L’orologio senza tempo:
un racconto di Iris Bertrand
Claire aveva sempre conservato quell’orologio nel primo cassetto del comò.
Era uno di quei vecchi orologi con la cassa tonda in argento e una catenella al posto del cinturino.
Un oggetto decisamente fuori moda al giorno d’oggi, specie per una donna.
Era appartenuto a un lontano parente imbarcato per l’America un secolo e mezzo prima per non far più ritorno.
Claire aveva udito la storia per la prima volta la notte di Natale; l’unica notte in cui le era permesso restare sveglia fino a tardi.
In quell’occasione la famiglia si era riunita intorno al camino, poggiato sulla parete a pochi passi dalla vetrinetta delle passioni, come piaceva definirla a nonna Marie.
All’interno vi alloggiavano i servizi in porcellana della nonna e le pipe artigianali del nonno.
La pioggia scendeva a catinelle sciogliendo la neve lungo la facciata del palazzo anni trenta in una traversa di Rue Montorgueil.
Claire, all’epoca solo una bambina, sapeva che era una di quelle notti magiche in cui stanchezza e preoccupazioni vengono messe da parte in nome dei ricordi .
Il nonno teneva tra le mani l’amata pipa rivestita in radica e un vecchio segnatempo d’argento.
“Il tempo conduce a tutte le date”, disse nonna Marie, guardando con occhi colmi d’amore il consorte conosciuto cinquant’anni prima.
Il nonno sorrise e le prese la mano. Proprio in quel momento la nipotina, fino ad allora assorta nel silenzio, sprofondata col suo vestitino in velluto verde e le calze bianche nella poltrona a braccioli troppo grande per lei, domandò a chi fosse appartenuto quell’orologio.
Sulle prime i nonni non capirono bene la domanda, dal momento che l’oggetto era di loro proprietà da molti anni.
La nipotina mise in mostra tutta la propria furbizia e curiosità rivelando che, poche settimane prima, aveva preso quell’orologio e vi aveva letto sul retro della cassa una data risalente al secolo precedente.
Dunque la richiesta era chiara. La piccola chiedeva quale fosse la storia di quell’orologio, come fosse diventato proprietà dei nonni.
Il nonno la guardò, le fece l’occhiolino e disegnò piccoli cerchi di fumo che tanto divertirono Claire.
“Caro, ricordi qualcosa a riguardo?”, domandò Marie.
“È una storia molto più vecchia di noi.”, rispose Guillaume.
“La nostra nipotina qui vuole sentirla.”, incoraggiò la nonna.
Il nonno smise di rigirare l’orologio tra le mani e ne studiò il quadrante mentre con la mente si mise a scavare nel cassetto dei ricordi. Il protagonista della storia era vissuto in un passato lontano, ch’egli poteva soltanto immaginarsi.
Eppure qualche traccia doveva pur esserci. Sì, qualcuno gli aveva raccontato… molti anni prima.
“René Renault si chiamava”, esordì il nonno, pescando il nome come un’improvvisa reminiscenza, “un buon diavolo”, aggiunse a metà tra il serio e il faceto.
“Poco si sa di lui se non che nacque a Nantes sotto Napoleone III e, non trovando di meglio da fare in terra di Francia, s’imbarcò su uno di quei grossi mercantili che attraversavano l’Atlantico.”
A quella rivelazione Claire lo guardò a bocca aperta.
Erano trascorsi circa due anni da quando aveva visto per la prima volta l’oceano sull’atlante; una distesa d’acqua che occupava entrambe le pagine, punteggiato qua e là da qualche isola dal nome esotico.
Doveva esser stato un viaggio molto pericoloso e la piccola volle saperne di più, ma il nonno fu chiaro. “Null’altro si sa di lui. Non dalla sua bocca almeno, perché vedete…” disse il nonno rivolgendosi alla nipotina e alla consorte che pure ascoltava con grande interesse.
“Il prosieguo della storia ci perviene grazie a Timoin Renault, il nipote. Grazie a lui sappiamo che René era riuscito nell’intento di far fortuna per mezzo di commerci di vario genere e natura che non voglio qui menzionare – ed ecco il narratore fece una pausa studiata accompagnata da un’espressione di gran segreto – e viaggiò in lungo e in largo, insegnando al figlio i trucchi del mestiere.
