Questa è la storia di Monsieur Blanche,
di una vecchia mansarda in un ben noto palazzo di Saint Germain e di come una barboncina salvò il Natale del 1998.
Tutto ebbe inizio in una fredda mattina di metà dicembre.
Il signor Lewis, un uomo di circa cinquantasette anni dai folti capelli bianchi, camminava lungo il boulevard con il giornale sotto il braccio sinistro, una graziosa bombetta nera sulla testa e un elegantissimo cappotto di panno color crema. Come ogni mattina, sedeva poi al bar all’angolo con Rue de l’Éperon, sorseggiando un caffè espresso, accompagnato da un cornetto alla crema.
Raccontavano i ben informati che fosse il proprietario di un discreto numero di palazzi lungo il boulevard e che trascorresse le giornate badando in modo rigoroso ai propri affari. Si diceva anche che, per ottenere in affitto uno dei suoi appartamenti, fossero necessarie molte più garanzie di quelle normalmente richieste per accedere ad un mutuo vitalizio.
Tutti nel quartiere lo tenevano in grande stima e non mancavano di fargli riverenze ogni qual volta gli capitasse di imbattersi in lui.
Quella mattina, però, proprio mentre era accomodato al suo solito tavolino a leggere il quotidiano, una donna di mezz’età, anch’ella vestita di tutto punto, gli si fece incontro paonazza in volto e con il fiato corto. Per gli abitanti del quartiere di Saint Germain fu impossibile non riconoscerla: Cosette Dupont era l’assistente personale del signor Lewis, nonché amministratrice di moltissime delle sue proprietà.
Non appena egli la vide accorrere, subito si alzò dalla sedia e le si fece incontro.
Mademoiselle Dupont era una donna piuttosto imponente e corpulenta, non certo dotata da madre natura di un fisico atto alla corsa; quindi vederla cimentarsi in vari scatti di breve durata e rivedibile intensità aveva attirato l’attenzione di molti passanti e suscitato la preoccupazione del signor Lewis.
Quest’ultimo, dopo averla fatta sedere e aver richiesto alla cameriera di portare un bicchiere d’acqua fresca per aiutarla a riprendersi dallo sforzo, si sistemò accanto a lei e si mise ad ascoltarla in assoluto silenzio.
Mademoiselle Dupont, ignorò con garbo il bicchiere d’acqua che la cameriera le aveva porto e cominciò a raccontare quanto era accaduto circa trenta minuti prima quando, dall’appartamento dei signori Dulac, al settimo piano, era giunta una telefonata alquanto preoccupante.
Come avevano riportato a mademoiselle Dupont, da una decina di minuti a quella parte, dalla mansarda posta all’ottavo ed ultimo piano, avevano cominciato a provenire rumori inopportuni come di assi di legno che venivano chiodate e martelli che sbattevano con veemenza contro muri e porte interne. Mademoiselle Dupont, che più di tutto aveva a cuore la serenità dei suoi inquilini e la rispettabilità dei condomini a lei affidati dal signor Lewis, non aveva perso tempo e aveva deciso di recarsi personalmente a controllare la situazione.
Non era certo la prima volta, come ricordò ad un attento ma non ancora troppo preoccupato signor Lewis, che qualche malintenzionato provava a prendere possesso in maniera illegale di appartamenti liberi. Di solito venivano mandati i custodi dei palazzi a controllare, ma quella mattina il signor Beau era in permesso per una visita medica e mademoiselle Dupont aveva deciso di affrontare di persona il pericolo.
Quando era arrivata al settimo piano, l’uscio della porta dell’appartamento si era dischiuso quel tanto che bastava per far fare capolino alla riccia chioma della signorina Satine Dulac. Raccontò mademoiselle Dupont che, dopo essersi scambiate un rapido cenno d’intesa, ella aveva proseguito la salita verso l’ottavo piano dal quale, come riportato dall’avvenente inquilina, provenivano effettivamente rumori molesti, simili a quelli di chi stesse montando qualcosa. Mademoiselle Dupont si era avvicinata alla porta con cautela ed aveva estratto la chiave dell’appartamento. In quel preciso istante i rumori erano cessati.
Ella aveva infilato la chiave nella serratura e, con in pugno il suo fidato scopettone, era entrata senza paura nella mansarda. Aveva guardato prima a destra e poi a sinistra, per sincerarsi che nessuno fosse in agguato; poi, brandendo lo spazzolone come se fosse un’alabarda medievale, aveva scrutato il soggiorno. Le era parso tutto in ordine se non per le finestre spalancate e un po’ di foglie che il vento aveva sparpagliato sul parquet. Non le era rimasto dunque che controllare il bagno e la cucina alla sua sinistra e le due camere da letto dalla parte opposta. Dopo aver perlustrato a fondo l’abitazione era giunta alla conclusione che non vi fosse nessuno lì dentro.
Il signor Lewis, allora, la squadrò alquanto infastidito.
Ma il racconto della signora Dupont non era ancora finito.
