – “Ricordati che Titì non sbaglia mai”- concluse prima di spiccare il volo e posarsi direttamente sul bancone della boulangerie.
Fu un tripudio di carezze, coccole e affetto; ma anche il sorgere spontaneo di un sacco di domande.
Il cucciolo non aveva né medaglietta né tatuaggio, quindi dedussero in molti che o doveva essersi smarrito o, peggio ancora, doveva essere stato abbandonato. Come si sarebbero dovuti comportare in una simile situazione, era la domanda che imperversava per Rue Montorgueil. Almeno fino a quando lo stomaco di Yukon non riportò tutti a faccende più immediate.
“Daje, signo’” – fece Yukon mentre leccava la mano ad una giovane donna che si era seduta accanto a lui – “Lo so che so’ irresistibilerrimo” – gigioneggiò, strusciando il testone contro il collo del piumino della ragazza.
Le persone stravedevano per il cucciolone e chiesero, dopo lo show del suo stomaco, di portargli subito qualcosa da mangiare.
Fu proprio allora che il piccolo Yukon si innamorò a prima vista.
Tra la folla di bipedi festanti che lo circondava, si fece largo una giovane e bellissima signorina dai lunghi capelli biondo bruciato e dai dolcissimi occhi color nocciola, avvolta in un grembiule bianco che ne slanciava la figura esile e snella. Yukon la fissò con la lingua penzoloni, come incantato.
“Ecco qui, bello” – esordì Edith, la co-proprietaria della boulangerie, posando accanto alle zampe di Yukon una ciotola colma d’acqua fresca e due croissant caldi fatti a pezzettini piccoli.
“Oh, come tu sei bellerrima, mozzabbé!” – esclamò Yukon, mettendole le zampottone sulle spalle.
Edith, non aspettandosi quella esplosione d’affetto, perse l’equilibrio, finendo con il sedere per terra, mentre Yukon non smetteva un secondo di leccarle la faccia, tra lo stupore e l’ilarità generale.
Il tutto sotto lo sguardo benevolo e indagatorio del passerotto col fiocco rosso che, sentendosi messo in secondo piano, planò sul testone del cagnolone per riportare un pochino d’ordine.
“Ehi, fratello, vedi di darti un po’ di contegno!” – lo redarguì, tirandogli una beccatina sulla punta dell’orecchio sinistro.
Subito Yukon si ritrasse e si sedette composto accanto a Edith che, dopo essersi rialzata, se lo abbracciò forte forte e lo invitò a mangiare e a bere a volontà.
Il buon Pierre non tardò ad arrivare con il solito piattino di mollica di pane arabo che riservava al piccolo Titì.
“Ringrazialo da parte mia, fratello” – disse Titì rivolto a Yukon mentre entrambi si dedicavano alla loro lauta e meritata colazione – “Per qualche strano motivo i capoccioni degli Jardins devono aver fatto casino e usato troppa magia con te”.
Yukon alzò svelto la testa dalla ciotola e incrociò gli sguardi di decine e decine di curiosi. Ma per lui c’erano solo gli occhi della sua Edith.
“Daje, mozzabbé” – riprese Yukon, scatenando l’ilarità generale – “Il piccoletto dice de ringrazia’ l’amico tuo bello per lo spuntino buonoerrimo!”.
Edith guardò Titì, mentre Pierre gonfiò il petto.
Era un uomo decisamente strano, sembrava quasi venisse direttamente dal diciottesimo secolo per i suoi modi e le sue espressioni.
“Di nulla, caro!” – ribatté Pierre con il suo tipico timbro di voce squillante – “Dica pure al suo amichetto che la nostra boulangerie è come la chiesa: c ’è sempre calore e un pasto caldo per tutti” – esclamò il maître chocolatier della panetteria, benedicendo simpaticamente i presenti.
Yukon e Titì si guardarono prima di ributtarsi nel loro ghiotto spuntino.
Edith e Pierre, insieme ad alcuni clienti, stavano però già cominciando a pensare a che cosa fosse accaduto a Yukon e, non appena ebbe finito di mangiare, provarono a chiedergli spiegazioni.
Ma il cucciolone aveva cose decisamente più impellenti di cui occuparsi.
“Daje, mozzabbé”- fece in risposta alla domanda della splendida Edith – “Damme due secondi che devo svuota’ er serbatoio!”.
Yukon, con fare molto garbato, si congedò dagli astanti, cercò il lampioncino più vicino e si mise ad annusarlo con cura, prima che la sua attenzione venisse catturata dalla lavagnetta con il menù del giorno di una hamburgeria lì accanto.