Negli ultimi anni, sentendosi ormai vecchio e stanco, si ritirò del tutto decidendo che sarebbe toccato alla generazione successiva mandare avanti il suo buon nome.
Le cose non erano andate bene.
Vuoi per l’economia, vuoi per il mondo che cambia o per pura e semplice sbadataggine, il figlio non aveva saputo condurre gli affari e quando René era passato a miglior vita lo aveva fatto in compagnia di un gatto rosso che giaceva appallottolato accanto a lui – sì, ricordo bene questo particolare, disse il nonno rivolgendosi alla sua cara moglie che aveva sorriso – e il figlio lo aveva ringraziato, seppellendolo in una fossa comune.”
Qui il narratore fece una pausa per sottolineare il momento e riportare alla memoria un famoso adagio.
“La terra è di tutti. Deve averlo detto qualcuno o forse nessuno. Chi può saperlo?”, e stringendosi nelle spalle proseguì per la felicità dei suoi affetti più cari che lo ascoltavano in religioso silenzio.
“In quanto a lui – Paul mi pare si chiamasse – aveva vissuto ancora per qualche anno nella terra delle opportunità e, non avendole trovate, aveva venduto la casa e deciso di far ritorno a Parigi.”
Nonna e nipote incrociarono gli sguardi sorridenti consapevoli, in cuor loro, che ogni storia approda nella ville lumiére, prima o poi.
“Paul era arrivato al porto di Marsiglia con una valigia di cartone, la moglie e il figlioletto di quindici anni, il nostro caro Temoin che ha custodito le memorie in un libretto. Avevano preso casa in un bugigattolo nel XVII arrondissement. Era il periodo della bell’epoque, delle grandi innovazioni, della metropolitaine.
La moglie Pauline aveva trovato impiego come sarta, suo primo mestiere, mentre il marito aveva cominciato come aiuto bottegaio presso un vinaio. Non era poi così male.
I vini si vendevano bene e, sebbene lui non ne avesse mai ricavato un soldo, in qualità di dipendente aveva potuto contare su una paga sufficiente, un mestiere onesto e duraturo. Timoin era stato preso a bottega come aiuto falegname.”
All’udir tutte queste cose la fantasia di Claire cominciò a viaggiare. La bambina osservò l’albero di Natale accanto al caminetto, con tutti i doni appesi, e cominciò a ripeter tra sé e sé le parole sarta, vinaio e falegname, cercando di figurarsi la quotidianità di quegli impieghi e i gesti ripetuti mille volte dai suoi predecessori. Era ancora una bambina del resto, il futuro era lontano, ma la fantasia, sua cara amica e consigliera, le permetteva di viaggiare nel tempo e immaginarsi tutto ciò che una persona poteva fare, e come tutto poteva cambiare.
La voce del nonno la riportò alla realtà.
“La famiglia Renault lavorava sodo nella speranza di poter migliorare la propria condizione. Vivevano in un appartamento con due stanze, il bagno in cortile in condivisione con gli altri condomini, gente comune come loro.”
“Rivoli e Vendome parevano lontane, come in un altro mondo.”, commentò Marie.
“Proprio così”, convenne Guillaume. “E dov’è finito l’orologio in tutto questo?”, domandò con espressione di mistero.
“Lo ritroviamo sul fondo della valigia di Monsieur Renault, sotto le camicie, le giacche e i pantaloni.
Se l’orologio è arrivato fino a noi bisogna complimentarsi coi nostri avi poiché tempeste e ladruncoli erano all’ordine del giorno su quelle navi e i Renault si erano guardati bene dal dare nell’occhio.”
“Quest’orologio è quindi un tesoro?”, domandò la piccola Claire.
“Dipende dai punti di vista.”, rispose il nonno con un sorriso.
“Il vero valore è racchiuso nella sua storia, nelle epoche che ha attraversato, nelle tasche in cui ha riposato, e soprattutto nell’amore, nell’affetto di una famiglia che l’ha sempre tenuto con sé, non dimenticando i vecchi tempi e raccontandone la storia di quando in quando.”