Dopo essersi sincerata che tutte le imposte fossero chiuse correttamente, era scesa al piano di sotto per informare mademoiselle Satine che la spiegazione del mistero della mansarda dell’ottavo piano poteva essere ricondotto ad una maldestra dimenticanza, da parte di un addetto alle pulizie, delle finestre del soggiorno aperte. L’iniziale sollievo sul dolce volto dell’affascinante inquilina del settimo piano era svanito però ben presto quando, proprio mentre ella e mademoiselle Dupont stavano amabilmente chiacchierando, i rumori al piano di sopra avevano ricominciato a risuonare per tutto il piano.
Le due donne non si erano fatte prendere dal panico e, armate di spazzolone e mazza da baseball, si erano dirette con passo spedito verso il piano superiore. Tuttavia, una volta giunte davanti alla porta d’ingresso della mansarda, i rumori erano nuovamente cessati. Mademoiselle Dupont si era messa a protezione dell’inquilina, aveva estratto per la seconda volta le chiavi dell’appartamento e le aveva girate tre volte in senso antiorario all’interno della serratura.
“Non ci crederà, signor Lewis” – proseguì la donna ancora in evidente stato di agitazione – “La mansarda era ancora vuota e le finestre completamente spalancate!”.
“E poi, e poi, oh, santo cielo, signor Lewis…”- aggiunse la signorina Dupont, agitandosi, se possibile, ancora di più.
“E poi cosa, mademoiselle Dupont?” – domandò l’uomo sempre più preoccupato.
La signorina Dupont e mademoiselle Satine avevano proceduto ad un nuovo sopralluogo dell’unità abitativa per controllare che un ragazzino burlone non si fosse nascosto da qualche parte solo per tirare loro un brutto scherzo. E, mentre finivano di controllare la mansarda, avevano udito un gran clamore provenire dall’ingresso dello stabile.
Un giovanotto con indosso un bomber blu cobalto, chiamava a gran voce il custode, suscitando indignazione e nervosismo negli inquilini dei piani più bassi che, ben presto, avevano minacciato di chiamare la polizia se il giovane non l’avesse fatta finita di schiamazzare in lungo e in largo per la via.
Tutto ad un tratto, mentre mademoiselle Dupont continuava il suo particolareggiato resoconto dell’accaduto, un ragazzo sulla trentina, capelli ricci biondi e sorridenti occhi azzurri, comparve al tavolo del signor Lewis.
“Aiuto! Aiuto! Chiamate la polizia!” – gridò mademoiselle Dupont, aggrappandosi al braccio del signor Lewis come se fosse stata attaccata da uno sciame di api.
“Signora, signora, la prego, stia calma” – la supplicò il giovanotto con un filo di voce, quasi cercasse di tranquillizzarla e di non dare, nello stesso tempo, troppo nell’occhio.
Il signor Lewis si alzò in piedi e, con il suo consueto tono perentorio, domandò al ragazzo che cosa volesse e fece cenno ai camerieri di non preoccuparsi in quanto, almeno per il momento, la situazione poteva considerarsi sotto controllo.
Mademoiselle Dupont non era per nulla dello stesso avviso. Partì alla carica, quasi dimentica della paura appena dimostrata, e cominciò a gridare contro il giovanotto, minacciando che avrebbe chiamato lei stessa la gendarmerie e che lo avrebbe fatto rinchiudere in prigione, anziché limitarsi ad allontanarlo dallo stabile di boulevard Saint Germain.
Il giovane provò in ogni modo a spiegarsi, a scusarsi, ma il destino quel giorno non pareva essere dalla sua parte. Il chiasso e le urla di mademoiselle Dupont, infatti, attirarono l’attenzione della medesima pattuglia della polizia che, una manciata di minuti prima, era accorsa fuori dallo stabile di proprietà del signor Lewis.
“Agenti! Agenti!”- li chiamò a gran voce – “Arrestatelo!”.
Il giovane, che mostrava un’espressione tanto atterrita quanto demoralizzata, si avvicinò agli agenti e, ancora una volta, provò a spiegare loro che non era stato lui ad intrufolarsi nella mansarda, ma che aveva comunque un disperato bisogno di recuperare una cosa che era sicuro si trovasse proprio là dentro.
“Non so come tu abbia fatto ad entrare nella mansarda, né cosa tu ci abbia nascosto, ma stai pure certo che non ci metterai mai più piede fino a quando la sottoscritta avrà vita” – sentenziò mademoiselle Dupont sotto lo sguardo severo degli agenti.
Il signor Lewis, a quel punto, si sentì afferrare per un braccio dal giovanotto che, alquanto spaventato per tutto il clamore suscitato, lo implorò di permettergli di poter restare anche solo una notte nella mansarda. Al fine di rendere quanto più ufficiale e credibile possibile la sua richiesta, ebbe la folgorante idea di estrarre alcuni franchi dalla tasca posteriore dei pantaloni per sventolarli davanti al naso del proprietario.