“E daje de punta, e daje de tacco, e daje de…” – canticchiava il cucciolo mentre battezzava più volte la lavagnetta, scatenando tra i clienti della boulangerie risate di cuore e anche un po’ di preoccupazione.
“Ehi, ehi, non sul mio menù” – tuonò il proprietario della hamburgeria, uscendo di corsa dalle cucine, armato del cestello della friggitrice.
Yukon, colto sul fatto, abbassò la zampotta e guardò il corpulento bipede che a fatica correva verso di lui.
“Daje, signo’, vada piano che altrimenti le viene un colpo” – disse, mentre tornava placido tra le braccia della sua Edith.
Ella, che ben sapeva quanto Monsieur Louis tenesse alla lavagnetta del menù del giorno, corse in cucina a prendere straccio e detergente per farla tornare come nuova. Il tutto mentre l’uomo, in evidente sovrappeso e fiaccato da quello scatto, si sedeva ai tavoli ancora vuoti, domandandosi se, il fatto di sentire un cane parlare, non fosse il campanello d’allarme di cui parlava la moglie quando gli diceva di non lavorare troppo e di prendersi un po’ di tempo per se stesso.
Yukon in tutto quel trambusto continuò a guardare Edith con uno sguardo carico d’affetto e tanto, tanto, amore.
“Tu si’ bellerrima, mozzabbé!” – esclamò quando ella fece ritorno da lui e lo accarezzò – “So’ innamoratoerrimo de te, te lovvo, mozzabbé”.
Al che Edith, che in tutta onestà poco capiva delle divertenti esclamazioni del suo nuovo amico, si accucciò accanto a lui.
“Anche io ti voglio bene, tesoro” – disse, prendendogli il testone e stringendoselo forte al petto – “Ma io non mi chiamo mozzalé, come dici tu” – puntualizzò con tutta la dolcezza di cui era capace.
“Mozzabbé, mozzabbé! Se dice mozzabbé” – precisò Yukon, non mancando mai di farle sentire tutto il suo affetto,
“E cosa significa?” – domandò ella, sotto lo sguardo divertito dei presenti.
“Te sei bianca come ’na mozzarella e bella come ‘na lupa snella; quindi te chiamo mozzabbé, la mia mammozzona bella, la mia mammozzona snella” – spiegò Yukon tra le risate e gli sguardi emozionati dei clienti.
“Va bene; allora se io sono la tua mozzarella, tu come ti chiami?” – chiese Edith mentre si rendeva conto di essersi già affezionata oltremodo a quel dolcissimo cucciolone.
“Daje; mozzabbé, non mozzarella perché tu sei la mia mammozzona snella” – precisò l’husky siberiano prima di passare alle presentazioni – “E tu me poi chiamà Yukonella, pure se tutti me chiamano Yukon!”.
E così, fatte le presentazioni, arrivò il momento di occuparsi delle cose serie: bisognava capire finalmente che cosa fosse accaduto al piccolo Yukon.
Ma, dal momento che il negozio aveva ancora una fila enorme di clienti da servire, ed altri se ne erano aggiunti con il simpatico arrivo del cucciolo di husky, Pierre ed Edith pensarono bene di dargli alloggio nel retro bottega, in modo che potesse rimanere al sicuro almeno fino alla pausa pranzo e i due proprietari potessero tornare al loro lavoro.
Accadde poi che Yukon raccontasse a Pierre e Edith per filo e per segno tutto quello che gli era accaduto fin dall’arrivo a Parigi e che mostrasse loro il fazzolettino di stoffa del suo padrone, dal quale ancora non voleva separarsi.
Allora, il buon Pierre, che nella Ville Lumiere conosceva tantissime persone, ebbe modo di parlare con un suo vecchio amico in polizia, il quale gli consigliò di tenere il cane con loro. Era probabile, come spiegò al telefono al buon Pierre, che il padrone fosse già andato a sporgere denuncia per ritrovare il suo cucciolone e che presto l’informazione sarebbe giunta a tutti i distretti. In quel caso il piccolo Yukon avrebbe fatto ritorno a casa per il pranzo di Natale.
Diverso sarebbe stato invece qualora nessuno avesse sporto denuncia. In quel caso il tenente consigliò a Pierre di provare a trovare una famiglia disposta ad adottarlo.
Ad ogni modo, per non lasciare nulla di intentato, il tenente promise a Pierre che, appena finito il Natale, avrebbe contattato i principali allevamenti di Husky di Francia e avrebbe fatto un giro all’anagrafe canina per dare un’occhiata tra i pedigree dei nuovi nati.
Pierre, con la consueta gentilezza, lo ringraziò.