“E durante le guerre?”, domandò la nipote che aveva già approcciato con curiosità i libri di storia dell’ecole primaire.
“Le guerre sono state lunghe e abbiamo perso qualcuno.”, rispose il nonno con improvvisa tristezza. “Mio padre Timoin è morto combattendo al fronte contro i tedeschi. Prima di partire aveva lasciato il segnatempo a mia madre, consapevole forse che di tempo a lui ne era rimasto ben poco. Ella lo aveva conservato e lasciato in eredità a me. Le persone passano, gli oggetti restano.”
Claire scoprì così tante persone che avevano fatto parte della sua famiglia e ascoltò un altro ricordo del bisnonno Timoin, morto ancor giovane nella prima guerra mondiale.
“Sì, me lo ricordo ancora mio padre. Avevo dieci anni quando partì per il fronte senza più fare ritorno.”, disse nonno Guillaume, assorto nei suoi pensieri.
Claire è oggi una signora di mezza età. Può contare su un marito benevolo, un figlio che studia all’università e un impiego sicuro nella redazione di un famoso quotidiano. Qui Claire si occupa dell’impaginazione, un compito importante tanto quello dei corrispondenti. I lettori sono attratti da certe firme, ma anche l’occhio vuole la sua parte specie quando ci si occupa di una testata che sforna oltre quaranta pagine al giorno.
Claire è soddisfatta del lavoro anche se passa innumerevoli sere con gli occhi aperti, specialmente quando ci sono eventi importanti. Accade di frequente a Parigi.
Claire è sempre stata sul pezzo, come quel vecchio orologio che ha attraversato le epoche senza smettere di ticchettare.
In tutti questi anni di tanto in tanto qualche capatina dall’orologiaio l’ha fatta per ricalibrare il meccanismo e riportarlo al suo antico splendore. In tali occasioni le proposte d’acquisto non sono mancate, sempre rivolte con cortesia e rifiutate con lo stesso modo.
Sono trascorsi più di trent’anni dalla morte dei nonni, e per tutto questo tempo Claire ha conservato l’orologio nel primo cassetto di un vecchio comò in mogano.
Una sera d’estate apre il primo cassetto per riporre la biancheria pulita. Prima di richiuderlo il suo sguardo cade sull’orologio. C’è qualcosa di diverso dal solito. Non si ode il ticchettio. L’orologio si è fermato. Segna le tre e un quarto.
Claire sorride. La carica è finita. Lo prende e con delicatezza agisce sulla coroncina finché avverte il meccanismo resistere.
Buon segno. La carica è completa. Dunque richiude la corona. Le lancette però restano ferme. Madame sospira. È un po’ tardi per pensarci. La giornata è stata lunga e ha bisogno di riposare.
Il giorno dopo si sveglia di buon’ora ed esce di casa in anticipo.
Il Marais è uno dei quartieri più antichi di Parigi.
A quell’ora chocolateries, fromageries ed epiceries aprono i battenti mentre gli immancabili café hanno i tavolini già pieni. Claire s’incammina verso la bottega di Monsieur Berrél, l’orologiaio di fiducia. La porta è aperta, il proprietario attende dietro il bancone.
Sorride gentile e da un’occhiata all’orologio. La ricarica non va a buon fine. Dunque prende gli attrezzi del mestiere e scopre il meccanismo, lo lustra con un panno e adopera la lente alla ricerca di imperfezioni.
Il vetro è privo di segni che non siano quelli del tempo.
Berrél si stringe nelle spalle e propone a Claire di lasciarglielo per il resto della giornata per guardarlo meglio e trovare una soluzione. Lei fa per accettare ma poi cambia idea, rifiutando con cortesia e allungando una banconota che Monsieur declina con prontezza. Non accetta denaro se non risolve il problema e questo gli capita assai di rado.
Madame lo saluta e si avvia verso l’ufficio, l’orologio in borsa.
Scende le scale della metro, rovista nella borsa in cerca dell’abbonamento, lo passa sul totem e si avventura per i corridoi sotterranei in compagnia di una gran folla.
È l’ora di punta.
È sempre ora di punta a Parigi, anche a luglio.
Gli uffici non chiudono e gli studenti in vacanza ne approfittano per qualche scampagnata al Bois de Boulogne.