Quella fu senza dubbio la goccia che fece traboccare il vaso. I due agenti lo bloccarono prontamente e gli ordinarono di seguirli in centrale per un controllo mentre mademoiselle Dupont si gustava ogni istante della sua vittoria personale.
Qualcosa ancora non tornava al placido e serafico signor Lewis.
Quando la situazione fu tornata alla normalità, ordinò una camomilla per mademoiselle Dupont e un caffè macchiato per sé.
“Posso chiedere” – esordì, accompagnando la tazzina alla bocca – “Che cosa è accaduto dopo che il giovanotto si è palesato all’ingresso del palazzo?”.
Mademoiselle Dupont riprese, senza farselo ripetere due volte, il filo del racconto e spiegò come, avendo udito fin dall’ottavo piano il vociare del giovane, ella si fosse affacciata alla finestra e lo avesse invitato a tenere un comportamento più rispettoso, attendendo il suo arrivo in portineria.
Così le due donne avevano lasciato la mansarda all’ottavo piano, non senza essersi accertate per ben due volte di aver chiuso tutte le imposte, e poi avevano preso la via delle scale.
I rumori molesti erano ricominciati.
Innervosita oltremodo da quello che sembrava sempre più essere uno scherzo di un misterioso burlone, mademoiselle Dupont e mademoiselle Dulac avevano raggiunto in portineria il giovanotto. Egli aveva detto loro che il padrone di casa lo aveva mandato per sistemare i rumori molesti provenienti dall’ottavo piano. Mademoiselle Dupont aveva afferrato con decisione lo spazzolone e glielo aveva puntato contro il naso. Una volta smascherato il suo imbroglio, il giovanotto aveva provato in ogni modo a giustificarsi, adducendo scuse una più assurda ed inverosimile dell’altra, ma comunque rifiutandosi perentoriamente di andarsene. Così alla signora Dupont altro non era rimasto da fare se non chiamare la gendarmerie.
Soddisfatto del dettagliato resoconto ricevuto, il signor Lewis terminò il suo caffè e, dopo aver riaccompagnato mademoiselle Dupont al ben noto palazzo di boulevard Saint Germain, proseguì verso la banca.
Tutto è bene quel che finisce bene.
O almeno così pensavano mademoiselle Dupont e il signor Lewis.
Perché, in realtà, i problemi erano appena cominciati.
La sera stessa, infatti, intorno alla mezzanotte, i rumori dall’appartamento all’ottavo piano ripresero come dal nulla, sebbene molto diversi da quelli della mattina appena trascorsa.
Alle 00:05 tutto ebbe inizio con Summer of ‘69 di Bryan Adams, ballata e cantata a squarciagola dal misterioso intruso. Mademoiselle Satine non poté fare a meno di alzare la cornetta e chiamare il custode notturno. Monsieur Gaultier, ligio come pochi al dovere, corse subito all’ottavo piano e spalancò con foga la porta dell’appartamento. Vuoto ed in perfetto ordine, con l’unica eccezione delle finestre del soggiorno perennemente spalancate. Dopo aver verificato che tutto fosse al suo posto, chiuse la porta dietro di sé e scese al piano inferiore dove vi erano ad attenderlo tutti e quattro gli inquilini dei relativi appartamenti.
Un minuto dopo, proprio mentre monsieur Gaultier li rassicurava sul fatto che non vi fosse nessuno all’interno dell’appartamento, più precisamente alle 00:15, fu il turno di Sympathy for the devil dei Rolling Stones e, dal telefono dell’appartamento del professor Morant, partì una telefonata al numero d’emergenza della gendarmerie.
Tuttavia nemmeno l’intervento delle forze dell’ordine riuscì a risolvere il mistero. Ogni volta che qualcuno entrava, i rumori molesti cessavano, per poi riprendere pochi istanti dopo che gli agenti avevano lasciato l’appartamento.
Ad ogni modo, dopo l’intervento della gendarmerie e quattro o cinque ingressi nella mansarda, i rumori molesti cessarono per tutta la giornata successiva.
Ma, nell’ombra, qualcuno continuava a tenere d’occhio quello che accadeva all’ultimo piano di un ben noto palazzo in boulevard Saint Germain, pronto a cogliere l’occasione giusta. Che, per sua fortuna, si presentò proprio il giorno stesso intorno alle ore 18:30 quando la signora DeVille, insieme ai suoi quattro incantevoli figlioletti, rientrò a casa dopo essere andata a prenderli a catechismo. Tra borse della spesa, zaini e cartellette, fu costretta a mettere il blocco al portone per riuscire a portare tutto all’interno senza dimenticare nulla sul marciapiede.
I due custodi, quello diurno che terminava il turno e quello notturno che lo iniziava, si intrattennero alcuni minuto a chiacchierare e non si accorsero che, mentre il portone era rimasto aperto, qualcuno era scivolato abilmente all’interno e si era incamminato verso la mansarda all’ottavo piano.