Non rimaneva dunque altro che trovare una sistemazione momentanea per Yukon, in attesa che il suo padrone lo reclamasse o che si riuscisse a risalire al suo allevamento di provenienza.
Per Edith quella fu una notizia tanto meravigliosa quanto problematica.
Adorava Yukon e avrebbe fatto carte false per poter diventare la sua nuova padrona; ma al momento condivideva un appartamento in affitto a Pigalle con altre due giovani lavoratrici e far accettare un cucciolo di Husky al padrone di casa sarebbe stato assolutamente impensabile.
“Ma di questo, cara, non si deve assolutamente preoccupare!” – esclamò Pierre, battendo le mani sulle ginocchia per far avvicinare il cagnolone – “Piccolo Pierre sarà mio ospite a Saint Germain fino a quando la situazione non si sarà chiarita un pochino di più”.
Edith non potè fare a meno di abbracciare Pierre.
“Daje, Piero!” – esclamò Yukon, mettendogli le zampotte in vita – “So’ contento de sta’ con lei, sabbe?” Me ricorda tanto er conte Fersen, sabbe? Conosciutoerrimo?” – domandò Yukon, facendo scoppiare tutti in una sonora risata.
Così il pomeriggio di Yukon e Titì trascorse tra assaggini vari delle leccornie preparate da Edith e Pierre, tranquille passeggiate per Montorgueil, durante le quali tutti impararono a conoscere lo splendido Husky siberiano e il suo simpaticissimo amico pennuto, e una scoperta sensazionale. Addirittura senza precedenti.
Poco prima delle sei di sera, infatti, proprio mentre Yukon e Titì facevano ritorno alla boulangerie dopo aver camminato un po’ per una Montorgueil illuminata a festa, ecco che l’Husky si piantò sulle zampe tutto all’improvviso.
“Ehi, fratello, che ti prende?” – domandò Titì che se ne stava tutto tranquillo appollaiato tra le orecchie del cucciolo.
Yukon sgranò gli occhi.
“Daje, coso” – esclamò con la sua ormai ben nota cantilena – “Bellerrimerrima!”.
Davanti a lui di qualche metro, avvolta in un cappottino di lana rosso che la copriva tutta fino alle zampette, una splendida barboncina champagne attraversò la Montorgueil, dando una fuggevole occhiata all’insolito duo.
Yukon rimase immobile come un baccalà, incapace di proferire verbo.
Titì, dopo essersi dato una rapida occhiata intorno, volò sul nasone di Yukon.
“Non hai mai visto una barboncina, fratello?” – domandò il passerotto.
“Quella sarebbe ’na barboncellina?” – replicò Yukon sempre più estasiato.
“Bellerrimerrima!” – esclamò tutto rapito.
“Barboncina, fratello; bar-bon-ci-na!” – sillabò Titì che, a furia di sentire lo strano modo di parlare di Yukon, si cominciava a confondere parecchio.
“Oh, ma barboncellina mia, tu sei B-E-L-L-E-R-R-I-M-A!”.
Titì gli beccò il naso per cercare di farlo tornare sulla terra; ma oramai era troppo tardi.
“Fratello, Parigi è piena di barboncine!” – sottolineò con tono fermo prima di cominciare a rimproverarlo – “Non è che ogni volta che ne vedi una possiamo innescare un tamponamento a catena”.
Ma il cucciolone non aveva occhi che per quella meravigliosa creatura.
“Dicevi che ne stanno tante di barboncelline così qui?” – domandò a Titì dopo alcuni secondi di religioso silenzio e assoluta estasi.
“Ma è ovvio, sono la razza di Francia per eccellenza!”.
Yukon si sedette al centro di rue Montorgueil e, per la prima volta da quando era stato abbandonato, vide con chiarezza il suo futuro.
Sarebbe stato ospite dello zio Pierre, poi avrebbe trovato il modo di restare per sempre con la sua mammozzona bella e snella, ma, soprattutto…
“Daje, Tito” – riprese Yukon risoluto come non mai.
“Titì” – precisò il passerotto.
“Daje, Totò; ho appena scoperto cosa farò da grande…” – proseguì il cucciolone, lasciando il pennuto amico tra il basito e l’incuriosito.
“Cioè?”.
“Disegnerò la prima mappa ufficiale di tutte le barboncelline di Parigi” – dichiarò Yukon, gonfiando il petto.
Titì lo fissò sbigottito.
“Daje, Totò! Sarà un’avventura bellerrimerrima!”.
E fu così che, a poche ore dal Santo Natale, Yukon trovò la sua strada, preparandosi a cambiare per sempre la vita e la storia di un quartiere e di una città intera.