Le quattordici arterie che attraversano la città sono sempre piene di vita e, immancabili, ecco i turisti coi loro bagagli accostarsi alle indicazioni.
Si riconoscono subito da come si guardano intorno, dal passo lento e sgraziato, dai cellulari in mano. I migliori hanno l’app della Ratp e il biglietto digitale per il Louvre o la reggia di Versailles.
Claire sta rimettendo l’abbonamento nella borsa quando l’orologio emette uno strano ronzio. D’istinto lo prende. È ormai arrivata alla banchina. Il rumore continua.
Il display in alto segnala due minuti di attesa. Abbastanza per dare un’occhiata. Le lancette girano in un vortice infinito.
Madame Renault guarda lo spettacolo inatteso. È sicura della professionalità di Monsieur Berrél che ha controllato il meccanismo in sua presenza. È ancor più sicura che l’orologio fosse del tutto fermo quando l’ha messo in borsa.
Nulla da fare. Le lancette continuano a girare.
Per fortuna non c’è un datario altrimenti i giorni cambierebbero di continuo. Alla faccia del meccanismo a ricarica. Nulla potrebbe produrre un effetto simile.
Madame ode lo sferragliare dei vagoni sui binari.
Il convoglio entra in stazione con uno stridio di freni, si ferma con uno sbuffo, le porte si aprono con un rumore secco.
Claire entra. Le porte si richiudono mentre i passeggeri si ammassano. Ogni centimetro è una conquista. Proprio in quel momento una piccola pergamena esce come per magia dalla cassa dell’orologio. Madame si guarda intorno preoccupata che qualcuno abbia notato qualcosa.
I passeggeri sono tutti occupati nelle loro attività, chi col naso nello smartphone, chi ascolta la musica, chi legge un tascabile, chi parla col vicino.
Torna dunque al cartiglio sul quale sono scritte in corsivo per mezzo di una stilografica queste parole:

Madame fissa il biglietto con occhi spalancati. All’indirizzo segue un numero di telefono. È un invito senza giorno né orario. Posa di nuovo lo sguardo sull’orologio le cui lancette continuano a giocare col tempo: avanti e indietro. E stop. E poi indietro e di nuovo avanti.
Si fermano alle tre e un quarto e poi di nuovo alle dodici.
Claire teme che il meccanismo possa rompersi da un momento all’altro. Non può nulla. Guarda impotente il cerchio dal diametro di quattro centimetri.
L’oggetto vintage pare aver preso vita. Le lancette si stanno divertendo un mondo rincorrendosi in un’eterna gioventù.
Claire chiama il numero in fondo al biglietto; dopo un paio di squilli le risponde una voce femminile, giovane e cordiale. Una voce che non mostra sorpresa quando viene a sapere che uno strano orologio ha emesso un biglietto col suo nome e indirizzo.
Mademoiselle accoglie la richiesta di appuntamento per quello stesso pomeriggio. Claire ringrazia e riaggancia con il cuore risollevato. Mademoiselle Morant esiste davvero.
Il campanello suona. Mathieu annuncia a Mademoiselle Morant la visita di Madame Renault.
Claire si avventura per le scale. Preferisce un po’ di esercizio dopo le molte ore trascorse in ufficio con le gambe sotto la scrivania e il poggia piedi in plastica.
Pochi istanti dopo arriva allo studio di Mademoiselle Morant.
Fa appena in tempo ad avvicinarsi al campanello che subito la porta si apre e Mademoiselle compare con il suo sorriso, il portamento composto e il completo sartoriale color crema, i capelli biondo cenere raccolti in un nastro in raso nero adornato con una camelia bianca.
Claire, da sempre appassionata di moda, le fa i complimenti.
Mademoiselle ringrazia e ricambia con sincerità poiché anche Madame Renault è donna di buone maniere e ha buon gusto nel vestire.
Claire entra nell’appartamento di Mademoiselle, e scopre un mondo nuovo. Lungo il corridoio, appoggiata a una parete, c’è una bicicletta da città la cui vernice rossa crea un piacevole contrasto con le ruote bianche. Ci sono un paio di porte sulla sinistra e una sulla destra. Sono tutte socchiuse.