Cercando di dare nell’occhio il meno possibile, il losco figuro, dal cui berretto nero fuoriuscivano ciuffi di biondissimi riccioli, riuscì a raggiungere la porta della mansarda.
“Che diavolo ci fai tu ancora qui?” – gridò la signora Dupont, cominciando ad agitare un martello in aria come un’ascia norrena.
Il giovane, nonostante fosse ad un passo dall’obiettivo, vista la mala parata, si scapicollò giù dalle scale, inseguito a fatica dalla voluminosa mademoiselle Dupont. Durante la fuga, controllando più volte dietro di sé la distanza alla quale riusciva a tenere l’inseguitrice, non si avvide dell’esile figura che, proprio in quel momento, usciva di casa per portare a spasso la sua barboncina.
Il giovanotto, quando vide la beata cagnolina attraversargli la strada, provò in tutti i modi a scavalcarla con un balzo felino. E vi riuscì anche, solo che atterrò sulla sua incantevole padroncina.
Quando i ridenti occhi azzurri del misterioso ladruncolo e i dolcissimi occhi verdi di mademoiselle s’incrociarono, scoccò una scintilla e il mondo attorno a loro parve fermarsi per un istante.
Almeno fino a quando mademoiselle Dupont non sopraggiunse, armata di martello, seguita a ruota dalla mazza da baseball di mademoiselle Satin e dalle possenti mani di monsieur Auréliene. I tre, grazie all’involontario aiuto di mademoiselle De Compte, riuscirono ad immobilizzare l’intruso e a consegnarlo alla polizia. Erano le 19:05 ed esattamente sette minuti più tardi, dall’appartamento all’ottavo piano, partì a volume altissimo Picture of You dei Boyzone.
L’incubo di mademoiselle Dupont ricominciò a tormentarla.
E lo avrebbe continuato a fare sempre di più.
I successivi due giorni furono davvero snervanti. La musica partiva ad ogni ora e oramai gli interventi della polizia non si contavano più. Eppure il problema era sempre lì. Un mistero irrisolvibile. Un appartamento vuoto e rumori inspiegabili che provenivano proprio dal suo interno. Le finestre sempre aperte nonostante mademoiselle Dupont prima e i vari agenti accorsi sul posto poi le avessero sempre chiuse.
Ella non aveva alcuna intenzione di arrendersi.
Così , per garantire sicurezza e serenità ai propri inquilini, decise di scendere personalmente in campo per svelare quell’assurdo mistero: si sarebbe trasferita a dormire nella mansarda quella sera stessa.
Il signor Lewis ebbe il suo bel daffare per convincerla che quello era un rischio decisamente troppo elevato da correre e che la cosa migliore sarebbe stata quella di ingaggiare, il mattino successivo, delle guardie private che piantonassero l’appartamento in modo da risolvere l’increscioso mistero prima delle festività natalizie.
Alla fine, nonostante le rimostranze della donna, i due giunsero ad un accordo tra gentiluomini: mademoiselle Dupont sarebbe rimasta a dormire nel palazzo, ma non nella mansarda. Avrebbe potuto così vigilare in prima persona senza però esporsi in maniera eccessiva.
La notte, contro ogni pronostico, passò tranquilla e serena per tutti.
E venne infine il 20 dicembre.
E poi il 21 dicembre.
Tutto taceva per le strade di una Parigi pronta a cadere tra le braccia di Morfeo al termine dell’ennesima giornata trascorsa tra studio, lavoro, chiacchiere tra amici e cenette a lume di candela. Quando mancavano pochi minuti alla mezzanotte, il primo fiocco di neve di quell’inizio d’inverno si posò sul campanile di Notre Dame. Un secondo fiocco, un pochino più intraprendente del primo, invece, accarezzò il naso arrossato di un giovane dai riccioli d’oro che, tutto sconsolato, sedeva in silenzio su una panchina nei pressi della piazza semi deserta.
Tutto ad un tratto, un abbaio appena accennato, ruppe quel triste e malinconico silenzio. Davanti al ragazzo, elegantemente avvolta in un cappottino di lana finissima, vi era una barboncina champagne dai vispi occhi color nocciola. Al collo aveva un collarino rosso con tanti strass e una medaglietta a forma di cuore con inciso un numero di telefono. Il giovane dagli occhi blu allungò la mano in direzione della cagnolina che subito gli si fece accanto per farsi accarezzare il musetto.
Pochi metri più indietro, risalendo con lo sguardo il lungo filo di nylon del guinzaglio, vide una deliziosa fanciulla dagli occhi verdi che, piegata sulle ginocchia, lo fissava, trattenendo a stento un sorriso.
Mademoiselle De Compte chiamò Minnie a sé, la prese in braccio e poi andò ad accomodarsi accanto al misterioso furfantello.
“Sophie” – disse la ragazza, porgendo la mano per presentarsi.
“Oh, oh…” – fece il ragazzo alquanto sorpreso da quel gesto.
Poi si passò la mano lungo i pantaloni e strinse quella di mademoiselle De Compte.
“Jacques, molto piacere” – concluse il ragazzo con un sorriso tanto ingenuo quanto ammaliante.
Mademoiselle De Compte fu molto diretta con lui.
Avendolo riconosciuto dopo l’incontro-scontro sul pianerottolo del ben noto palazzo di boulevard Saint Germain, domandò per quale motivo volesse a tutti i costi entrare nella mansarda all’ottavo piano. Inoltre, prima di dargli modo di rispondere, confessò di non aver potuto fare a meno di notare i suoi maldestri appostamenti fuori dallo stabile per cercare un modo di entrare senza farsi scoprire.
Monsieur Jacques sorrise e arrossì in viso.
Difficile dire se a causa della bellezza di mademoiselle De Compte o per la vergogna di essere stato così tanto impacciato e pasticcione.
La mezzanotte scoccò.
“Non mi crederai…” – disse Jacques, visibilmente stanco e abbacchiato.
Minnie, allora, gli saltò in braccio e gli si accoccolò in grembo.
Il giovane prese a cullarla con dolci carezze mentre la neve cominciava ad imbiancare la Ville Lumiére.
“Ogni anno, quando si avvicina il Natale, alcuni di noi hanno il compito di andare in cerca dello spirito del Natale per poterlo liberare nel mondo” – esordì Jacques in maniera sommessa, temendo che mademoiselle De Compte potesse non credergli o, peggio ancora, giudicarlo male.
Invece ella rimase in silenzio ad ascoltare, mentre Minnie sonnecchiava in braccio al ragazzo.
Il racconto riprese.
Jacques spiegò a Sophie che lo spirito natalizio si formava dai sentimenti postivi delle persone, dalla speranza, dall’amore, dal desiderio di aiutare, e ogni anno si depositava in luoghi sempre diversi sotto forma di un cristallo di neve multicolore che, appunto, portava in sé lo spirito del Natale. Quel fiocco di neve, affinché lo spirito potesse diffondersi in tutto il mondo, doveva essere liberato nell’aria.
“Ogni anno dobbiamo accertarci che tutte le fonti di spirito natalizio scorrano prima che sorga l’alba del 21 dicembre” – proseguì Jacques, fissando l’orologio sul suo polso sinistro.
Sophie continuava ad osservarlo con occhi sognanti e una certa ammirazione.
“Quindi, se ho capito bene, tu vai in giro a salvare lo spirito del Natale?” – domandò, spalancando i suoi dolcissimi occhi verdi e avvicinandosi ancora di più al ragazzo.
“Se non trovo un modo di tirare fuori il cristallo di neve da dentro il caminetto del soggiorno della mansarda, penso proprio che quest’anno a Parigi non ci sarà per niente lo spirito del Natale”- rispose mestamente il biondo giovanotto.
Mademoiselle De Compte si alzò in piedi e cominciò a passeggiare per la piazza di Notre Dame sempre più imbiancata. Pensava e rifletteva ad alta voce, domandandosi se le parole del giovanotto non fossero davvero la spiegazione di quella frase che ultimamente aveva udito più volte ripetere da amici e conoscenti, quella strana e per lei incomprensibile affermazione di non sentire lo spirito natalizio che attribuiva alla frenesia e al moltiplicarsi degli impegni in quel periodo dell’anno.
O forse era lei a sbagliarsi?
Jacques scosse la testa e fissò il cielo.
La neve parve in grado di strappargli ancora un sorriso.
“Va bene, signor guardiano dello spirito del Natale” – disse mademoiselle De Compte con tono risoluto – “Ti voglio credere. Andiamo a liberare il cristallo intrappolato nella canna fumaria. Ti faccio entrare io”.
Erano le 00:22 del 21 dicembre.
Fuori dal ben noto stabile di Boulevard Saint Germain vi era una quiete quasi surreale, una pace e una serenità che, tutto ad un tratto, sembravano aver avvolto l’intera città. La Ville Lumière, placida ed elegante con i suoi boulevards che, a poco a poco, andavano ad imbiancarsi, pareva osservare divertita i due giovani piccioncini passeggiare sotto braccio.
Monsieur Forcade, che quella notte avrebbe ricoperto il turno di sorveglianza, sonnecchiava pacifico sulla sua poltrona reclinabile e nemmeno si accorse che mademoiselle De Compte e il biondo brigante gli erano appena passati davanti. I due si strinsero l’una all’altro e cominciarono a salire in ascensore. Per il momento tutto sembrava filare liscio come l’olio.
Dopo alcuni secondi di attesa, i guardiani dello spirito natalizio, in missione insieme all’inseparabile e formidabile barboncina Minnie, giunsero all’ottavo piano, proprio di fronte alla porta della mansarda. Jacques invitò Sophie a fare silenzio e a non muoversi.
“Vedi” – sussurrò all’orecchio della giovane, cercando di fare meno rumore possibile – “Lo spirito del Natale è molto imprevedibile e potrebbe scatenare la sua musica e la sua gioia in qualsiasi momento. Dobbiamo fare molta attenzione a non far muovere troppa aria nella stanza” – spiegò Jacques ad una mademoiselle De Compte persa nei suoi incantevoli occhi azzurri.