Françoise Morant la conduce nel suo ambiente preferito: il soggiorno.
Il parquet scricchiola sotto le scarpe.
Claire osserva con piacere l’ambiente che richiama la personalità di Mademoiselle. Grandi tappeti e comode poltrone in velluto dotate di poggiapiedi e tavolini, uno scrittoio in mogano bianco sul cui ripiano riposa un taccuino rosso aperto alla prima pagina, una stilografica nera col pennino d’oro e una magnifica biblioteca.
“Benvenuta nella mia casa.”
“Ha una bellissima libreria.”, dice Claire osservando i grandi classici rilegati disposti con ordine sui ripiani in noce. Quella biblioteca è un pezzo d’arte e d’antiquariato al contempo poiché è stata intagliata direttamente nel muro, molto tempo prima.
“Grazie Claire, ne vado molto fiera.”
“Li ha letti tutti quei volumi?”
“Sì, un po’ per volta.”
“Mi piacerebbe avere più tempo per leggere di quando in quando, ma non è facile sa, quando si lavora nella redazione di un quotidiano.”
“Dove si occupa dell’impaginazione.”, aggiunge Mademoiselle Morant.
“E lei come fa a saperlo?”, chiede Claire incuriosita.
“Non ha la creatività di una scrittrice; il suo punto forte è la precisione e la capacità di organizzare il lavoro. Dal suo portamento si capisce che riveste un incarico di responsabilità, il direttore è il suo unico superiore. E dunque, considerando il suo spirito di sacrificio e qualche accenno di stanchezza per gli orari un po’ disordinati cui il suo impiego la costringe, sono arrivata alla conclusione che si occupa dell’impaginazione.”
Claire guarda Mademoiselle con occhi nuovi. Nessuno le aveva mai dipinto un ritratto in quella maniera.
“Ha tutta la mia stima perché la pubblicazione del giornale passa dalle sue mani. Naturalmente l’imprevisto è dietro l’angolo.”, conclude Françoise.
Claire rimane piacevolmente colpita dalla figura di Mademoiselle Morant, una giovane trentenne all’inizio della carriera, educata e sincera.
“Scuserà la fretta con la quale mi sono presentata ma, vede, sono appena uscita dalla redazione e non sapevo fino a che ora l’avrei trovata.”
“Oh, non si preoccupi.”
“Ci mancherebbe altro. Non mi sarei mai perdonata se l’avessi disturbata durante la cena. Così non è stato ed eccomi qui integra e cosciente per presentarle un caso che ha dell’incredibile.”, sciorina in un sol fiato Madame Renault ricevendo in cambio un sorriso cordiale.
“Ebbene, ecco qui.”, dice Claire traendo dalla borsa salviette, rossetto, eyeliner, profumo, fazzoletti alla crema, smalto, cerotti per vesciche, bottiglietta d’acqua da 50 cl, vaporizzatore d’acqua termale, penna, agenda, block notes e cellulare.
Claire estrae tutte queste cose poggiandole una ad una su un tavolino a lato della poltrona.
“Il vaporizzatore è geniale.”, commenta Françoise.
“Confermo. Sempre utile quando ci si ritrova sotto la metro ferma tra una stazione e l’altra coi finestrini chiusi. Ma quel che è davvero geniale, Françoise, è quest’orologio.”, dice estraendolo dalla borsa.
“È sempre stato un orologio come un altro, naturalmente. Solo da qualche ora a questa parte ha cominciato a comportarsi in modo strano. Come vede”, dice porgendolo a Mademoiselle, “le lancette girano in modo strano.”
Françoise lo gira e rigira tra le mani, soffermandosi ora sul meccanismo ora sul balletto che avviene dietro il vetro del quadrante.
Se gli oggetti avessero voce canterebbero.
“L’orologio aveva appena cominciato a vorticare in questa maniera quando dalla cassa è uscito questo bigliettino.”
Mademoiselle lo osserva e annuisce. Poi prende penna e taccuino incoraggiando Claire a raccontare.
Quest’ultima non sa bene da dove cominciare, né quali dettagli aggiungere a quel che ha già detto.
Mademoiselle le viene incontro, ponendole delle domande.