I due giovani si avvicinarono alla serratura e infine anche loro si accorsero che nulla avrebbero potuto fare senza la chiave.
“Chi l’avrà?” – domandò il giovanotto mentre tendeva l’orecchio per carpire anche il minimo rumore proveniente dall’appartamento.
Mademoiselle De Compte, che era tanto bella quanto intelligente, si avvicinò ad una mensola accanto alla finestra del corridoio con fare circospetto, prima di tirare fuori da un vasetto di porcellana la chiave della mansarda.
“Glielo hanno consigliato gli agenti di polizia, per evitare ogni volta di dover attendere il custode con il mazzo di chiavi giuste” – spiegò Sophie con un sorriso radioso e aria trionfante.
Senza perdere altro tempo, i due giovani e la barboncina aprirono la porta ed entrarono nella mansarda. Tutto era immerso nella più totale oscurità, ma il biondo furfantello aveva pensato bene di portare con sé una torcia di quelle potenti. Mentre stava per accenderla, però, Sophie lo fermò.
“La luce non lo sveglierà?” – domandò, dimostrando di avere preso davvero a cuore la buona riuscita della missione.
Jacques scosse la testa e la rassicurò; poi pose la lampada a terra e illuminò il caminetto e, con esso, gran parte della sala. Le imposte erano regolarmente chiuse; tutto taceva. Eppure, in quella stanza, si percepiva come qualcosa di magico e affascinante. Il giovane dai riccioli d’oro si accertò che la porta d’ingresso fosse chiusa e si avvicinò quatto quatto al caminetto.
Poi, con apparente naturalezza, estrasse dalla tasca un oggetto che, a prima vista, si sarebbe potuto descrivere come una cerbottana. Anche Sophie strabuzzò gli occhi e parve non credere a ciò che stava vedendo. Jacques a quel punto estrasse dalla tasca sinistra dei jeans alcune palline colorate e le pose con grande cura sul parquet.
Ve ne erano quattro blu, due verdi, una rossa, una dorata e tre color argento.
“E adesso di quale genere sarà questo qui?” – si domandò mentre sgranava le palline, quasi esse potessero fornirgli la risposta che cercava.
Ad Arbre d’Argent gli avevano insegnato a riconoscere i tipi di spirito natalizio sulla base delle canzoni che intonavano a squarcia gola, raccontò a Sophie.
“Solo che adesso sono nervoso e non mi ricordo più che cosa aveva cantato questo qui” – disse Jacques, lasciandosi cadere sul parquet e sbuffando vistosamente.
Sophie allora provò ad aiutarlo.
Ricordò di aver udito alcuni inquilini parlare dei Rolling Stones e delle Spice Girls, così come di Bryan Adams e degli Aqua, ma non riusciva a ricordare con precisione quali canzoni avesse intonato.
Lo sguardo di Jacques si illuminò e, senza più esitazioni, afferrò una pallina rossa e caricò la cerbottana.
“Vieni qui” – disse poi rivolto a Sophie, allungandole una torcia più piccola che teneva nella tasca interna del bomber.
I due giovani si sdraiarono con la schiena a terra e strisciarono con delicatezza all’interno del caminetto in modo da poter illuminare la canna fumaria. Fu allora che Sophie vide qualcosa di straordinario. In un piccolo angolo della canna fumaria, intrappolato nelle spire della tela di un ragno, vi era un cristallo di neve che brillava di luce propria e cambiava colore ad ogni battito del suo cuore.
“Che cosa vuoi fare con quella cerbottana?” – chiese Sophie.
Jacques aveva appena finito di caricarla e si apprestava a prendere la mira.
Spiegò dunque alla sua partner in crime che quella sfera rossa avrebbe generato una piccola onda d’urto melodica sufficiente a liberare il cristallo e a fare in modo che potesse tornare ad allietare il mondo con la sua carica di gioia e speranza.
Sophie si voltò alla propria destra, trovandosi a nemmeno un palmo dal volto del giovanotto. I loro sguardi s’incrociarono e un’altra scintilla parve scoccare. Mentre i due piccioncini cominciavano a tubare, Minnie gironzolava per la mansarda con fare guardingo e continuava ad annusare la finestra al centro della stanza.
Le sue piccole orecchie erano tese all’ascolto di un ticchettio quasi impercettibile che però non la lasciava affatto tranquilla.
“È l’appuntamento più bello al quale sia mai stata portata, lo sai?” – confessò Sophie, ormai incapace di decidere se perdersi negli occhi azzurri del guardiano del Natale o se abbandonarsi alle sue dolcissime labbra.
Ma c’era una missione da portare a termine.
Ed un pericolo enorme incombeva su di loro.
Jacques sorrise e, quasi dimentico del motivo per cui si trovava lì, avvicinò le labbra a quelle di Sophie; ma i due ragazzi avevano fatto i conti senza l’oste.