Le pagine avorio del taccuino rosso cominciano a riempirsi di memorie. Solo in quel momento il pesce rosso nella boccia di vetro decide di farsi notare esibendosi in ripetute capriole.
Claire sorride mentre Mademoiselle si avvicina alla boccia e mostra al suo amico, attraverso il vetro, le lancette che girano. Il pesce le guarda e ne imita il movimento in acqua suscitando l’ilarità di Claire e quella di Françoise.
È un piacevole intermezzo prima di tornare all’indagine.
Mademoiselle continua a scrivere anche quando Claire smette di parlare. Ha sempre ritenuto la scrittura un mezzo efficace per fare collegamenti. Infine poggia la stilografica sullo scrittoio.
“Ha mai considerato l’idea di cambiare il meccanismo?”
Claire sospira.
“Probabilmente in questo modo risolverei ma, vede, quest’orologio è un cimelio di famiglia. È stato tramandato di generazione in generazione e ha ancora tutte le sue componenti originali. Per questo preferirei risolvere diversamente.”
Mademoiselle annuisce. L’orologio emana un certo fascino, nonostante l’età conserva un aspetto impeccabile. Merito delle cure di Claire e dei suoi predecessori.
“1852. È un oggetto ricco di storia.”, commenta Françoise.
“Se vuole gliela posso raccontare.”
“Certo, non vedo l’ora di ascoltarla.”
Claire torna con la mente a quella notte di Natale intorno al camino, alla poltrona in velluto, al sorriso dei nonni.
“Tutto ebbe inizio sotto Napoleone III quando René Renault, mio antesignano, si trasferì oltreoceano nella terra delle possibilità…”
Mademoiselle Morant scopre nel racconto e nel modo di narrare di Claire la stessa passione che ha animato i componenti della famiglia per quell’orologio, la sapienza nel custodirlo, di passarlo di generazione in generazione declinando le offerte dei maestri orologiai che, col passare del tempo, lo osservavano con crescente attenzione. Infine Claire racconta la visita di quella mattina all’orologiaio e si ricongiunge con quanto accaduto in metropolitana.
Il racconto termina e cala il silenzio. Mademoiselle Morant ha bisogno di riflettere.
La storia è affascinante, piena di spunti.
Su una cosa Claire ha ragione: l’orologio merita di mantenere le parti originali.
“Al momento non so darle risposte. Le propongo di rivederci tra tre giorni.”
Claire acconsente, consapevole che un caso non si risolve mai al primo incontro. Chiede a Mademoiselle se vuole tenere l’orologio. Françoise declina l’invito. È meglio che rimanga nelle mani del proprietario.
“Se dovesse interrompere il balletto mi chiami.”
Claire annuisce, ma sanno entrambe che non succederà.
Tre giorni dopo Madame Renault si presenta di nuovo alla porta di Mademoiselle Morant.
Le lancette continuano a girare alla stessa maniera, in un vortice infinito.
Françoise chiede di poter dare un’occhiata.
Le lancette si muovono in modo strano.
1,2,3,4 e 5 secondi ed ecco la lancetta delle ore muoversi in senso orario mentre quella dei minuti in senso antiorario.
Si fermano ora sulle 6. Le 6 in punto poiché i minuti sono sulle 12.
E ancora 1,2,3,4 e 5 secondi e di nuovo tornano alle tre e un quarto.
È accaduto qualcosa alle tre e un quarto?
Di notte o nel pomeriggio?
Claire si stringe nelle spalle. L’orologio vuol trasmettere un messaggio il cui rumore sembra quello del telegrafo.
“Ha fatto caso al rumore?”, domanda Mademoiselle.
“In un primo momento no. Sono rimasta fuori tutto il giorno. Tra lo sferragliare della metro e il vocio in redazione non me ne sono accorta. L’ho sentito quando l’ho rimesso nel suo solito posto, nel primo cassetto all’interno del comò.”
Mademoiselle annota tutto nel taccuino rosso.
Colpi netti, precisi.
Ogni dettaglio può essere utile per arrivare alla soluzione dell’enigma poiché è chiaro che quell’oggetto secolare ha perso la propria funzione di segnatempo per diventare un messaggero.
Può un oggetto custodire la memoria di chi l’ha conservato?
Certamente. Specie se si tratta della persona che l’ha scelto, sia essa giovane o anziana, ricca o povera. Una persona dal cuore gentile che ha saputo riconoscere in quell’orologio un compagno di vita, di giorni, di avventure.
Mademoiselle Morant non ha mai risolto un caso senza la collaborazione della diretta interessata. Per questo motivo propone a Claire… una passeggiata al mercato.
C’è, in quei giorni, un gran movimento per le vie del quartiere latino.
Mentre la Sorbonne sonnecchia in attesa del nuovo anno accademico, le strade pullulano di volti conosciuti e nuovi i cui lineamenti rimandano a molteplici latitudini.
È dunque un piacere scendere in strada e passeggiare tra loro. In quel sabato di partenze vacanziere, mentre la maggior parte dei parigini corre nelle stazioni e negli aeroporti verso mete lontane, qualcuno preferisce la cara vecchia Renault 5 la cui turbina scoppietta vibrando a ogni curva, la carrozzeria sollecitata a ogni cambio di marcia, il bagagliaio custode di oggetti d’ogni tipo.
Con spirito d’avventura i pochi rimasti scendono nelle strade ancor fresche a quell’ora del mattino.
Un cappellino in testa e una bottiglietta d’acqua, una sacca di tela a tracolla dai colori estivi, sandali e ballerine colorate, e si è pronte a scarpinare.
Mademoiselle Morant non perde occasione di frequentare i mercatini. Si da il caso che quello del quartiere latino sia particolare.
Per quel giorno la Mairie de Paris ha consentito ai commercianti, valorosi pionieri ed estimatori dei prodotti parigini, di porre la merce all’esterno dei locali.
Questo è dunque ciò che accade nel dedalo di viuzze che da Rue Dante conduce al Quai de Montebello passando per Rue Golande, Saint Julien le Pauvre e de la Bucherie. È un turbinio di colori. Chiunque sia disposto ad aprirsi al mondo, a osservare per bene, trova qualcosa da acquistare, da indossare, da mettere in casa. In un negozio di dolciumi specializzato in caramelle, un pirata con la spada sguainata saluta i passanti a modo suo. Poco più in là una donna asiatica accoglie gli appassionati di libri proponendo volumi rilegati su misura. E ancora botteghe d’antiquariato e chincaglierie, un fiorista, un barbiere e innumerevoli café e boulangeries.
Claire è estasiata per quell’uscita colma di sorprese e scopre, in Mademoiselle Morant, una persona allegra e piena di interessi.
Perché chiudersi in casa quando fuori il tempo è bello e c’è tanto da vedere?
In quanto a Mademoiselle sa bene che in certe occasioni è necessario staccare per arrivare alla svolta del caso.
Quell’uscita inaspettata riporta le due protagoniste alla seconda metà dell’ottocento.
I mercati artigianali rimandano spesso al passato poiché da allora poco è cambiato. Non cambia l’approccio dei commercianti e anche i prodotti sembrano gli stessi. Non c’è un solo oggetto da attaccare a una presa di corrente. In quanto alle case del quartiere latino le facciate sono rimaste le stesse. Allora le case affacciate sulla Senna erano abitate da persone comuni e i ponti erano tanto larghi da ospitare abitazioni su ambo i lati. Erano, quelle, case per i poveri in cui la muffa prodotta dall’umidità del fiume le rendeva sporche e malsane. Retaggio dei secoli precedenti.
Mademoiselle Morant è convinta che la soluzione sia da ricercarsi nel passato. bn
L’orologio è sempre stato di proprietà della famiglia Renault. Il futuro non è in pericolo grazie alla presenza di Eloise, la figlia di Claire, la quale può contare di vivere ancora molti anni.
L’uscita pare sortire l’effetto sperato. Il buon umore prende il sopravvento, le parole scorrono che è un piacere.
L’orologio è sempre in loro compagnia.
Quando le due protagoniste arrivano in Parvis de Notre Dame, osservano la facciata della cattedrale gotica ormai senza veli e riscoprono il simbolo di Parigi come rinato; in quel momento l’orologio si ferma di colpo.
Passano cinque secondi, dieci, venti.
Le lancette non riprendono la consueta danza.