Infatti, dal buio della canna fumaria, incuriosito da tutto quello strano movimento, un ragno bello grosso si calò sui volti dei giovani, facendo gridare una terrorizzata Sophie e facendo sbattere la fronte a Jacques contro il ribassamento interno del caminetto.
Grida di orrore miste a dolore si sparsero per tutto l’appartamento mentre, dalla finestra centrale, il picchiettare si faceva sempre più intenso, scatenando l’abbaio più possente e intimidatorio del quale la piccola Minnie era capace.
In men che non si dica la porta d’ingresso della mansarda si spalancò e fecero il loro ingresso il signor Lewis e la fidata mademoiselle Dupont, entrambi in vestaglia da camera ma armati di scopettone e fucile da caccia, seguiti a ruota da un ancora assonnato monsieur Forcade.
“Fermi lì! Tutti e due! Abbiamo chiamato la polizia” – intimò loro il signor Lewis, deciso più che mai a mettere la parola fine una volta per tutte a quell’insolito mistero di Natale.
“Mademoiselle De Compte? Che cosa ci fa lei qui?” – domandò tra il perplesso e lo spaventato mademoiselle Dupont.
Dopo aver dedotto in autonomia la risposta alla propria domanda, impugnò lo scopettone e cominciò a colpire il malvivente reo, a suo giudizio, di aver sequestrato mademoiselle De Compte per costringerla ad aiutarlo a compiere la sua malefatta.
Come dicevamo prima, il pericolo incombeva.
L’unica ad accorgersene, però, era la piccola Minnie.
Il ticchettio proveniente dalla finestra, con l’arrivo della cavalleria, era cessato, ma, secondo la barboncina c’era ancora qualcosa di sospetto.
Nei minuti successivi, la situazione precipitò con l’arrivo delle forze dell’ordine e l’arresto del biondo furfantello; e a nulla valsero i tentativi di spiegazione da parte di mademoiselle De Compte. Ella, come mademoiselle Dupont aveva spiegato agli agenti, era una vittima a tutti gli effetti, rapita, sequestrata, minacciata e costretta ad aiutare il malavitoso in cambio della sua stessa vita.
Quella notte, nel ben noto palazzo di boulevard Saint Germain, ci fu davvero un gran trambusto che proseguì fin quasi alle due quando finalmente monsieur Blanc – questo, si scoprì, era il nome del brigante – venne caricato sull’auto di pattuglia e portato dritto al commissariato di quartiere.
I misteri non erano ancora finiti.
Mademoiselle De Compte, dopo essere stata accompagnata nei suoi appartamenti, si lasciò andare ad un lungo pianto che nemmeno le dolci coccole di Minnie riuscirono a placare. Poi, poco prima che le campane di Saint Germain rintoccassero, cadde in un profondo sonno, fatto di stanchezza, tristezza e tanta solitudine.
Qualche chilometro più in là, seduto fuori dall’ufficio del comandante Laurent in attesa di essere interrogato, monsieur Blanche osservava tristemente l’orologio. Oramai non avrebbe più avuto modo alcuno di portare a termine la sua missione. Gli occhi azzurri del guardiano del Natale si fecero rossi e una lacrima rigò il suo tenero viso. I suoi pensieri corsero all’incantevole Sophie.
Chissà se l’avrebbe mai rivista?
Così, mentre Jacques si rattristava, Sophie dormiva per dimenticare, il signor Lewis, così come mademoiselle Dupont, si godeva il riposo del vincitore e lo spirito del Natale cominciava a perdere le sue forze, Minnie gironzolava senza sosta per l’appartamento della sua padrona, tendendo le orecchie ad ogni minimo rumore.
Intorno alle quattro e mezza, un ben noto picchiettare la fece scattare sulle quattro zampe. Subito si fiondò alla porta e, trovandola solo accostata, la spostò con tutta la forza della sua zampina sinistra per poi dischiuderla con il muso di quel tanto che bastava per riuscire a sgattaiolare fuori.
In men che non si dica raggiunse l’ottavo piano e si mise ad annusare l’uscio della mansarda. Il picchiettare si fece più intenso e ben presto, anche dall’esterno, si udì un battente della finestra spalancarsi e sbattere violentemente. Minnie cominciò a grattare la porta e ad abbaiare con tutto il fiato che aveva in corpo, ma nessuno rispose o corse in suo aiuto.
Tuttavia la barboncina non si perse affatto d’animo e cominciò a saltare fino a quando non riuscì a spingere verso il basso la maniglia della porta. Le ci vollero tre tentativi per riuscire ad aprirla ed intrufolarsi nella mansarda. Fortuna volle che mademoiselle Dupont, dopo tutto il trambusto di quella notte, si fosse dimenticata di chiudere a chiave l’appartamento.
Quando vi entrò, Minnie trovò la finestra centrale spalancata e un corvaccio nero che cercava in tutti i modi di risalire la canna fumaria del camino. L’istinto della barboncina fu quello di acquattarsi nell’ombra ed attendere il momento più propizio per attaccare. Minnie sembrava aver capito da subito chi fosse il vero ladro della situazione. Con un po’ di sana pazienza, ecco che, dopo pochi minuti, il corvo zampettò fuori dal caminetto, portando stretto nel becco il cristallo multicolore la cui luce, però, sembrava spegnersi sempre più velocemente.
Minnie attese in silenzio che il corvo si portasse nel cono di luce della finestra e poi partì all’attacco, balzandogli addosso come un vero cane da caccia. Il corvo, da parte sua, sobbalzò per lo spavento e subito si alzò in volo, evitando l’attacco della barboncina, ma allo stesso tempo perdendo la presa sul cristallo. Che rotolò a terra e si posò proprio accanto alle zampette della coraggiosa cagnolina.
Il corvo, allora, batté le ali e picchiò verso Minnie con intenzioni bellicose.
Ella riuscì ad evitare il primo attacco, spostandosi rapidamente, ma l’uccellaccio non aveva alcuna intenzione di mollare la presa e cominciò a beccarla con violenza fino a quando, al terzo tentativo, non la ferì all’orecchio destro. La barboncina guaì e lasciò a sua volta cadere il cristallo. I due contendenti fissarono l’obiettivo, entrambi decisi a non arrendersi.
Erano le cinque meno cinque quando Minnie e il corvaccio si lanciarono sul cristallo.
Nell’appartamento di mademoiselle De Compte regnava ancora il silenzio e una pace apparente mentre, nell’ufficio del comandante Laurent, monsieur Blanche mentiva all’agente di turno per salvaguardare almeno la segretezza della sua fallimentare missione.
Nella mansarda all’ottavo piano del ben noto palazzo di boulevard saint Germain, una barboncina coraggiosa lottava contro un corvo malvagio per salvare lo spirito del Natale.
Il nero pennuto, dopo essere riuscito ad afferrare il cristallo, si ritrovò addosso la barboncina che prima lo colpì con una zampata al muso e poi lo caricò, sbatacchiandolo contro il caminetto.
Mancavano due minuti alle cinque.
Jacques, nell’ufficio del capitano, guardò fuori dalla finestra e sospirò.
Ormai non vi era davvero più nulla da fare. Quell’anno lo spirito del Natale non avrebbe abbracciato Parigi con la sua dolce e melodiosa magia. Per un motivo o per l’altro, la colpa sembrava proprio essere sua.
La piccola e coraggiosa Minnie rappresentava ancora l’ultima fiammella di speranza in una notte dove il freddo vento del Nord tardava ancora a spirare sulla città.
La barboncina, dopo aver messo ko il corvaccio, si avvicinò al cristallo e provò a leccarlo nel tentativo di farlo tornare a risplendere come poche ore prima. Vedendo però che non vi riusciva in modo alcuno, cominciò a giocherellarci con le zampette fino a quando il corvacciò non le planò in testa, beccandola a più non posso. Colta alla sprovvista, Minnie, senza volerlo, colpì il cristallo che schizzò verso la finestra e, scivolato sotto il parapetto, cadde nel vuoto, .
Mancava un solo minuto alle cinque.
Il corvaccio spiccò il volo fuori dalla finestra dell’ottavo piano e picchiò nel disperato tentativo di prendere il cristallo prima che il suo potere svanisse con il concludersi della quinta ora della notte.
I suoi occhi neri scintillanti puntarono la preda, mentre Minnie continuava ad abbaiare, saltellando contro la balaustra.
Proprio in quel momento, un vento gelido si alzò da nord e, rapido come un fulmine, solcò le placide acque della Senna, per risalirla tutta fino a Pont Neuf, dove imbarcò verso est per scaricare la sua forza impetuosa nei vicoli alle spalle di Quai des grandes Augustines e infine vorticare fino al al ben noto palazzo di boulevard Saint Germain.
Alle cinque in punto il vento picchiò nella via e, rapido e inarrestabile, salì fino ad avvolgere il cristallo nelle sue gelide correnti, costringendo il corvo a virare bruscamente e ad allontanarsi.
Fu allora che, davanti agli occhietti scintillanti della barboncina Minnie, il cristallo riprese a brillare, emanando una calda luce dai molti colori che avvolse tutta la città di Parigi, illuminando il cielo di una tonalità di rosa spettacolare. Dolci melodie si sparsero in ogni angolo della Ville Lumière, regalando a tutti gli abitanti di Parigi un’atmosfera natalizia che avrebbe reso quelle feste le più indimenticabili di sempre.
Alle cinque in punto monsieur Blanche guardò il cielo e, con un’immensa spontaneità, abbracciò l’agente che lo stava ancora interrogando. Non sapeva spiegare come, ma qualcuno aveva appena salvato il Natale.
E se qualcuno tra voi ricorda ancora il Natale del 1998 nella città di Parigi, sappia che a salvarlo è stato il coraggio di una barboncina color champagne di nome Minnie.