Mademoiselle osserva il segnatempo con curiosità.
Suvvia, è solo un orologio fermo, dopotutto.
“Claire, lei è convinta che René Renault acquistò l’orologio in America?”, domanda Mademoiselle Morant.
Questa domanda la coglie di sorpresa.
Madame Renault rovista nella memoria di bambina tornando a quel Natale di cinquant’anni prima e alla storia che l’aveva tanto emozionata.
Rivede il nonno e la nonna, lui con la fronte aggrottata a pescare nella memoria i particolari o, per meglio dire, gli aneddoti della storia dell’orologio; e lei con una mano sulla spalla dell’uomo col quale ha condiviso una vita intera nell’atto di trasmettere tutto ciò che sa sull’oggetto più vecchio di famiglia. C’è della dolcezza in quel narrare una storia lunga secoli.
Cosa le aveva detto il nonno a riguardo?
Mademoiselle la guarda con comprensione mentre Claire si sforza di ricordare. Il tempo cancella molte cose, lasciando però tracce di alcune. Una traccia lieve, una linea sottile, una linea tra tante.
Quante ne sono rimaste? Una, tre, sette… No, la sequenza di Fibonacci non c’entra. Via la matematica per una buona volta. La storia è piena di ricordi, di notizie che ora è chiamata a ordinare proprio com’è abituata a fare in redazione.
E dunque ecco… René Renault si chiamava. Era un buon diavolo. Originario di Nantes, era partito per l’America in cerca di fortuna. E qui la palla passa al figlio che, non riuscendo a ricalcare l’operato del padre, torna a Parigi.
Sappiamo per certo che l’orologio aveva viaggiato con lui, sul fondo della valigia di cartone.
Ecco un luccichio negli occhi di Claire.
“Mio nonno disse che il proprietario dell’orologio fu René Renault che nacque a Nantes e si trasferì poi in America. Non disse mai quando lo comprò e dove.”
“E questo apre a una soluzione.”, dice Mademoiselle Morant colma di speranza.
Le due menti si uniscono in una e navigano insieme nella stessa direzione.
“Potrebbe aver vissuto a Parigi per qualche tempo prima di partire.”, dice Claire.
“O esserci stato per pochi giorni prima di imbarcarsi a Calais.”, dice Mademoiselle.
“E approfittando di trovarsi in questa città piena di vita avrebbe potuto acquistare l’orologio presso la bottega dell’antiquario, oppure…”
“In un mercatino”.
“Quale?”
“Quello di Notre Dame che si teneva ogni domenica all’ombra della cattedrale.”All’udir queste parole l’orologio emette un tac, poi si ferma e poi di nuovo tic e tac. Lento. Silenzioso. Ci vuole l’orecchio di Mademoiselle accostato, con permesso, al meccanismo che ha ripreso lentamente a funzionare, memore della carica conferitagli tre giorni prima da Madame Renault.
Perché le tre e un quarto?
Françoise ha un’idea. Nella piazza di Notre Dame si trova il punto da cui si calcolano tutte le distanze.
Km zero, il centro del mondo.
Claire e Françoise raggiungono la piazza in men che non si dica. Si fermano al punto esatto del km zero contrassegnato da una mattonella in pietra recante al centro una stella dorata a otto punte.
A destra c’è la cattedrale. Le lancette dell’orologio segnano le tre e un quarto. Non è un’ora né una data. È un punto cardinale. Le lancette puntano dritte su Notre Dame.
L’orologio ha condotto Claire da Mademoiselle Morant sapendo che l’avrebbe aiutata a trovare la soluzione.
A quella domenica di centocinquant’anni prima quando un giovane René Renault acquistò per pochi franchi l’orologio in una bancarella nel centro di Parigi.
Lo acquistò perché voleva portar con sé un oggetto della sua terra natia, di quella Parigi piena di tumulti e speranza.
René Renault custodì il manufatto con passione, tanto che non volle abbandonarlo a sé stesso passandolo in eredità e dicendo al figlio di fare lo stesso.
E ora, dopo tanti anni, l’orologio ha scelto Madame Renault per raccontare la vera storia delle proprie origini e ringraziare una volta di più quell’uomo che si prese cura di lui.

